Analisi e commenti
Disciplina dell’impresa sociale:
analisi delle nuove disposizioni_2
Introdotta una definizione più articolata, rivisto l’elenco delle attività di interesse generale, mitigato il divieto di distribuzione (anche indiretta) di utili e di avanzi di gestione
Disciplina dell’impresa sociale:|analisi delle nuove disposizioni_2
Dopo aver tratteggiato i principi e i criteri direttivi di delega sulla base dei quali è stato adottato il Dlgs 112/2017, si passa ora alla descrizione dei suoi contenuti. L’analisi verterà, in primo luogo, sui profili definitori e organizzativi, per poi interessare più specificamente gli aspetti di carattere tributario.
Nella seconda parte del contributo si passeranno in rassegna la definizione di impresa sociale, le tipologie di attività di interesse generale che ne caratterizzano l’operato e il requisito dell’assenza di scopo di lucro.
 
Nozione e qualifica di impresa sociale
(Articolo 1)
Per impresa sociale si intende, in termini generali, un’organizzazione privata che esercita, in via stabile e principale, un’attività d’impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, adottando modalità di gestione responsabili e trasparenti e favorendo il più ampio coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e degli altri soggetti interessati alle loro attività (stakeholders).
La qualifica normativa di impresa sociale, quindi, può essere assunta, a condizione che presentino i requisiti previsti dal decreto legislativo in esame, da tutti gli enti privati, inclusi quelli costituiti in forma societaria.
 
Al contrario, non possono acquisire tale qualifica:
  • le società costituite da un unico socio persona fisica
  • le amministrazioni pubbliche (cfr articolo 1, comma 2, Dlgs 165/2001)
  • gli enti i cui atti costitutivi limitino, anche indirettamente, l’erogazione dei beni e dei servizi in favore dei soli soci o associati. 
Agli enti religiosi civilmente riconosciuti le disposizioni in esame si applicano limitatamente allo svolgimento delle attività di interesse generale (cfr articolo 2), a condizione che per tali attività adottino un regolamento, in forma di atto pubblico o scrittura privata autenticata, che, ove non diversamente previsto e, in ogni caso, nel rispetto della struttura e delle finalità di tali enti, recepisca le norme in materia di impresa sociale. Si prevede, inoltre, l’obbligo di costituire un patrimonio destinato e di adottare una contabilità separata.
 
Le cooperative sociali e i loro consorzi (legge 381/1991) acquisiscono di diritto la qualifica di imprese sociali. Sul punto la relazione illustrativa precisa che "l'attribuzione della qualifica ope legis comporta che le cooperative sociali (e i loro consorzi) , diversamente dalle altre tipologie di enti, si considerano imprese sociali a prescindere dalla verifica in concreto del possesso dei requisiti di qualificazione posti dagli articoli da 2 a 13 del decreto, la cui applicazione a questi enti è infatti esclusa".
Alle cooperative sociali (e ai loro consorzi) le disposizioni dettate per le imprese sociali si applicano nel rispetto della normativa specifica che le disciplina e in quanto compatibili. In ogni caso, si applicano le disposizioni dettate dagli articoli 14, 15, 16 e 18 del decreto, incluse, quindi, quelle afferenti il regime fiscale delle imprese sociali.
Dall’ambito applicativo delle norme in commento, inoltre, sono espressamente escluse le fondazioni bancarie (Dlgs 153/1999).
 
Infine, l’articolo 1 ricapitola le fonti di disciplina delle imprese sociali:
  • il Dlgs 112/2017
  • il codice del Terzo settore (Dlgs 117/2017)
  • in mancanza e per gli aspetti non disciplinati, le norme del codice civile e le relative disposizioni di attuazione concernenti la forma giuridica in cui l’impresa sociale è costituita. 
L’impresa sociale, quindi, rientra pienamente nel perimetro degli enti del Terzo settore. Anch’essa, infatti, secondo quanto si legge nella relazione illustrativa, “presenta l’elemento caratterizzante tale categoria giuridica, individuato nell’aspetto teleologico, cioè il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, realizzate attraverso lo svolgimento di attività di interesse generale, ai sensi dell’articolo 118 (principio di sussidiarietà, ndr) della Costituzione, mediante la produzione e lo scambio di beni e servizi”.
 
