Attualità
1861-1875: gli interventi fiscali
che “pareggiarono” il bilancio
Riforme e tasse che hanno colmato il buco dell’erario attraverso una politica economica lungimirante ma impopolare
bilancia
Pareggio di bilancio? Un incubo sempre esistito. A partire dal 1864 e fino al 1875, furono adottati dall’allora ministro delle Finanze, Quintino Sella, una serie di provvedimenti volti a creare un sistema impositivo unico e a risanare il deficit di cassa provocato dalle guerre d’indipendenza e dagli investimenti nelle infrastrutture.
 
La prima imposta sui redditi, istituita a partire dall’Unità d’Italia, fu quella sulla “ricchezza mobile”. Approvata dalla Camera a larga maggioranza, entrò in vigore il 14 luglio 1864. Il nuovo sistema prevedeva l’abbandono del vecchio principio piemontese della misurazione del reddito su criteri unicamente presuntivi, dedotti cioè solo dal valore locativo dell’abitazione, ponendo così le basi per l’introduzione della “dichiarazione dei redditi”. Tutti i cittadini dovevano indicare i redditi non fondiari (questi ultimi erano assoggettati separatamente alla cosiddetta “imposta fondiaria” comprensiva all’epoca sia delle rendite derivanti dalla coltivazione dei fondi, sia da quelle ricavabili dal catasto dei fabbricati) e presentare il modello dichiarativo nel comune di residenza.
 
Le tre tipologie di reddito erano imponibili in misura diversa: 100% i redditi perpetui, perché derivanti da rendite da capitale, 75% quelli misti, costituiti dalle rendite e dal lavoro, infine 62,50% i redditi da lavoro. L’aliquota inizialmente applicata era pari all’8% e non prevedeva il sistema progressivo degli scaglioni (introdotto nel secondo dopoguerra).
 
Il Governo incentivò, inoltre, una politica di riordino e, al contempo, di inasprimento, soprattutto nel settore delle imposte indirette. Al riguardo, venne infatti istituita la “tassa sugli affari” sostitutiva delle varie forme di tassazione indiretta esistenti nei singoli ex-Stati: si creò, così, un sistema impositivo unico per tutto il Regno, che costituiva la sintesi di tre principali e distinti tributi (tassa di registro, tassa di bollo e tasse ipotecarie) che costituirono il primo nucleo di fiscalità indiretta. A tale tassazione si aggiunse il riordino delle imposte dei consumi e dei dazi, nonché dei monopoli fiscali.
Nel 1870, il deficit di cassa ammontava a oltre 700 milioni, fra spese per costruzioni ferroviarie, annullamento di debiti rimborsabili, disavanzi previsti dai bilanci fino al 1876, e il ministro delle Finanze aumentò i dazi d’importazione sul petrolio e sui cereali e autorizzò l’operazione di anticipo di 150 milioni da parte della Banca nazionale per il regno d’Italia al tasso dello 0,50% all’anno.
 
Altro contributo al risanamento del bilancio di quel periodo veniva dalla tassa sul macinato (1868), un’imposta sulla macinazione del grano e dei cereali, calcolata attraverso un contatore meccanico che conteggiava i giri effettuati da una ruota macinatrice installata nei mulini. Questo provvedimento causò un forte aumento del prezzo del pane e, in generale, dei derivati del grano, diffondendo il malcontento nelle classi più povere. Inoltre provocò la chiusura di tutti i piccoli mulini, che non erano in grado di procurarsi il nuovo strumento di misura.
 
Quintino Sella, per arginare il forte deficit di bilancio, adottò anche altri provvedimenti, come la vendita delle strade ferrate, l’emissione di un prestito (circa 425 milioni di lire), la vendita dei beni demaniali non destinati ad uso pubblico, la vendita di alcuni beni ecclesiastici. In cambio di questa cessione, il Governo intestò alla Cassa ecclesiastica una rendita del 5% sul “Gran libro del debito pubblico”, pari al valore dei beni passati al demanio.
 
Anche il successore di Sella, Marco Minghetti, perseguì una politica di risanamento, facendo approvare una nuova tassa sui contratti di borsa, l’aumento dei trasporti ferroviari ad alta velocità, una tassa sui trasporti ferroviari a bassa velocità, il dazio di importazione sulla cicoria (surrogato del caffè), l’aumento della tassa di fabbricazione di alcool e birra, modifiche al registro e al bollo e l’imposizione di un diritto sulle assicurazioni e sui contratti vitalizi.
 
I risultati economico-finanziari di questi quindici anni, essenzialmente finalizzati all’equilibrio di cassa, nel lungo termine furono positivi perché, a conclusione dell’ultimo ministero Minghetti (dal 1873 al 1876), l’Italia si era dotata di un sistema tributario ed aveva raggiunto il pareggio del bilancio.
Patrizia De Juliis
pubblicato Mercoledì 16 Marzo 2011

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