Attualità
L'Iva negli enti locali (8)
Corsi di formazione. Musei, biblioteche e vendita di souvenir. Canili, bagni pubblici, impianti sportivi e farmacie. Mattatoio comunale. Gestione di mercati e ferie
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17. Corsi di formazione
La problematica relativa al trattamento tributario, ai fini dell'Iva, dei corsi di formazione, organizzati da enti pubblici, territoriali e non, ha subito nel tempo diverse modifiche, per approdare a definitiva soluzione con l'articolo 14, comma 8, lettera b), della legge n. 537 del 24 dicembre 1993, che ha integrato la disposizione di carattere generale contenuta nell'articolo 10, n. 20, del Dpr 633/72, concernente lo svolgimento dell'attività didattica.
Il legislatore, pertanto, ha disposto l'esenzione da Iva per "le prestazioni educative dell'infanzia e della gioventù e quelle didattiche di ogni genere, anche per la formazione, l'aggiornamento, la riqualificazione e riconversione professionale, rese da istituti o scuole riconosciuti da pubbliche amministrazioni, comprese le prestazioni relative all'alloggio, al vitto ed alla fornitura di libri e materiali didattici, ancorché fornite da istituzioni, collegi o pensioni annessi, dipendenti o funzionalmente collegati, nonché le lezioni relative a materie scolastiche e universitarie impartite da insegnanti a titolo personale".
Il regime di esenzione, oltre che allo svolgimento dell'attività didattica, si estende anche alle prestazioni connesse e/o collegate, consistenti nell'alloggio, nel vitto e nella fornitura di libri e altro materiale didattico.
Inoltre, con risoluzione n. 241 del 22 settembre 1995, il ministero delle Finanze ha precisato che non assumono rilevanza ai fini Iva i contributi erogati dagli enti pubblici a sostegno dell'attività formativa svolta da associazioni non aventi finalità di lucro, qualora tali prestazioni - espressamente previste nello statuto dell'associazione - siano rivolte esclusivamente verso i propri soci.
Il ministero ha correttamente rilevato che, in tale fattispecie, il contributo erogato non rientra nella previsione di esenzione dall'Iva di cui al richiamato articolo 14 della legge 537/93, perché non costituisce corrispettivo a fronte di specifiche prestazioni di servizi, non rinvenendosi una connessione diretta fra lo stesso e l'esecuzione di corsi di formazione, né un rapporto obbligatorio fra i due soggetti (ente erogatore del contributo e associazione) che consenta di attribuire natura di corrispettivo al contributo.

18. Musei, biblioteche e vendita di souvenir
Le prestazioni di servizi inerenti la visita a musei sono esenti dall'Iva, rientrando nell'esplicita previsione dell'articolo 10, n. 22, del Dpr 633/72 che estende la sua operatività anche alle prestazioni delle "biblioteche, discoteche e simili", come pure alla visita di gallerie, pinacoteche, monumenti, ville, palazzi, parchi, giardini botanici e zoologici e simili.
Trattandosi di attività considerata commerciale ai fini dell'Iva, seppure esente da imposta, le relative prestazioni sono soggette agli obblighi di fatturazione e agli altri adempimenti contemplati dal Dpr 633/72.
Sono, invece, imponibili secondo l'aliquota propria del bene ceduto, le vendite di oggetti ricordo (souvenir, poster, gadget vari, eccetera), effettuate nel contesto della visita ai musei e agli edifici di cui sopra.
La risoluzione n. 4 del 18 gennaio 1999 ha affrontato la particolare questione della disciplina applicabile alla gestione, da parte di soggetti privati, del servizio di biglietteria dei musei statali. L'intervento di prassi chiarisce che il carattere di oggettività della norma contenuta nell'articolo 10, n. 22, del Dpr 633/72 rende esente dall'applicazione dell'imposta anche il servizio di biglietteria affidato in gestione a soggetti privati. Naturalmente, conclude il ministero, "i corrispettivi relativi all'espletamento di altri generici ed autonomi servizi, quali, a titolo esemplificativo, il sevizio di accoglienza e assistenza al pubblico in punti di ristoro e relative somministrazioni, la cessione di materiale illustrativo e di oggettistica, non essendo inerenti alla visita ai musei devono essere assoggettati ad IVA in base all'aliquota loro propria".

19. Canili, bagni pubblici, impianti sportivi e farmacie
La gestione di un canile da parte di un Comune è rilevante o meno ai fini Iva, in conseguenza delle concrete modalità di svolgimento dell'attività.
Se la gestione del canile municipale è svolta per fini di pubblica utilità e mediante l'esercizio di poteri pubblicistici, la stessa non è soggetta all'applicazione dell'Iva. Diversamente, se prestata nei confronti di privati o di altri enti dietro corrispettivo, assume le connotazioni di attività commerciale, soggetta all'aliquota del 20 per cento (cfr. circolare n. 18 del 22 maggio 1976, la quale, sebbene datata, esplicita principi tuttora di valida applicazione).

Analogamente, configurano esercizio di attività commerciale, se svolte avverso corrispettivo, la gestione di centri e impianti sportivi (aliquota 20 per cento) e di bagni pubblici, anch'esse oggetto della circolare n. 18/1976.

