Martedì 22 Maggio 2012 - Aggiornato alle 10:01
Attualità
Il Tax Freedom Day compie 60 anni ma i dubbi restano
A coniare il termine e ad elaborarne una prima modalità di calcolo fu un uomo d’affari della Florida, certo Dallas Hostetler
L’anno era il 1948 e il passo successivo dell’inventore del tax freedom day fu di registrarne prontamente il copyright per evitare discussioni e conflitti in futuro. Quella invenzione aprì la strada allo studio dei trend fiscali in atto.
Il tema infatti, pur essendo ancora di modesto appeal popolare, iniziava già a farsi largo tra gli esperti, dato che per la prima volta, come accadeva ciclicamente all’indomani dei grandi conflitti, anche negli Usa il governo federale di Washington diede il via a una decisa operazione legislativa mirata all’introduzione di nuove tasse, imposte più elevate e tributi vari. L’obiettivo era recuperare le risorse necessarie per finanziare la ricostruzione in Europa, mantenere in linea i conti pubblici statunitensi e affrontare le nuove sfide offerte dal dopoguerra. Come reazione, il contribuente medio americano iniziò a percepire il fisco più vicino rispetto alla distanza cui era stato abituato a partire dagli anni ’30. Nacquero quindi istituzioni, centri di ricerca e organizzazioni dedicate all’analisi e allo studio dei trend fiscali in atto.
Negli States la casa d’origine del Tfd
Fin dall’inizio, Hostetler si occupò di ricostruire la storia del rapporto tra imposte e redditi fino a quando vent’anni dopo decise di cedere i diritti della sua invenzione alla Tax Foundation che oggi gestisce lo sviluppo e le nuove applicazioni. Sono quindi gli Stati Uniti la patria originaria del Tfd. Non è quindi un caso che proprio negli Usa sia stata ricostruita l’evoluzione di un secolo di storia in cui sono stati fissati gli appuntamenti simbolici con il Natale dei contribuenti. In pratica, mentre nel 1900, all’esordio del secolo passato, il giorno della liberazione dal Fisco coincideva con il 22 gennaio, quindi in pieno inverno, a metà secolo ci si era già approssimati alla primavera, mentre negli anni ’90 si oltrepassava la linea del calendario rappresentata dal mese di aprile, per superare poi quella del mese di maggio nel 2000. Insomma, un trend continuo che cattura l’immagine d’un fisco sempre più presente sulle tasche dei contribuenti americani.
Negli Usa, nel 2008, meno giorni al Fisco, ma non c’è da esserne allegri
L’ultimo dato riguarda proprio l’anno in corso, che vede il Fisco in arretramento, tanto che il Tfd è stato festeggiato con tre giorni d’anticipo. In realtà, l’evento desta più preoccupazione che non gioia. Infatti, i due motori principali che hanno determinato il ripiegarsi del Natale del contribuente sono in relazione alle pessime condizioni dell’economia statunitense, che vede il Pil in ripiegamento, e soprattutto alla pioggia di rimborsi fiscali che hanno consentito una distribuzione di ben 140 miliardi di dollari sui bilanci di decine di milioni di famiglie. Si tratta quindi d’un evento eccezionale, che in realtà potrebbe preannunciare una crisi imminente ancor più dolorosa di quelle verificatesi in passato, per esempio nel ’97 o nel 2001.
I dubbi sul TFD
L’indicazione, la misura e le relative varianti relative al tax freedom day non costituiscono un principio assoluto, e soprattutto condiviso, che fissa il rapporto reale tra i giorni di lavoro che il contribuente riserva al versamento delle imposte e quelli i cui compensi sono indirizzati sui suoi bilanci personali. Infatti, malgrado decenni di studi e di sviluppo nei metodi di calcolo utilizzati, non esiste al momento una modalità condivisa e riconosciuta. Innanzitutto, ancora risulta irrisolto il dubbio riguardo la possibilità di dover riconsiderare oltre alle imposte versate anche le spese sostenute dai rispettivi governi e di cui in ultimo beneficiano gli stessi contribuenti che pagano le tasse. Le agevolazioni, le detrazioni, i crediti d’imposta e i servizi garantiti ai contribuenti quotidianamente come andrebbero reinseriti nel calcolo del Tfd? Peraltro, a questo si deve aggiungere che, mentre alcuni centri di ricerca considerano il Pil pro-capite per le loro elaborazioni, altri invece hanno adottato la misura del reddito pro-capite per stabilire il rapporto tra imposte versate e compensi residui.
