Lunedì 21 Maggio 2012 - Aggiornato alle 11:07
Attualità
Cara pastiglia ma quanto mi costi?
Il confronto internazionale dei prezzi sui farmaci è un argomento di interesse per l’entità dei differenziali tra Stato e Stato
E se per alcuni le ragioni devono ricercarsi nel fatto che alcuni Paesi producono i propri medicinali, secondo altri il problema va invece inquadrato nel differente trattamento fiscale a cui sono sottoposti. Pigliate 'na pastiglia diceva il refrain di una nota canzone napoletana di Renato Carosone. Ebbene oggi prendersi un’influenza fuori dai confini italiani, o quanto meno curarsi un’emicrania con i farmaci stranieri, conti alla mano, sembra che convenga. È il dato che emerge da una analisi eseguita nel settore farmaceutico da una nota associazione di consumatori che ha selezionato i 19 farmaci comuni più venduti presenti in otto Paesi comparando i prezzi di fabbrica e quelli da banco. A ben vedere, l’Italia risulta, tra gli Stati dell’Unione europea, quello più vantaggioso per quanto concerne i prezzi ex factory (in Francia, infatti, il costo di produzione è più alto del 13 per cento e in Belgio del 25 per cento) ma il più caro (secondo soltanto alla Germania) nell’ipotesi del prezzo finale al pubblico: più 32 per cento rispetto alla Gran Bretagna che presenta i prezzi migliori. Lo stesso vaccino antinfluenzale, della stessa marca, per citare un esempio, costa in Italia circa 12 euro, Iva inclusa, a fronte dei 6,28 spesi dai francesi; il 30 per cento in più rispetto a Londra. Nell’Unione europea non esiste un mercato unico del farmaco e tantomeno un’imposta con aliquota unica per (gli stessi) farmaci. Così, ogni Paese membro può legittimamente dettare le proprie regole di mercato, fissare le proprie aliquote sull’Iva determinando variazioni considerevoli sul costo di un medicinale che di partenza possiede un prezzo uguale per tutti.
La fascia C non rimborsabile
Il discorso vale per i cd. farmaci di fascia C, quelli utilizzati per patologie di lieve entità che non sono considerati essenziali o salvavita (in Italia, ad esempio, il costo dell’aspirina si aggira intorno ai 3,95 euro inclusa Iva, mentre a Parigi si spende per lo stesso prodotto 2,91 euro). Questi medicinali da banco, cd. automedicanti, pur rappresentando in Italia circa il 13 per cento della spesa farmaceutica (i medicinali di fascia A, impiegati per patologie gravi, croniche e acute sono a carico dello Stato che ne controlla i prezzi in un contesto monopsonico del tutto anomalo rispetto ad altri settori economico-produttivi) incidono direttamente sulle tasche dei cittadini essendo pagati da questi immediatamente (si faccia presente che la spesa farmaceutica del 2006 è cresciuta dell’11 per cento, e che ogni cittadino/consumatore/malato ha pagato medicinali per 347 euro: 115 euro di tasca propria e 232 implicitamente, cioè tramite il Servizio sanitario nazionale).
Le ragioni del prezzo
Il tema del confronto internazionale dei prezzi è oggetto di particolare interesse. Negli ultimi anni tali comparazioni sono state condotte per comprendere la reale entità degli alti differenziali di prezzo sui prodotti farmaceutici. In particolare, da più parti ci si è posta la domanda sulle ragioni di tale "forbice" economica per farmaci posti nello stesso "paniere". Secondo alcuni le ragioni di un così diverso valore nel prezzo devono rinvenirsi nella circostanza che ciascun Paese produce i propri farmaci (made in …) perciò risulta difficile trovarne di identici in altri Stati, sia per il diverso costo del lavoro, sia per la differente posologia che per la dissimile composizione farmacologia (si obietta però che spesso le medicine vengono prodotte in Paesi terzi, in Israele, in Sudafrica o in altri siti laddove la manodopera è particolarmente bassa). Secondo altri il problema non va inquadrato nella difficoltà comparativa del prodotto straniero con quello domestico ma, invece, potrebbe insinuarsi nel differente trattamento fiscale cui i farmaci sono sottoposti. Considerazione questa che trova conferma per il mercato italiano che, rispetto agli altri Stati dell’Unione, prevede un "costo" dell’Iva sui farmaci tra i più alti dei Paesi occidentali.
