Martedì 22 Maggio 2012 - Aggiornato alle 10:01
Attualità
L’attrattività turistica si misura anche dal fisco?
Potrebbe essere questo l’interrogativo che nasce da un’inchiesta della Commissione Ue del luglio 2005 e oggi ancora attuale
Se l'indagine pubblicata di recente da un noto quotidiano economico italiano posiziona l’Italia al sesto posto della speciale classifica per capacità di attrarre la clientela, quella Ue analizza anche il fattore fiscale. E il quadro che emerge è differente.
FOCUS Come si misura l’attrattività turistica di un Paese? Potrebbe essere questa la domanda che sorge spontanea analizzando i risultati di un’inchiesta elaborata, di recente, da un noto quotidiano economico-finanziario italiano sul settore del turismo europeo; dalla lettura di questi dati, infatti, discende la constatazione che il sistema turistico italiano soffre di una strana patologia: l’incompetitività. Dagli anni ‘70, in cui il Belpaese era riuscito ad attestarsi come leader nella graduatoria mondiale tra le destinazioni più visitate, l’attrattività e la competitività dell’Italia come destinazione turistica ha iniziato, costantemente, a ridursi mentre l’offerta globale degli altri Paesi si è dimostrata, sotto il profilo qualitativo, migliore e (a parità di prodotto) più conveniente.
Gli elementi considerati
I fattori presi in considerazione dall’inchiesta de qua hanno spaziato dall’abbondanza dell’offerta alla competitività, dalla convenienza della destinazione turistica agli investimenti fatti dal settore pubblico e privato nel comparto. La sommatoria di tutti questi fattori ha determinato un piazzamento dell’Italia sul sesto gradino della classifica che misura la capacità di attrarre la clientela. Al primo posto del podio si è posizionata l’Austria, grazie alla maggior disponibilità di strutture ricettive, posti letto, pernottamenti in rapporto alla popolazione locale. Di seguito i nostri competitors tradizionali che si affacciano sul bacino del mediterraneo: la Spagna, la Grecia, la Croazia e il Portogallo. Ciò detto, bisogna osservare che tra gli elementi elaborati dal quotidiano non si è tenuto conto dell’analisi relativa all’imposizione fiscale che grava sul settore del turismo. In questo caso, infatti, la posizione dell’Italia (secondo uno studio effettuato dalla Commissione europea nel luglio del 2005) sarebbe scesa fino al decimo posto.
La classifica Iva della Commissione Ue
In particolare, l’analisi posta in essere dall’Esecutivo Ue ha inteso comparare la misura dell’aliquota dell’imposta (comunitaria) sul valore aggiunto, che viene applicata nel settore degli alberghi e della ristorazione, all’interno del mercato europeo. Molti Paesi membri, infatti, prevedono per il settore alberghiero e quello della ristorazione una differente imposizione fiscale. Dai dati rilevati dal governo europeo, emerge che il Paese più conveniente risulta essere il Lussemburgo con un’aliquota Iva (uguale per alberghi e ristoranti) fissa nella misura del 3 per cento; fanalino di coda il Regno Unito (aliquota Iva 17,5 per cento). Un’imposizione più elevata rispetto all’Italia, (che, insieme all’Austria, prevede l’aliquota Iva per hotel e ristoranti nella misura del 10 per cento), si registra per l’Irlanda (13,5 per cento) e per la Svezia (aliquota del 12 per cento per alberghi e 25 per cento per ristoranti). Meglio dell’Italia (ma con alcune puntualizzazioni per Francia e Portogallo) il resto dei Paesi membri; così la Grecia pone la misura dell’aliquota al 9 per cento, la Slovenia all’8,5, la Spagna al 7 e i Paesi Bassi al 6. Il Belgio a fronte di un’aliquota ridotta pari alla misura del 6 per cento per alberghi pone l’aliquota del 21 per il settore ristoranti. Anche la Francia differenzia i suddetti settori, prevedendo una aliquota Iva pari al 5,5 per il compartimento alberghiero e 19,6 per quello ristorativo; il Portogallo posiziona la misura dell’imposta al 5 per cento per gli hotel e al 12 per i ristoranti.
L’introduzione dell’euro
Su tali differenze si contrappone, a far data dal primo gennaio 2002, con l’introduzione dell’euro una identità di comparazione dei prezzi immediata, almeno tra i diversi competitors appartenenti al gruppo Eurolandia, cosicché il costo aziendale delle prestazioni turistiche soggette a Iva assume un confronto diretto e rilevante.
