Lunedì 21 Maggio 2012 - Aggiornato alle 11:07
Attualità
Contro il carovita in campo anche il Fisco
Una ricetta contabile che, come oramai emerge chiaro, va da Washington a Seul passando per Dublino e Canberra
“Caro Amico Fisco”, è la voce comune dei governi mondiali che, stretti nella morsa del caro-benzina e del boom dei prezzi degli alimentari, studiano la soluzione per arrestarne l’impatto sulle tasche dei consumatori. Il caro-benzina e l’impennarsi dei prezzi dei generi alimentari di base non fanno sconti ai mercati. Nessun Paese, infatti, ne risulta immune. Il risultato è che i responsabili economici delle rispettive economie nazionali, a Washington come a Seul, a Canberra e perfino a Dublino, sono impegnati oramai da settimane nel tentativo di elaborare la ricetta migliore capace di arrestarne la corsa e moderarne gli effetti sulle tasche di centinaia di milioni di consumatori. Al momento è il Fisco l’unico rimedio che si sta rivelando utile allo scopo.
Stati Uniti e Corea: rimborsi fiscali come amuleti scacciacrisi
“Caro amico Fisco”, è la frase rituale che i responsabili delle maggiori economie mondiali ripetono al termine di stressanti e caotiche riunioni, il cui obiettivo è rimettere i listini dei prezzi in linea con le disponibilità dei cittadini. La pozione magica in grado di frenare i rincari della bolletta energetica e arrestare la rincorsa dei prezzi dei generi alimentari ancora non è stata scoperta. L’unica certezza è che l’ingrediente principale è a base di Fisco. A Washington e a Seul, per esempio, l’amuleto fiscale scacciacrisi che i governi hanno scelto di adottare è centrato essenzialmente su di una valanga, senza precedenti, di rimborsi fiscali. Negli Usa se ne contano 131 milioni per un ammontare totale di circa 100 miliardi di euro. Al momento, le somme già erogate hanno oltrepassato la soglia dei 60 miliardi di euro, puntualmente e senza ritardi depositati sui conti correnti di 112 milioni di contribuenti statunitensi. L’impatto di questa pioggia di rimborsi sull’economia della locomotiva mondiale non è stato ancora né misurato né stimato, anche se per alcuni esperti potrebbe spingere in avanti il prodotto interno lordo Usa di almeno mezzo punto percentuale.
Seul guarda ai redditi medio-bassi
Anche il governo di Seul, in linea con quanto deciso da quello statunitense, ha deciso di intraprendere la via dei rimborsi fiscali. In particolare, considerando che la Corea del sud è il quinto tra i Paesi consumatori di petrolio, circa 2,4 milioni di barili al giorno, le autorità hanno elaborato un meccanismo di rimborsi indirizzato in modo specifico a contenere il caro-benzina e destinato a sostenere le fasce più deboli. In particolare, i circa 6,6 miliardi di euro che saranno restituiti nelle prossime settimane rafforzeranno i conti dei contribuenti i cui redditi non superano i 22mila euro l’anno. Riguardo invece alle piccole aziende, in particolare quelle attive nei settori dei trasporti, della pesca e nella coltivazione dei prodotti locali, anch’esse si vedranno rimborsate, a patto che i loro ultimi profitti dichiarati non abbiano oltrepassato l’asticella dei 15mila euro. Dunque, a differenza dei rimborsi fiscali modello Usa, piuttosto generalizzati nell’impatto finale, in Corea la redistribuzione delle somme sarà indirizzata esclusivamente sui redditi medio-bassi, sia riguardo i contribuenti individuali che sul versante delle imprese di dimensioni modeste.