L’Iva, imposta europea
L’imposta sul valore aggiunto è un tributo delle legislazioni europee. La sua disciplina è quasi interamente contenuta nel Dpr n. 633 del 1972, ed è regolata a livello comunitario da specifiche direttive al fine di rendere omogenea l’imposizione indiretta in tutti i Paesi membri dell’Unione europea. L’imposta colpisce soltanto il valore aggiunto di ogni fase della produzione, scambio di beni e servizi. In aderenza ai princìpi e ai fini in base ai quali l’imposta fu istituita, la misura percentuale dell’aliquota da applicare doveva essere unica per tutti i Paesi della CE. Invece, è stata proprio la stessa Comunità europea che ha permesso alcune deroghe a tale unicità in considerazione dell’opportunità di favorire determinati consumi di prima necessità e (per contro) colpire con aliquote più elevate e differenziate tutti quei consumi ritenuti voluttuari. Attualmente, in Italia, sono previste quattro differenti aliquote ai fini Iva: l’aliquota zero dello 0 per cento, l’aliquota minima del 4 per cento, l’aliquota ridotta del 10 per cento e l’aliquota ordinaria del 20 per cento. Con particolare riferimento al settore dei farmaci, l’aliquota Iva prevista nel nostro ordinamento è quella del 10 per cento. Per la verità, si tratta di uno dei valori più elevati registrati nell’ambito dei Paesi dell’Unione europea (se gli indici di prezzo vengono depurati dall’Iva il posizionamento dell’Italia cambia anche in modo sensibile, in quanto l’imposta sui prodotti etici è molto elevata e seconda soltanto alla Germania). Tra l’altro, tale aliquota (per i farmaci rimborsabili) si traduce in un artificioso aumento della spesa pubblica in quanto tale incremento coincide con un equivalente introito fiscale creando una vera e propria partita di giro per lo Stato (per queste ragioni alcuni Paesi, che adottano al loro interno il sistema del Servizio Sanitario Nazionale, hanno progressivamente deciso di azzerare l’Iva sui prodotti farmaceutici rimborsabili, mentre altri Stati, privi di tale struttura, hanno posizionato l’aliquota sui beni medicinali su un livello minimo pari a circa il 5 per cento in armonia con la sesta direttiva CEE n. 92 del 1977).
L’Iva all’estero
L’aliquota dell’Iva sui farmaci negli altri Paesi europei si differenzia notevolmente anche in ragione delle specifiche regolamentazioni sanitarie interne. Ad esempio in Germania l’aliquota sui medicinali si attesta nella misura del 16 per cento (tale valore può considerarsi in assoluto il più elevato tra quelli dei Paesi aderenti all’Ue). Nel Regno Unito e in Svezia all’aliquota Iva pari allo zero per cento, si contrappone quella più elevata, tra il 25 e il 17,5 per cento per i cd. farmaci over the counter. Anche negli Usa e in Canada per gli etici l’Iva sui farmaci è nulla. In Grecia e Finlandia il valore impositivo ammonta all’8 per cento; per Belgio e Paesi Bassi al 6 per cento, mentre la Penisola iberica attesta le proprie aliquote sui farmaci rispettivamente al 5 per cento per il Portogallo e al 4 per cento per la Spagna. La misura percentuale in Francia è compresa fra il 2,1 e il 5,5 per cento. L’Austria e l’Irlanda, poi, prevedono una esenzione totale sui prodotti medicinali.