Le soluzioni proposte
Per rilanciare il comparto turistico, soprattutto in una prospettiva di competitività sui mercati internazionali, sembrano opportuni interventi mirati di politica economica. I (citati) Paesi concorrenti, infatti, riescono a conquistare visitors grazie a un’offerta con un rapporto qualità-prezzo (determinato anche dall’imposizione Iva) più conveniente. Dall’analisi europea emerge così, che, per gli hotel, a fronte di un’aliquota nazionale pari al 10 per cento, il gap sui diretti competitori è del 4,5 per cento nei confronti della Francia, del 3 per cento nei confronti della Spagna (nei confronti di quest’ultima, il gap è uguale anche nel settore della ristorazione) e dell’1 per cento nei confronti della Grecia. Con riferimento, poi, ai nuovi Paesi membri dell’Ue, molti dei quali rappresentano una potenziale diretta concorrenza, almeno per alcuni segmenti di mercato, rispetto all’offerta turistica italiana, l’aliquota dei servizi alberghieri è costantemente inferiore a quella del tricolore (ad eccezione di Ungheria e Slovacchia che, tuttavia, non sfociano nelle acque mediterranee).
Confcommercio e Federalberghi
Di qui le soluzioni avanzate dalla Confederazione Generale Italiana del Commercio e dalla Federazione delle Associazioni Italiane Alberghi e Turismo. In via preliminare, per ridare vigore al settore domestico del turismo si dovrebbe intervenire sul settore fiscale eliminando la "tassa sulla competitività", determinata da un’aliquota Iva per gli alberghi e la ristorazione superiore a quella dei diretti competitors europei (e non soltanto). Riduzione dell’Iva di (almeno) tre punti percentuali (e cioè al 7 per cento) sembrerebbe essere, quindi, la condizione indispensabile per competere sui mercati esteri sotto il profilo della (leale) concorrenza fiscale. Dall’analisi complessiva del settore commerciale turistico italiano, poi, emergerebbe il problema (tutto interno) rappresentato dal fenomeno (sommerso) delle seconde e terze case in affitto che competono col mercato legale evadendo il fisco o eludendo lo stesso mediante sistemi di riconversione delle strutture in sistemazioni (para)turistiche recettive.
Le difficoltà del settore turistico
Communis opinio ritiene che le difficoltà del compartimento turistico deriverebbero da un sistema-Paese che non riesce a valorizzare un settore economico che, in un’accezione ampia, contribuisce per circa il 13 per cento al Pil nazionale. Sembra, dunque, necessario l’adeguamento delle aliquote Iva ai livelli più competitivi presenti in Europa, anche perché lo stesso provvedimento potrebbe trasformarsi in un investimento, capace di produrre nuova ricchezza per il Paese e conseguentemente gettito fiscale aggiuntivo.
La funzione suppletiva degli eurogiudici
In extrema ratio, con riferimento alle vigenti differenze dell’Iva, una funzione correttiva la si potrebbe intravedere nelle decisioni vincolanti degli eurogiudici. Se l’obiettivo principale del legislatore europeo è puntare all’armonizzazione dei regimi degli Stati membri (mediante direttive, regolamenti e decisioni) grava sulla Corte di Giustizia Ue il ruolo suppletivo di verificare il rispetto del dettato comune. D’altra parte l’Iva è stata scelta dalla Comunità quale principale imposta sui consumi, in vista di instaurare un mercato unico con caratteristiche analoghe a quelle di un mercato interno. La realizzazione di questo obiettivo, pertanto, presuppone l’applicazione nei singoli Paesi membri di legislazioni comuni ed uniformi tali da non falsare le condizioni di concorrenza e non ostacolare la libera circolazione delle merci e dei servizi.
Comparto congressuale
Altro elemento di freno al libero sviluppo del sistema turistico potrebbe essere rappresentato dal comparto congressuale. La possibilità di detrarre l’Iva per le prestazioni alberghiere e di somministrazione di alimenti e bevande, connesse allo svolgimento degli eventi congressuali costituirebbe, infatti, un importante "sfogo" in termini concorrenziali. I diretti competitor europei in cui non è presente alcun ostacolo tributario che impedisce la detrazione dell’Iva congressuale sono la Spagna, la Francia, la Germania, il Benelux, la Gran Bretagna, la Svezia e la Finlandia.