Attività d’impresa di interesse generale
(Articolo 2)
Come già ricordato, l’impresa sociale esercita in via stabile e principale una o più attività d’impresa di interesse generale per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.
L’elenco delle attività di interesse generale, il cui esercizio vale a qualificare un ente come impresa sociale, è alquanto esteso. Nel dettaglio, esso comprende:
  • gli interventi e i servizi sociali
  • gli interventi e le prestazioni sanitarie
  • le prestazioni socio-sanitarie
  • l’educazione, l’istruzione e la formazione professionale
  • le attività culturali di interesse sociale con finalità educativa
  • gli interventi e i servizi finalizzati alla salvaguardia e al miglioramento delle condizioni dell’ambiente e all’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali, con esclusione dell’attività, esercitata abitualmente, di raccolta e riciclaggio dei rifiuti urbani, speciali e pericolosi
  • gli interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio
  • la formazione universitaria e post universitaria
  • la ricerca scientifica di particolare interesse sociale
  • l’organizzazione e la gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e di diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale
  • la radiodiffusione sonora a carattere comunitario
  • l’organizzazione e la gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso
  • la formazione extra scolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica e al successo scolastico e formativo, alla prevenzione del bullismo e al contrasto della povertà educativa
  • i servizi strumentali alle imprese sociali o ad altri enti del Terzo settore resi da enti composti in misura non inferiore al 70% da imprese sociali o da altri enti del Terzo settore
  • la cooperazione allo sviluppo
  • le attività commerciali, produttive, di educazione e informazione, di promozione, di rappresentanza, di concessione in licenza di marchi di certificazione, svolte nell’ambito o a favore di filiere del commercio equo e solidale
  • i servizi finalizzati all’inserimento o al reinserimento nel mercato del lavoro dei lavoratori e delle persone svantaggiate o con disabilità o beneficiarie di protezione internazionale o indigenti senza fissa dimora
  • l’alloggio sociale, nonché ogni altra attività di carattere residenziale temporaneo diretta a soddisfare bisogni sociali, sanitari, culturali, formativi o lavorativi
  • l’accoglienza umanitaria e l’integrazione sociale dei migranti
  • il microcredito
  • l’agricoltura sociale
  • l’organizzazione e la gestione di attività sportive dilettantistiche
  • la riqualificazione di beni pubblici inutilizzati o di beni confiscati alla criminalità organizzata. 
Dal confronto tra l’elenco appena riportato e quello previsto dalla disciplina previgente (cfr articolo 2, Dlgs 155/2006) si evince che molte attività sono rimaste immutate, altre sono diversamente modulate e più estese, alcune, invece, sono di nuova introduzione. Complessivamente, i settori di attività dell’impresa sociale risultano più vasti rispetto al passato.
Sul punto, la relazione illustrativa sottolinea che “la norma prevede una ridefinizione e un ampliamento di dette attività rispetto alla vigente disciplina, che tiene conto, da un lato, dei progressivi mutamenti del contesto sociale e della conseguente estensione degli ambiti di azione da parte degli enti del Terzo settore, capaci di diventare soggetti più attivamente presenti in molteplici ambiti di intervento, incidenti sul perseguimento e la tutela di valori giuridici costituzionalmente orientati, e dall’altro, delle novelle normative succedutesi nel tempo”.
 
Una innovazione di sicuro rilievo è rappresentata dalla previsione del carattere flessibile dell’elenco. Infatti, si stabilisce che esso sarà suscettibile di aggiornamento (da farsi con Dpcm). In tal modo, si mira a garantire l’adeguamento costante del quadro normativo all’evoluzione del contesto socio-economico. L’aggiornamento dell’elenco delle attività dovrà avvenire alla luce delle finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.
 
L’attività di impresa di interesse generale (in uno dei settori suindicati) deve essere svolta in via stabile e principale. A tal proposito, la disposizione in esame, in continuità con la disciplina previgente, considera principale l’attività produttiva di almeno il 70% dei ricavi complessivi. Ne discende che l’impresa sociale ben può svolgere anche attività diverse da quelle di interesse generale, purché i relativi ricavi non siano superiori alla soglia del 30% di quelli complessivi.
 
In ogni caso, si considera di interesse generale, indipendentemente dal suo oggetto, l’attività d’impresa nella quale, per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, sono occupati lavoratori molto svantaggiati, persone svantaggiate o con disabilità, nonché persone beneficiarie di protezione internazionale e persone senza fissa dimora che versino in una condizione di povertà tale da non poter reperire e mantenere un’abitazione in autonomia. Tale personale, peraltro, non deve essere inferiore al 30% di quello impiegato in totale. Infine, si stabilisce che, ai fini del computo della percentuale minima, i lavoratori molto svantaggiati non possono contare per più di un terzo.
La relazione illustrativa chiarisce che “la disposizione in esame tiene conto delle nuove forme di esclusione sociale, adottando una tecnica di individuazione per relationem delle categorie di soggetti deboli, mediante il richiamo a disposizioni normative dell’ordinamento nazionale o comunitario”.
 