Città del Vaticano e Svizzera
Un’altra posizione esclusiva è rappresentata dalla Farmacia Vaticana, forse la struttura più completa esistente all’interno del territorio italiano. Oltre alla possibilità di trovare un grande assortimento di medicinali (soprattutto di origine straniera non commercializzati in Italia) è possibile (a chiunque sia munito di una ricetta medica) acquistare i prodotti esenti da Iva. La Svizzera, Stato extra Ue, infine, posiziona la propria aliquota sui prodotti farmaceutici al 2,4 per cento.
Decreto Storace versus Bersani-Visco
Sul fronte della vendita dei prodotti medicinali l’Italia (anche a seguito di numerosi ammonimenti da parte della Commissione europea, volti a garantire il principio di libera concorrenza nel settore in parola) è recentemente intervenuta, nella legislazione interna, con due differenti provvedimenti. Con il decreto Storace (cd. "tagliaprezzi" del 20 maggio 2005) il Governo ha previsto che i prezzi dei prodotti (aumentati negli ultimi 10 anni anche del 50 per cento) debbano rimanere stabili almeno per un biennio, al termine del quale eventualmente l’azienda potrà apportare variazioni. Poi, i farmacisti, se vorranno, potranno applicare degli sconti pari al 20 per cento sui prezzi del listino, ma soltanto per i farmaci da banco e per quelli senza obbligo di prescrizione medica. In tal modo ai consumatori sarebbe data la possibilità di neutralizzare, seppur indirettamente, l’imposta (europea) sul valore aggiunto. Tale pratica, per la verità, risulta già ampiamente diffusa negli altri Paesi dove, come ad esempio per la Francia, può anche capitare di vedersi proporre la formula "paghi due e prendi tre". Nell’ambito, poi, del cd. pacchetto Visco-Bersani sulle liberalizzazioni (approvato con decreto legge n. 223 del 2006 e definitivamente convertito dalla legge n. 248/2006) è stato previsto l’ampliamento della catena distributiva, cioè la possibilità che i farmaci, per i quali non sia obbligatoria la prescrizione medica, siano venduti nei supermercati e in tutti gli esercizi commerciali, alimentari esclusi. Ai negozianti, in tal modo, viene data la possibilità di praticare degli sconti che possono andare (anche) oltre la misura del 20 per cento Iva inclusa (alla prova dei fatti la cd. grande distribuzione organizzata disponibile ad "accontentarsi" di profitti stimabili in una quota tra il 4 e il 10 per cento del prezzo del farmaco al netto dell’Iva comporterebbe, anche nel peggiore dei casi, un risparmio del 16,7 per cento sul prezzo del farmaco). Anche questo sistema, a ben guardare, risulta già ampiamente sperimentato da molti Paesi europei tra cui la Danimarca, la Svizzera, il Portogallo, la Norvegia, i Paesi Bassi, il Regno Unito e l’Irlanda (in Germania e in Grecia i farmaci dispensabili fuori dalle farmacie sono limitati ad una lista ristretta; in Francia la vendita è consentita soltanto all’interno delle farmacie, anche se in quasi tutti i centri commerciali si trova una farmacia; in Svezia tutte le farmacie sono statali).
L'Iva europea
D’altra parte un certo grado di conformità delle norme in materia di Iva sarebbe indispensabile per il corretto funzionamento del mercato unico. Le variazioni e differenze dell’imposta sui farmaci possono, infatti, facilmente distorcere la concorrenza (si rammenta che ormai è possibile effettuare gli acquisti, anche di prodotti farmaceutici mediante il metodo on-line). Ciò, tuttavia, non può impedire di tener conto delle diversità culturali o economiche (un Paese, ad esempio, con finanze pubbliche solide non può certo essere obbligato a introdurre nuove tasse per il solo "gusto" di imporre inutili tributi). È pur vero che i consumatori "abili" possono sfruttare le differenze d’imposta esistenti all’interno dell’Unione europea per effettuare (convenienti) risparmi nell’acquisto di un prodotto (in particolare, occorre valutare di volta in volta quando le ricette italiane, valide, in forza del principio comunitario della libera abitazione del medico, per l’acquisto di prodotti medicinali all’interno dei Paesi europei, possano determinare un rimborso, nel caso in cui questi fossero presenti nel prontuario, nel territorio Italiano. Per tali ragioni, prima di acquistare un farmaco oltre i confini nazionali, bisognerebbe informarsi se tale acquisto rientri nel sistema mutuabile del nostro Paese).