Dublino taglia le spese ma non gli sconti fiscali
Più complesso il quadro economico irlandese. Con un calo dell’8 per cento nelle entrate fiscali, che determinerà un minor afflusso di risorse pari a 3 miliardi di euro quest’anno, e con la crisi dei prezzi che s’abbatte sui ceti-medi, il governo di Dublino ha deciso di puntare ancora sulle basse aliquote sia sul versante delle aziende che su quello dei contribuenti individuali. Quindi piuttosto che abbandonare la via del fisco in versione soft, con imposte tra le più modeste in Europa, l’Irlanda ha optato per una serie di misure dirette al taglio significativo della spesa pubblica. Scelta questa obbligata, indipendentemente dal caro-benzina e dall’aumento dei prezzi alimentari. Infatti, nell’anno in corso alle minori entrate fiscali stimate si accompagnerà un aumento dell’11 per cento della spesa pubblica. Un mix insostenibile per i conti pubblici che potrebbe spingere il Paese a oltrepassare la soglia del 3 per cento nel deficit di bilancio. Eventualità questa che determinerebbe una immediata reprimenda da parte di Bruxelles con successiva apertura delle procedure d’infrazione. Dunque, per correggere i conti, Dublino ha deciso di non rialzare i modesti livelli della pressione fiscale, puntando ancora sul fisco, e di rivolgersi piuttosto al capitolo della spesa pubblica che, di fatto, subirà dei decisi tagli.
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Seul guarda ai redditi medio-bassi
Anche il governo di Seul, in linea con quanto deciso da quello statunitense, ha deciso di intraprendere la via dei rimborsi fiscali. In particolare, considerando che la Corea del sud è il quinto tra i Paesi consumatori di petrolio, circa 2,4 milioni di barili al giorno, le autorità hanno elaborato un meccanismo di rimborsi indirizzato in modo specifico a contenere il caro-benzina e destinato a sostenere le fasce più deboli. In particolare, i circa 6,6 miliardi di euro che saranno restituiti nelle prossime settimane rafforzeranno i conti dei contribuenti i cui redditi non superano i 22mila euro l’anno. Riguardo invece alle piccole aziende, in particolare quelle attive nei settori dei trasporti, della pesca e nella coltivazione dei prodotti locali, anch’esse si vedranno rimborsate, a patto che i loro ultimi profitti dichiarati non abbiano oltrepassato l’asticella dei 15mila euro. Dunque, a differenza dei rimborsi fiscali modello Usa, piuttosto generalizzati nell’impatto finale, in Corea la redistribuzione delle somme sarà indirizzata esclusivamente sui redditi medio-bassi, sia riguardo i contribuenti individuali che sul versante delle imprese di dimensioni modeste.
Dublino taglia le spese ma non gli sconti fiscali
Più complesso il quadro economico irlandese. Con un calo dell’8 per cento nelle entrate fiscali, che determinerà un minor afflusso di risorse pari a 3 miliardi di euro quest’anno, e con la crisi dei prezzi che s’abbatte sui ceti-medi, il governo di Dublino ha deciso di puntare ancora sulle basse aliquote sia sul versante delle aziende che su quello dei contribuenti individuali. Quindi piuttosto che abbandonare la via del fisco in versione soft, con imposte tra le più modeste in Europa, l’Irlanda ha optato per una serie di misure dirette al taglio significativo della spesa pubblica. Scelta questa obbligata, indipendentemente dal caro-benzina e dall’aumento dei prezzi alimentari. Infatti, nell’anno in corso alle minori entrate fiscali stimate si accompagnerà un aumento dell’11 per cento della spesa pubblica. Un mix insostenibile per i conti pubblici che potrebbe spingere il Paese a oltrepassare la soglia del 3 per cento nel deficit di bilancio. Eventualità questa che determinerebbe una immediata reprimenda da parte di Bruxelles con successiva apertura delle procedure d’infrazione. Dunque, per correggere i conti, Dublino ha deciso di non rialzare i modesti livelli della pressione fiscale, puntando ancora sul fisco, e di rivolgersi piuttosto al capitolo della spesa pubblica che, di fatto, subirà dei decisi tagli.
Stefano Latini
pubblicato Martedì 15 Luglio 2008
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