Spese congressuali detraibili nella finanziaria 2007
Tale previsione è ora prevista anche nel nostro ordinamento domestico. Con la legge n. 296 del 2006, comma 304 e 305 dell’articolo unico, così, rientrano nella detraibilità delle spese per l’effettuazione di congressi ed eventi sia le spese per le prestazioni alberghiere e di ristorazione che sono erogate nei giorni di svolgimento dell’evento (a cui testualmente fa riferimento la norma) sia anche le spese, relative agli stessi servizi, per sostenere la partecipazione alle attività congressuali (così la disposizione contenuta nell’articolo 19-bis1, comma 1, lettera e) del Dpr n. 633 del 1972 modificata dalla legge finanziaria per il 2007 che ha introdotto la detraibilità dell’Iva pagata sulle prestazioni alberghiere e sulla somministrazione di alimenti e bevande, in occasione di partecipazione a convegni, congressi ed eventi similari). La detrazione risulta applicabile nella misura del 50 per cento dell’Iva assolta sulle prestazioni de quibus. La norma, riferendosi alle prestazioni erogate nei giorni di svolgimento dei convegni, intende permettere la detrazione dell’Iva assolta con riferimento alle spese alberghiere e di ristorazione strettamente inerenti e necessarie ai fini della partecipazione alle attività congressuali. L’organizzazione dell’evento o la localizzazione dello stesso rispetto al domicilio dei partecipanti possono rendere necessario sostenere tali spese nel giorno immediatamente antecedente al suo svolgimento o nel periodo immediatamente successivo. La detraibilità domestica dell’Iva congressuale, peraltro, dovrebbe facilitare la ripresa del settore avviando un processo virtuoso ed indirizzando verso il nostro Paese importanti quote di turismo d’affari, perse, di recente, a vantaggio dei principali Paesi concorrenti (soprattutto la Spagna), dove l’Iva risulta detraibile da tempo.
Le soluzioni possibili
L’obiettivo dovrebbe, quindi, essere quello di far compiere all’Italia un passo "indietro" agli anni ’70. In questo periodo il nostro Paese deteneva lo status di leader turistico nel mondo (giova osservare che nessun altro Paese possiede il primato mondiale dell’Italia di 41 siti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, migliaia di chilometri di coste, arte e cultura, storia, folklore ed esclusive tradizioni gastronomiche). Accanto a primarie opere infrastrutturali (soprattutto nel soleggiato sud del Paese), servizi pubblici più efficienti, allettanti offerte private necessiterebbero, last but not least, istituzionali politiche fiscali volte, a buon ragione, ad interagire armoniosamente nel quadro di un ampio programma di marketing territoriale per rilanciare l’immagine del sistema turistico made in Italy.
Se l'indagine pubblicata di recente da un noto quotidiano economico italiano posiziona l’Italia al sesto posto della speciale classifica per capacità di attrarre la clientela, quella Ue analizza anche il fattore fiscale. E il quadro che emerge è differente. FOCUS Come si misura l’attrattività turistica di un Paese? Potrebbe essere questa la domanda che sorge spontanea analizzando i risultati di un’inchiesta elaborata, di recente, da un noto quotidiano economico-finanziario italiano sul settore del turismo europeo; dalla lettura di questi dati, infatti, discende la constatazione che il sistema turistico italiano soffre di una strana patologia: l’incompetitività. Dagli anni ‘70, in cui il Belpaese era riuscito ad attestarsi come leader nella graduatoria mondiale tra le destinazioni più visitate, l’attrattività e la competitività dell’Italia come destinazione turistica ha iniziato, costantemente, a ridursi mentre l’offerta globale degli altri Paesi si è dimostrata, sotto il profilo qualitativo, migliore e (a parità di prodotto) più conveniente.
Gli elementi considerati
I fattori presi in considerazione dall’inchiesta de qua hanno spaziato dall’abbondanza dell’offerta alla competitività, dalla convenienza della destinazione turistica agli investimenti fatti dal settore pubblico e privato nel comparto. La sommatoria di tutti questi fattori ha determinato un piazzamento dell’Italia sul sesto gradino della classifica che misura la capacità di attrarre la clientela. Al primo posto del podio si è posizionata l’Austria, grazie alla maggior disponibilità di strutture ricettive, posti letto, pernottamenti in rapporto alla popolazione locale. Di seguito i nostri competitors tradizionali che si affacciano sul bacino del mediterraneo: la Spagna, la Grecia, la Croazia e il Portogallo. Ciò detto, bisogna osservare che tra gli elementi elaborati dal quotidiano non si è tenuto conto dell’analisi relativa all’imposizione fiscale che grava sul settore del turismo. In questo caso, infatti, la posizione dell’Italia (secondo uno studio effettuato dalla Commissione europea nel luglio del 2005) sarebbe scesa fino al decimo posto.