Una differenza di rilievo
L’estrema differenziazione regna quindi sovrana, tanto che nell’anno in corso due istituti neozelandesi hanno applicato modalità talmente divergenti che l’uno ha indicato nel 21 maggio la ricorrenza del Tfd mentre l’altro l’ha anticipata al 29 aprile. Una distanza temporale piuttosto evidente, determinata dall’inserimento delle spese decise dal governo nei calcoli oppure dalla loro completa espulsione dal meccanismo di calcolo. Ombre quindi e dubbi riguardo l’attendibilità piena di questa ricorrenza permangono, anche se un valore quantomeno orientativo, anche se appartenente largamente alla categoria delle stime, il Tfd sembra poter rappresentare.
L’anno era il 1948 e il passo successivo dell’inventore del tax freedom day fu di registrarne prontamente il copyright per evitare discussioni e conflitti in futuro. Quella invenzione aprì la strada allo studio dei trend fiscali in atto.Il tema infatti, pur essendo ancora di modesto appeal popolare, iniziava già a farsi largo tra gli esperti, dato che per la prima volta, come accadeva ciclicamente all’indomani dei grandi conflitti, anche negli Usa il governo federale di Washington diede il via a una decisa operazione legislativa mirata all’introduzione di nuove tasse, imposte più elevate e tributi vari. L’obiettivo era recuperare le risorse necessarie per finanziare la ricostruzione in Europa, mantenere in linea i conti pubblici statunitensi e affrontare le nuove sfide offerte dal dopoguerra. Come reazione, il contribuente medio americano iniziò a percepire il fisco più vicino rispetto alla distanza cui era stato abituato a partire dagli anni ’30. Nacquero quindi istituzioni, centri di ricerca e organizzazioni dedicate all’analisi e allo studio dei trend fiscali in atto.
Negli States la casa d’origine del Tfd
Fin dall’inizio, Hostetler si occupò di ricostruire la storia del rapporto tra imposte e redditi fino a quando vent’anni dopo decise di cedere i diritti della sua invenzione alla Tax Foundation che oggi gestisce lo sviluppo e le nuove applicazioni. Sono quindi gli Stati Uniti la patria originaria del Tfd. Non è quindi un caso che proprio negli Usa sia stata ricostruita l’evoluzione di un secolo di storia in cui sono stati fissati gli appuntamenti simbolici con il Natale dei contribuenti. In pratica, mentre nel 1900, all’esordio del secolo passato, il giorno della liberazione dal Fisco coincideva con il 22 gennaio, quindi in pieno inverno, a metà secolo ci si era già approssimati alla primavera, mentre negli anni ’90 si oltrepassava la linea del calendario rappresentata dal mese di aprile, per superare poi quella del mese di maggio nel 2000. Insomma, un trend continuo che cattura l’immagine d’un fisco sempre più presente sulle tasche dei contribuenti americani.
Negli Usa, nel 2008, meno giorni al Fisco, ma non c’è da esserne allegri
L’ultimo dato riguarda proprio l’anno in corso, che vede il Fisco in arretramento, tanto che il Tfd è stato festeggiato con tre giorni d’anticipo. In realtà, l’evento desta più preoccupazione che non gioia. Infatti, i due motori principali che hanno determinato il ripiegarsi del Natale del contribuente sono in relazione alle pessime condizioni dell’economia statunitense, che vede il Pil in ripiegamento, e soprattutto alla pioggia di rimborsi fiscali che hanno consentito una distribuzione di ben 140 miliardi di dollari sui bilanci di decine di milioni di famiglie. Si tratta quindi d’un evento eccezionale, che in realtà potrebbe preannunciare una crisi imminente ancor più dolorosa di quelle verificatesi in passato, per esempio nel ’97 o nel 2001.
I dubbi sul TFD
L’indicazione, la misura e le relative varianti relative al tax freedom day non costituiscono un principio assoluto, e soprattutto condiviso, che fissa il rapporto reale tra i giorni di lavoro che il contribuente riserva al versamento delle imposte e quelli i cui compensi sono indirizzati sui suoi bilanci personali. Infatti, malgrado decenni di studi e di sviluppo nei metodi di calcolo utilizzati, non esiste al momento una modalità condivisa e riconosciuta. Innanzitutto, ancora risulta irrisolto il dubbio riguardo la possibilità di dover riconsiderare oltre alle imposte versate anche le spese sostenute dai rispettivi governi e di cui in ultimo beneficiano gli stessi contribuenti che pagano le tasse. Le agevolazioni, le detrazioni, i crediti d’imposta e i servizi garantiti ai contribuenti quotidianamente come andrebbero reinseriti nel calcolo del Tfd? Peraltro, a questo si deve aggiungere che, mentre alcuni centri di ricerca considerano il Pil pro-capite per le loro elaborazioni, altri invece hanno adottato la misura del reddito pro-capite per stabilire il rapporto tra imposte versate e compensi residui.
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Stefano Latini
pubblicato Giovedì 24 Luglio 2008
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