I vantaggi di un’Iva più bassa
Le aliquote fiscali minime avrebbero l’obiettivo di garantire una concorrenza leale. La normativa comunitaria in materia (direttiva n. 92/1977) prevede l’applicazione in tutti gli Stati membri di un’aliquota normale, non inferiore al 15 per cento per la maggior parte dei beni e dei servizi, e di una o due aliquote ridotte non inferiori al 5 per cento o esenzioni per alcuni beni e servizi. Le aliquote ridotte, secondo la citata disciplina europea, dovrebbero applicarsi a una serie di prodotti essenziali e di prima necessità, tra cui i farmaci (senza distinzioni tra rimborsabili e non rimborsabili). Anche l’Italia, in futuro, dovrà adeguarsi pienamente alla normativa comunitaria in materia di Iva e quindi portare l’aliquota minima, oggi del 4 per cento, a un livello pari o superiore al 5 per cento. In questo caso verrebbe a cadere ogni ostacolo normativo comunitario affinché tra i beni ed i servizi soggetti all’aliquota minima possano essere inseriti anche i farmaci. Sul punto, è stato osservato che l’introduzione dei farmaci (rimborsabili e non) tra i prodotti ad aliquota Iva più bassa si tradurrebbe in una riduzione del tasso di inflazione; in una diminuzione (significativa) della spesa farmaceutica pubblica; in un calo della spesa a carico dei privati. Infine merita segnalare la proposta che intende abolire l’Iva sui farmaci. Questa, in verità, oltre a comportare notevoli ricadute sotto il profilo economico produrrebbe un "guadagno" di immagine sul piano sociale
Fonti:
- altroconsumo.it
- mnlf.it
- farmindustria.it
- ministerosalute.it
- federfarma.it
- cermlab.it
E se per alcuni le ragioni devono ricercarsi nel fatto che alcuni Paesi producono i propri medicinali, secondo altri il problema va invece inquadrato nel differente trattamento fiscale a cui sono sottoposti. Pigliate 'na pastiglia diceva il refrain di una nota canzone napoletana di Renato Carosone. Ebbene oggi prendersi un’influenza fuori dai confini italiani, o quanto meno curarsi un’emicrania con i farmaci stranieri, conti alla mano, sembra che convenga. È il dato che emerge da una analisi eseguita nel settore farmaceutico da una nota associazione di consumatori che ha selezionato i 19 farmaci comuni più venduti presenti in otto Paesi comparando i prezzi di fabbrica e quelli da banco. A ben vedere, l’Italia risulta, tra gli Stati dell’Unione europea, quello più vantaggioso per quanto concerne i prezzi ex factory (in Francia, infatti, il costo di produzione è più alto del 13 per cento e in Belgio del 25 per cento) ma il più caro (secondo soltanto alla Germania) nell’ipotesi del prezzo finale al pubblico: più 32 per cento rispetto alla Gran Bretagna che presenta i prezzi migliori. Lo stesso vaccino antinfluenzale, della stessa marca, per citare un esempio, costa in Italia circa 12 euro, Iva inclusa, a fronte dei 6,28 spesi dai francesi; il 30 per cento in più rispetto a Londra. Nell’Unione europea non esiste un mercato unico del farmaco e tantomeno un’imposta con aliquota unica per (gli stessi) farmaci. Così, ogni Paese membro può legittimamente dettare le proprie regole di mercato, fissare le proprie aliquote sull’Iva determinando variazioni considerevoli sul costo di un medicinale che di partenza possiede un prezzo uguale per tutti. La fascia C non rimborsabile
Il discorso vale per i cd. farmaci di fascia C, quelli utilizzati per patologie di lieve entità che non sono considerati essenziali o salvavita (in Italia, ad esempio, il costo dell’aspirina si aggira intorno ai 3,95 euro inclusa Iva, mentre a Parigi si spende per lo stesso prodotto 2,91 euro). Questi medicinali da banco, cd. automedicanti, pur rappresentando in Italia circa il 13 per cento della spesa farmaceutica (i medicinali di fascia A, impiegati per patologie gravi, croniche e acute sono a carico dello Stato che ne controlla i prezzi in un contesto monopsonico del tutto anomalo rispetto ad altri settori economico-produttivi) incidono direttamente sulle tasche dei cittadini essendo pagati da questi immediatamente (si faccia presente che la spesa farmaceutica del 2006 è cresciuta dell’11 per cento, e che ogni cittadino/consumatore/malato ha pagato medicinali per 347 euro: 115 euro di tasca propria e 232 implicitamente, cioè tramite il Servizio sanitario nazionale).