La classifica Iva della Commissione Ue
In particolare, l’analisi posta in essere dall’Esecutivo Ue ha inteso comparare la misura dell’aliquota dell’imposta (comunitaria) sul valore aggiunto, che viene applicata nel settore degli alberghi e della ristorazione, all’interno del mercato europeo. Molti Paesi membri, infatti, prevedono per il settore alberghiero e quello della ristorazione una differente imposizione fiscale. Dai dati rilevati dal governo europeo, emerge che il Paese più conveniente risulta essere il Lussemburgo con un’aliquota Iva (uguale per alberghi e ristoranti) fissa nella misura del 3 per cento; fanalino di coda il Regno Unito (aliquota Iva 17,5 per cento). Un’imposizione più elevata rispetto all’Italia, (che, insieme all’Austria, prevede l’aliquota Iva per hotel e ristoranti nella misura del 10 per cento), si registra per l’Irlanda (13,5 per cento) e per la Svezia (aliquota del 12 per cento per alberghi e 25 per cento per ristoranti). Meglio dell’Italia (ma con alcune puntualizzazioni per Francia e Portogallo) il resto dei Paesi membri; così la Grecia pone la misura dell’aliquota al 9 per cento, la Slovenia all’8,5, la Spagna al 7 e i Paesi Bassi al 6. Il Belgio a fronte di un’aliquota ridotta pari alla misura del 6 per cento per alberghi pone l’aliquota del 21 per il settore ristoranti. Anche la Francia differenzia i suddetti settori, prevedendo una aliquota Iva pari al 5,5 per il compartimento alberghiero e 19,6 per quello ristorativo; il Portogallo posiziona la misura dell’imposta al 5 per cento per gli hotel e al 12 per i ristoranti.
L’introduzione dell’euro
Su tali differenze si contrappone, a far data dal primo gennaio 2002, con l’introduzione dell’euro una identità di comparazione dei prezzi immediata, almeno tra i diversi competitors appartenenti al gruppo Eurolandia, cosicché il costo aziendale delle prestazioni turistiche soggette a Iva assume un confronto diretto e rilevante.
Le soluzioni proposte
Per rilanciare il comparto turistico, soprattutto in una prospettiva di competitività sui mercati internazionali, sembrano opportuni interventi mirati di politica economica. I (citati) Paesi concorrenti, infatti, riescono a conquistare visitors grazie a un’offerta con un rapporto qualità-prezzo (determinato anche dall’imposizione Iva) più conveniente. Dall’analisi europea emerge così, che, per gli hotel, a fronte di un’aliquota nazionale pari al 10 per cento, il gap sui diretti competitori è del 4,5 per cento nei confronti della Francia, del 3 per cento nei confronti della Spagna (nei confronti di quest’ultima, il gap è uguale anche nel settore della ristorazione) e dell’1 per cento nei confronti della Grecia. Con riferimento, poi, ai nuovi Paesi membri dell’Ue, molti dei quali rappresentano una potenziale diretta concorrenza, almeno per alcuni segmenti di mercato, rispetto all’offerta turistica italiana, l’aliquota dei servizi alberghieri è costantemente inferiore a quella del tricolore (ad eccezione di Ungheria e Slovacchia che, tuttavia, non sfociano nelle acque mediterranee).
Confcommercio e Federalberghi
Di qui le soluzioni avanzate dalla Confederazione Generale Italiana del Commercio e dalla Federazione delle Associazioni Italiane Alberghi e Turismo. In via preliminare, per ridare vigore al settore domestico del turismo si dovrebbe intervenire sul settore fiscale eliminando la "tassa sulla competitività", determinata da un’aliquota Iva per gli alberghi e la ristorazione superiore a quella dei diretti competitors europei (e non soltanto). Riduzione dell’Iva di (almeno) tre punti percentuali (e cioè al 7 per cento) sembrerebbe essere, quindi, la condizione indispensabile per competere sui mercati esteri sotto il profilo della (leale) concorrenza fiscale. Dall’analisi complessiva del settore commerciale turistico italiano, poi, emergerebbe il problema (tutto interno) rappresentato dal fenomeno (sommerso) delle seconde e terze case in affitto che competono col mercato legale evadendo il fisco o eludendo lo stesso mediante sistemi di riconversione delle strutture in sistemazioni (para)turistiche recettive.