Assenza di scopo di lucro
(Articolo 3)
In quanto ente del Terzo settore, l’impresa sociale agisce senza scopo di lucro. Essa, pertanto, non può avere come scopo principale quello di distribuire ai propri soci, amministratori, dipendenti, ecc., gli utili e gli avanzi di gestione. Difatti, il principio generale è quello secondo cui “l’impresa sociale destina eventuali utili e avanzi di gestione allo svolgimento dell’attività statutaria o a incremento del patrimonio”.
Il principio è rafforzato dal correlato divieto di distribuzione indiretta di utili e avanzi di gestione, fondi e riserve comunque denominati, a fondatori, soci o associati, lavoratori e collaboratori, amministratori e altri componenti degli organi sociali, anche nel caso di recesso o di qualsiasi altra ipotesi di scioglimento individuale del rapporto. Il divieto, invece, non vale per il rimborso ai soci del capitale effettivamente versato, anche rivalutato o aumentato (si tratta di una novità rispetto a quanto stabilito dalla disciplina precedente).
La norma, inoltre, stabilisce che le seguenti operazioni si considerano in ogni caso distribuzione indiretta di utili:
  • la corresponsione ad amministratori, sindaci e a chiunque rivesta cariche sociali di compensi individuali non proporzionati all’attività svolta, alle responsabilità assunte e alle specifiche competenze o comunque superiori a quelli previsti in enti che operano nei medesimi o analoghi settori e condizioni
  • la corresponsione ai lavoratori subordinati o autonomi di retribuzioni o compensi superiori del 40% rispetto a quelli previsti, per le medesime qualifiche, dai contratti collettivi, salvo comprovate esigenze attinenti alla necessità di acquisire specifiche competenze ai fini dello svolgimento delle attività di interesse generale
  • la remunerazione degli strumenti finanziari diversi dalle azioni o quote, a soggetti diversi dalle banche e dagli intermediari finanziari autorizzati, in misura superiore a due punti rispetto al limite massimo previsto per la distribuzione di dividendi (vedi infra)
  • l’acquisto di beni o servizi per corrispettivi che, senza valide ragioni economiche, siano superiori al loro valore normale
  • le cessioni di beni e le prestazioni di servizi, a condizioni più favorevoli di quelle di mercato, a soci, associati o partecipanti, ai fondatori, ai componenti gli organi amministrativi e di controllo, a coloro che a qualsiasi titolo operino per l’organizzazione o ne facciano parte, ai soggetti che effettuano erogazioni liberali a favore dell’organizzazione, ai loro parenti entro il terzo grado e ai loro affini entro il secondo grado, nonché alle società da questi direttamente o indirettamente controllate o collegate, esclusivamente in ragione della loro qualità, salvo che tali cessioni o prestazioni non costituiscano l’oggetto dell’attività di interesse generale
  • la corresponsione a soggetti diversi dalle banche e dagli intermediari finanziari autorizzati, di interessi passivi, in dipendenza di prestiti di ogni specie, superiori di quattro punti al tasso annuo di riferimento. 
Diversamente da quanto disposto in passato, il Dlgs 112/2017 ha previsto un’eccezione al principio generale di distribuzione di utili e avanzi di gestione. Infatti, per favorire il finanziamento mediante capitale di rischio, è consentito alle imprese sociali, costituite in forma di società, di destinare una quota inferiore al 50% degli utili e degli avanzi di gestione annuali, dedotte eventuali perdite maturate negli esercizi precedenti:
  • ad aumento gratuito del capitale sociale sottoscritto e versato dai soci, nei limiti delle variazioni dell’indice nazionale generale annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e di impiegati, calcolate dall’Istat per il periodo corrispondente a quello dell’esercizio sociale in cui gli utili e gli avanzi di gestione sono stati prodotti
  • oppure alla distribuzione, anche mediante aumento gratuito del capitale sociale o l’emissione di strumenti finanziari, di dividendi ai soci, in misura comunque non superiore all’interesse massimo dei buoni postali fruttiferi, aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato. 
Inoltre, per rafforzare le connessioni tra le varie tipologie organizzative del Terzo settore, rendendo l’impresa sociale un possibile strumento finanziario di crescita e di sviluppo a supporto di enti a carattere non imprenditoriale, le imprese sociali possono destinare una quota inferiore al 50% degli utili e degli avanzi di gestione annuali, dedotte eventuali perdite maturate negli esercizi precedenti:
  • a erogazioni gratuite in favore di enti del Terzo settore diversi dalle imprese sociali, che non siano fondatori, associati, soci dell’impresa sociale o società da questa controllate, finalizzate alla promozione di specifici progetti di utilità sociale. 
 
2 – continua.
La prima puntata è stata pubblicata martedì 22 agosto
Gennaro Napolitano
pubblicato Mercoledì 23 Agosto 2017

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