Le ragioni del prezzo
Il tema del confronto internazionale dei prezzi è oggetto di particolare interesse. Negli ultimi anni tali comparazioni sono state condotte per comprendere la reale entità degli alti differenziali di prezzo sui prodotti farmaceutici. In particolare, da più parti ci si è posta la domanda sulle ragioni di tale "forbice" economica per farmaci posti nello stesso "paniere". Secondo alcuni le ragioni di un così diverso valore nel prezzo devono rinvenirsi nella circostanza che ciascun Paese produce i propri farmaci (made in …) perciò risulta difficile trovarne di identici in altri Stati, sia per il diverso costo del lavoro, sia per la differente posologia che per la dissimile composizione farmacologia (si obietta però che spesso le medicine vengono prodotte in Paesi terzi, in Israele, in Sudafrica o in altri siti laddove la manodopera è particolarmente bassa). Secondo altri il problema non va inquadrato nella difficoltà comparativa del prodotto straniero con quello domestico ma, invece, potrebbe insinuarsi nel differente trattamento fiscale cui i farmaci sono sottoposti. Considerazione questa che trova conferma per il mercato italiano che, rispetto agli altri Stati dell’Unione, prevede un "costo" dell’Iva sui farmaci tra i più alti dei Paesi occidentali.
L’Iva, imposta europea
L’imposta sul valore aggiunto è un tributo delle legislazioni europee. La sua disciplina è quasi interamente contenuta nel Dpr n. 633 del 1972, ed è regolata a livello comunitario da specifiche direttive al fine di rendere omogenea l’imposizione indiretta in tutti i Paesi membri dell’Unione europea. L’imposta colpisce soltanto il valore aggiunto di ogni fase della produzione, scambio di beni e servizi. In aderenza ai princìpi e ai fini in base ai quali l’imposta fu istituita, la misura percentuale dell’aliquota da applicare doveva essere unica per tutti i Paesi della CE. Invece, è stata proprio la stessa Comunità europea che ha permesso alcune deroghe a tale unicità in considerazione dell’opportunità di favorire determinati consumi di prima necessità e (per contro) colpire con aliquote più elevate e differenziate tutti quei consumi ritenuti voluttuari. Attualmente, in Italia, sono previste quattro differenti aliquote ai fini Iva: l’aliquota zero dello 0 per cento, l’aliquota minima del 4 per cento, l’aliquota ridotta del 10 per cento e l’aliquota ordinaria del 20 per cento. Con particolare riferimento al settore dei farmaci, l’aliquota Iva prevista nel nostro ordinamento è quella del 10 per cento. Per la verità, si tratta di uno dei valori più elevati registrati nell’ambito dei Paesi dell’Unione europea (se gli indici di prezzo vengono depurati dall’Iva il posizionamento dell’Italia cambia anche in modo sensibile, in quanto l’imposta sui prodotti etici è molto elevata e seconda soltanto alla Germania). Tra l’altro, tale aliquota (per i farmaci rimborsabili) si traduce in un artificioso aumento della spesa pubblica in quanto tale incremento coincide con un equivalente introito fiscale creando una vera e propria partita di giro per lo Stato (per queste ragioni alcuni Paesi, che adottano al loro interno il sistema del Servizio Sanitario Nazionale, hanno progressivamente deciso di azzerare l’Iva sui prodotti farmaceutici rimborsabili, mentre altri Stati, privi di tale struttura, hanno posizionato l’aliquota sui beni medicinali su un livello minimo pari a circa il 5 per cento in armonia con la sesta direttiva CEE n. 92 del 1977).