Le difficoltà del settore turistico
Communis opinio ritiene che le difficoltà del compartimento turistico deriverebbero da un sistema-Paese che non riesce a valorizzare un settore economico che, in un’accezione ampia, contribuisce per circa il 13 per cento al Pil nazionale. Sembra, dunque, necessario l’adeguamento delle aliquote Iva ai livelli più competitivi presenti in Europa, anche perché lo stesso provvedimento potrebbe trasformarsi in un investimento, capace di produrre nuova ricchezza per il Paese e conseguentemente gettito fiscale aggiuntivo.
La funzione suppletiva degli eurogiudici
In extrema ratio, con riferimento alle vigenti differenze dell’Iva, una funzione correttiva la si potrebbe intravedere nelle decisioni vincolanti degli eurogiudici. Se l’obiettivo principale del legislatore europeo è puntare all’armonizzazione dei regimi degli Stati membri (mediante direttive, regolamenti e decisioni) grava sulla Corte di Giustizia Ue il ruolo suppletivo di verificare il rispetto del dettato comune. D’altra parte l’Iva è stata scelta dalla Comunità quale principale imposta sui consumi, in vista di instaurare un mercato unico con caratteristiche analoghe a quelle di un mercato interno. La realizzazione di questo obiettivo, pertanto, presuppone l’applicazione nei singoli Paesi membri di legislazioni comuni ed uniformi tali da non falsare le condizioni di concorrenza e non ostacolare la libera circolazione delle merci e dei servizi.
Comparto congressuale
Altro elemento di freno al libero sviluppo del sistema turistico potrebbe essere rappresentato dal comparto congressuale. La possibilità di detrarre l’Iva per le prestazioni alberghiere e di somministrazione di alimenti e bevande, connesse allo svolgimento degli eventi congressuali costituirebbe, infatti, un importante "sfogo" in termini concorrenziali. I diretti competitor europei in cui non è presente alcun ostacolo tributario che impedisce la detrazione dell’Iva congressuale sono la Spagna, la Francia, la Germania, il Benelux, la Gran Bretagna, la Svezia e la Finlandia.
Spese congressuali detraibili nella finanziaria 2007
Tale previsione è ora prevista anche nel nostro ordinamento domestico. Con la legge n. 296 del 2006, comma 304 e 305 dell’articolo unico, così, rientrano nella detraibilità delle spese per l’effettuazione di congressi ed eventi sia le spese per le prestazioni alberghiere e di ristorazione che sono erogate nei giorni di svolgimento dell’evento (a cui testualmente fa riferimento la norma) sia anche le spese, relative agli stessi servizi, per sostenere la partecipazione alle attività congressuali (così la disposizione contenuta nell’articolo 19-bis1, comma 1, lettera e) del Dpr n. 633 del 1972 modificata dalla legge finanziaria per il 2007 che ha introdotto la detraibilità dell’Iva pagata sulle prestazioni alberghiere e sulla somministrazione di alimenti e bevande, in occasione di partecipazione a convegni, congressi ed eventi similari). La detrazione risulta applicabile nella misura del 50 per cento dell’Iva assolta sulle prestazioni de quibus. La norma, riferendosi alle prestazioni erogate nei giorni di svolgimento dei convegni, intende permettere la detrazione dell’Iva assolta con riferimento alle spese alberghiere e di ristorazione strettamente inerenti e necessarie ai fini della partecipazione alle attività congressuali. L’organizzazione dell’evento o la localizzazione dello stesso rispetto al domicilio dei partecipanti possono rendere necessario sostenere tali spese nel giorno immediatamente antecedente al suo svolgimento o nel periodo immediatamente successivo. La detraibilità domestica dell’Iva congressuale, peraltro, dovrebbe facilitare la ripresa del settore avviando un processo virtuoso ed indirizzando verso il nostro Paese importanti quote di turismo d’affari, perse, di recente, a vantaggio dei principali Paesi concorrenti (soprattutto la Spagna), dove l’Iva risulta detraibile da tempo.
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Boris Bivona
pubblicato Venerdì 24 Agosto 2007
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