Per quanto riguarda l'attività di gestione di farmacie, nel rinviare ai chiarimenti contenuti sempre nella circolare n. 18/1976, si precisa che l'aliquota applicabile alle cessioni di prodotti farmaceutici e da banco segue quella propria dei prodotti commercializzati e degli eventuali servizi prestati.
Vale la pena di rammentare, inoltre, che la predetta attività costituisce eccezione alla regola generale - contenuta nel decreto ministeriale 4 agosto 1993 ("non sono soggette all'obbligo di documentazione disposto dall'art. 12, comma 1, della legge 413/1991 le operazioni poste in essere da regioni, province, comuni e loro consorzi ..., nonché dagli enti obbligati alla tenuta della contabilità pubblica, ad esclusione di quelle poste in essere dalle farmacie gestite dai predetti enti") - che esonera i Comuni dall'obbligo di emissione dello scontrino fiscale; pertanto, le cessioni di beni e/o le prestazioni di servizi rese dagli enti locali nell'esercizio dell'attività di farmacia sono soggette non solo a tutti gli obblighi previsti dal titolo II del Dpr 633/72 (fatturazione, registrazione, liquidazione, versamento e dichiarazione), ma anche agli ulteriori adempimenti fiscali, concernenti l'emissione della ricevuta o dello scontrino fiscale.

20. Mattatoio comunale
Valgono, in proposito, le stesse considerazioni già svolte nel paragrafo precedente, per cui se l'attività di macellazione è svolta dal Comune, essa assume le caratteristiche commerciali e deve essere assoggettata a Iva.
Un recente intervento dell'Agenzia delle Entrate (risoluzione n. 58 del 9 aprile 2004) fornisce chiarimenti in ordine all'applicazione delle disposizioni contenute nell'articolo 16 del Dpr 633/72 e del decreto legge 328/97 (convertito dalla legge 410/97), con riferimento all'aliquota Iva da applicare ai servizi di macellazione. L'Agenzia ritiene che, trattandosi di attività inerente il processo di trasformazioni delle carni, che saranno soggette a sezionamento e trasformazione da parte dei macellai, la prestazione rientra necessariamente nell'ambito del citato articolo 16, terzo comma, con la conseguenza che detti servizi sono da assoggettare all'aliquota ridotta del 10 per cento, di cui al n. 3 e seguenti, della tabella A, parte III, allegata al Dpr 633/72, al pari delle cessioni di carni.
Invece, qualora il Comune, oltre ai servizi di macellazione, svolga anche i servizi sanitari, detti servizi scontano l'aliquota ordinaria del 20 per cento, non essendo annoverabili tra le operazioni di produzione che, ai sensi del citato articolo 16, seguono la stessa aliquota applicabile alla cessione del bene prodotto.

21. Gestione di mercati e fiere
La gestione di fiere e mercati da parte dei Comuni è inquadrabile nella generale nozione di "attività commerciali ed agricole", così generando operazioni imponibili ai fini dell'Iva, soggette all'aliquota del 20 per cento.

Analoga rilevanza (e, conseguentemente, soggezione al medesimo trattamento fiscale) riveste la concessione di posteggi fissi per mercati e fiere, con contestuale erogazione di altri servizi, sebbene non espressamente prevista nella circolare n. 18/1976.

Sulla nozione di mercato comunale o pubblico mercato è intervenuta la Corte di cassazione con un'importante pronunzia (n. 253 del 14 gennaio 1998), che, per l'autorità del consesso giudicante e per il rilievo della questione esaminata, può essere definita rivoluzionaria, in quanto sopravviene a definire in maniera del tutto inedita il grosso problema dei limiti e dei casi di cumulabilità del canone di concessione, corrisposto dai commercianti ambulanti al Comuni per l'occupazione di spazi di vendita all'interno di mercati comunali, con la Tosap, normalmente applicata dai Comuni stessi a carico degli occupanti.
Preliminarmente, la Suprema Corte chiarisce che per mercato comunale deve intendersi un apposito fabbricato, a tale funzione espressamente destinato dall'ente locale; diversamente, il pubblico mercato si svolge su suoli naturalmente e normalmente inclusi nel complesso della viabilità municipale, restituibili alla loro originaria funzione con la semplice rimozione dei banchi di vendita e delle strutture accessorie. In tali casi (mercato posto su spazi pubblici quali vie, piazze, eccetera), la sua destinazione a mercato concretizza una sottrazione dello spazio all'uso collettivo e, pertanto, è giusto che il Comune pretenda, per gli stand e box concessi ai commercianti sia il canone di concessione che la Tosap. Invece, qualora il Comune realizzi un apposito fabbricato, da destinare a mercato comunale, l'ente locale può legittimamente riscuotere solo il canone di concessione, ma non anche la Tosap.


8 - continua. La nona e ultima puntata su FISCOoggi di giovedì 21; le prime sette sono disponibili nella sezione "Riflettori su..."

Valeria Fusconi
pubblicato Venerdì 15 Luglio 2005

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