L’Iva all’estero
L’aliquota dell’Iva sui farmaci negli altri Paesi europei si differenzia notevolmente anche in ragione delle specifiche regolamentazioni sanitarie interne. Ad esempio in Germania l’aliquota sui medicinali si attesta nella misura del 16 per cento (tale valore può considerarsi in assoluto il più elevato tra quelli dei Paesi aderenti all’Ue). Nel Regno Unito e in Svezia all’aliquota Iva pari allo zero per cento, si contrappone quella più elevata, tra il 25 e il 17,5 per cento per i cd. farmaci over the counter. Anche negli Usa e in Canada per gli etici l’Iva sui farmaci è nulla. In Grecia e Finlandia il valore impositivo ammonta all’8 per cento; per Belgio e Paesi Bassi al 6 per cento, mentre la Penisola iberica attesta le proprie aliquote sui farmaci rispettivamente al 5 per cento per il Portogallo e al 4 per cento per la Spagna. La misura percentuale in Francia è compresa fra il 2,1 e il 5,5 per cento. L’Austria e l’Irlanda, poi, prevedono una esenzione totale sui prodotti medicinali.
Città del Vaticano e Svizzera
Un’altra posizione esclusiva è rappresentata dalla Farmacia Vaticana, forse la struttura più completa esistente all’interno del territorio italiano. Oltre alla possibilità di trovare un grande assortimento di medicinali (soprattutto di origine straniera non commercializzati in Italia) è possibile (a chiunque sia munito di una ricetta medica) acquistare i prodotti esenti da Iva. La Svizzera, Stato extra Ue, infine, posiziona la propria aliquota sui prodotti farmaceutici al 2,4 per cento.
Decreto Storace versus Bersani-Visco
Sul fronte della vendita dei prodotti medicinali l’Italia (anche a seguito di numerosi ammonimenti da parte della Commissione europea, volti a garantire il principio di libera concorrenza nel settore in parola) è recentemente intervenuta, nella legislazione interna, con due differenti provvedimenti. Con il decreto Storace (cd. "tagliaprezzi" del 20 maggio 2005) il Governo ha previsto che i prezzi dei prodotti (aumentati negli ultimi 10 anni anche del 50 per cento) debbano rimanere stabili almeno per un biennio, al termine del quale eventualmente l’azienda potrà apportare variazioni. Poi, i farmacisti, se vorranno, potranno applicare degli sconti pari al 20 per cento sui prezzi del listino, ma soltanto per i farmaci da banco e per quelli senza obbligo di prescrizione medica. In tal modo ai consumatori sarebbe data la possibilità di neutralizzare, seppur indirettamente, l’imposta (europea) sul valore aggiunto. Tale pratica, per la verità, risulta già ampiamente diffusa negli altri Paesi dove, come ad esempio per la Francia, può anche capitare di vedersi proporre la formula "paghi due e prendi tre". Nell’ambito, poi, del cd. pacchetto Visco-Bersani sulle liberalizzazioni (approvato con decreto legge n. 223 del 2006 e definitivamente convertito dalla legge n. 248/2006) è stato previsto l’ampliamento della catena distributiva, cioè la possibilità che i farmaci, per i quali non sia obbligatoria la prescrizione medica, siano venduti nei supermercati e in tutti gli esercizi commerciali, alimentari esclusi. Ai negozianti, in tal modo, viene data la possibilità di praticare degli sconti che possono andare (anche) oltre la misura del 20 per cento Iva inclusa (alla prova dei fatti la cd. grande distribuzione organizzata disponibile ad "accontentarsi" di profitti stimabili in una quota tra il 4 e il 10 per cento del prezzo del farmaco al netto dell’Iva comporterebbe, anche nel peggiore dei casi, un risparmio del 16,7 per cento sul prezzo del farmaco). Anche questo sistema, a ben guardare, risulta già ampiamente sperimentato da molti Paesi europei tra cui la Danimarca, la Svizzera, il Portogallo, la Norvegia, i Paesi Bassi, il Regno Unito e l’Irlanda (in Germania e in Grecia i farmaci dispensabili fuori dalle farmacie sono limitati ad una lista ristretta; in Francia la vendita è consentita soltanto all’interno delle farmacie, anche se in quasi tutti i centri commerciali si trova una farmacia; in Svezia tutte le farmacie sono statali).
L'Iva europea
D’altra parte un certo grado di conformità delle norme in materia di Iva sarebbe indispensabile per il corretto funzionamento del mercato unico. Le variazioni e differenze dell’imposta sui farmaci possono, infatti, facilmente distorcere la concorrenza (si rammenta che ormai è possibile effettuare gli acquisti, anche di prodotti farmaceutici mediante il metodo on-line). Ciò, tuttavia, non può impedire di tener conto delle diversità culturali o economiche (un Paese, ad esempio, con finanze pubbliche solide non può certo essere obbligato a introdurre nuove tasse per il solo "gusto" di imporre inutili tributi). È pur vero che i consumatori "abili" possono sfruttare le differenze d’imposta esistenti all’interno dell’Unione europea per effettuare (convenienti) risparmi nell’acquisto di un prodotto (in particolare, occorre valutare di volta in volta quando le ricette italiane, valide, in forza del principio comunitario della libera abitazione del medico, per l’acquisto di prodotti medicinali all’interno dei Paesi europei, possano determinare un rimborso, nel caso in cui questi fossero presenti nel prontuario, nel territorio Italiano. Per tali ragioni, prima di acquistare un farmaco oltre i confini nazionali, bisognerebbe informarsi se tale acquisto rientri nel sistema mutuabile del nostro Paese).
I vantaggi di un’Iva più bassa
Le aliquote fiscali minime avrebbero l’obiettivo di garantire una concorrenza leale. La normativa comunitaria in materia (direttiva n. 92/1977) prevede l’applicazione in tutti gli Stati membri di un’aliquota normale, non inferiore al 15 per cento per la maggior parte dei beni e dei servizi, e di una o due aliquote ridotte non inferiori al 5 per cento o esenzioni per alcuni beni e servizi. Le aliquote ridotte, secondo la citata disciplina europea, dovrebbero applicarsi a una serie di prodotti essenziali e di prima necessità, tra cui i farmaci (senza distinzioni tra rimborsabili e non rimborsabili). Anche l’Italia, in futuro, dovrà adeguarsi pienamente alla normativa comunitaria in materia di Iva e quindi portare l’aliquota minima, oggi del 4 per cento, a un livello pari o superiore al 5 per cento. In questo caso verrebbe a cadere ogni ostacolo normativo comunitario affinché tra i beni ed i servizi soggetti all’aliquota minima possano essere inseriti anche i farmaci. Sul punto, è stato osservato che l’introduzione dei farmaci (rimborsabili e non) tra i prodotti ad aliquota Iva più bassa si tradurrebbe in una riduzione del tasso di inflazione; in una diminuzione (significativa) della spesa farmaceutica pubblica; in un calo della spesa a carico dei privati. Infine merita segnalare la proposta che intende abolire l’Iva sui farmaci. Questa, in verità, oltre a comportare notevoli ricadute sotto il profilo economico produrrebbe un "guadagno" di immagine sul piano sociale
Fonti:
- altroconsumo.it
- mnlf.it
- farmindustria.it
- ministerosalute.it
- federfarma.it
- cermlab.it
Boris Bivona
pubblicato Martedì 2 Ottobre 2007
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