Martedì 22 Maggio 2012 - Aggiornato alle 18:02
Attualità
Su mille sigarette accese in media vanno in fumo 165 euro, 96 in tasse
Fumare entro i confini dell’Ue è un lusso, tanto che la sigaretta oramai richiede il materializzarsi d’una vera e propria bolletta
Lo spazio occupato sui bilanci individuali dei singoli fumatori è stimato dai bookmaker in rapida dilatazione, soprattutto in seguito alle proposte avanzate ieri dalla Commissione europea in materia di accise sul tabacco. E le previsioni future indicano un crollo nel primato della domanda al consumo. Un progetto, quello elaborato da Bruxelles, che determinerà un incremento percentuale nel costo del pacchetto di sigarette di almeno il 5 per cento, in valore medio, ma con punte che in alcuni Paesi potrebbero ben assetarsi in doppia cifra.. In Italia, per esempio, l’aumento medio per pacchetto potrebbe rivelarsi pari al 18 per cento, contribuendo di fatto ad allontanare dal mercato della sigaretta l’8 per cento dei fumatori. Ma il primato nel crollo della domanda al consumo è previsto in Polonia, dove il costo delle sigarette è atteso alla prova d’un possibile raddoppio, oltre il 46 per cento, con un impatto sul consumo di tabacco che dovrebbe far battere in ritirata il 20 per cento dei fumatori. Anche in Belgio s’attendono segnali chiari d’una inversione di tendenza, dato che la storica avanzata dei fumatori, forte la nicchia di quelli passionali, dovrebbe incontrare una sorta di Caporetto, con un crollo stimato nel 15 per cento dei consumatori. Comunque si tratta di previsioni, il cui fondamento è riconducibile a uno studio della Banca mondiale che considerava un aumento del prezzo pari al 10 per cento sufficiente a causare un indietreggiamento della domanda complessiva di tabacco di circa il 4 per cento. A parità di certe condizioni naturalmente, che non tutti i Paesi membri dell’Unione sembrano al momento capaci di offrire.
Cara sigaretta, ma quanto mi costi?
Tanto, e in futuro i cordoni della Borsa del fumo potrebbero richiedere un’elasticità ancora maggiore. Oggi infatti nel Regno Unito con mille sigarette vanno in fumo oltre 400 euro, 405 per l’esattezza. Di questi, circa 250 sono proprietà del fisco. Naturalmente, l’Irlanda non poteva certo restare indietro rispetto ai cugini. E così da diversi anni a Dublino per lo stesso numero di sigarette, ovvero uno stock di 1000, si richiede un esborso di 372 euro, la cui comproprietà con l’erario si risolve in un gettito pro-quota di accise pari a 227 euro. Come dire tasse basse e modesta tassazione per tutto e tutti, tranne che per le sigarette, che in Irlanda da tempo sono un bene accessorio e storicamente di lusso. E questo nonostante la crescita dei redditi individuali. Il posto d’onore invece, in questa particolare classifica del costo delle sigarette, è riservato alla Svezia, che per mille bionde, data l’abbondanza che ne hanno, richiede soltanto, si fa per dire, una spesa di 258 euro. E al fisco? 134 euro. L’Italia invece segue più in basso e frequenta l’area bassa e temperata della classifica, esibendo un listino prezzi dove per mille sigarette l’esborso è di 175 euro, di cui 102 euro sono destinati a raggiungere l’erario. Come dire nulla rispetto ai vertici della graduatoria.

Più Fisco uguale meno consumo
Ed è proprio questo l’obiettivo concreto dell’operazione lanciata da Bruxelles, ovvero convincere milioni di fumatori che alimentano quotidianamente la domanda di tabacco ad allontanarsi dal mercato. Considerando infatti i danni prodotti dal fumo, le perdite umane e quelle materiali, i cui numeri raccolti in un rapporto recentemente pubblicato dalla Banca Mondiale tratteggiano il quadro d’una sorta di guerra non dichiarata, rispetto alla quale si contabilizzano soltanto le perdite, mai una sola vittoria, la Commissione europea ha deciso quindi di agire sulla leva delle accise, in pratica utilizzando il fisco come strumento di dissuasione. Naturalmente, se le misure disegnate e messe in campo fossero integralmente adottate si raggiungerebbe anche una maggiore flessibilità e un miglior controllo dei listini dei prezzi del pacchetto di sigarette, che più dei titoli di Borsa sono soggetti ad improvvisi mutamenti. L’unica vera differenza che però distingue le sigarette dalle azioni è che il valore al consumo delle prime tende sempre, per una sorta di forza inerziale del mercato, verso l’alto. Che sia un tentativo automatico del marcato che mira ad autocorreggere gli squilibri, soprattutto quelli umani, della borsa del fumo? Chissà.

Lo spettro del contrabbando
Tra i maggiori critici dell’iniziativa di Bruxelles, ovvero le multinazionali del tabacco, si sostiene e si avanza l’ipotesi, condita con cifre e dati encomiabili per la sincera inattendibilità e per la fantasia, che vede le nuove misure e l’inasprirsi delle accise determinare un boom del mercato del contrabbando delle sigarette. In pratica, l’economia sommersa della compravendita delle sigarette dovrebbe ricevere un forte impulso dalla nuova normativa. In realtà, oggi la stima dell’economia legata al contrabbando delle “bionde” è già attestata intorno al 13 per cento. Le cause? Un estrema rilassatezza nella porosità dei confini nazionali soprattutto di alcuni Stati dell’Unione a cui si deve aggiungere una forte divergenza nella tassazione in vigore attraverso l’Europa. Un punto questo che la norma punta invece a riequilibrare, a patto che l’innalzarsi convergente delle accise, e il loro uniformarsi sia seguito da norme stringenti riguardo i controlli imposti sui transiti alle frontiere.
Lo spazio occupato sui bilanci individuali dei singoli fumatori è stimato dai bookmaker in rapida dilatazione, soprattutto in seguito alle proposte avanzate ieri dalla Commissione europea in materia di accise sul tabacco. E le previsioni future indicano un crollo nel primato della domanda al consumo. Un progetto, quello elaborato da Bruxelles, che determinerà un incremento percentuale nel costo del pacchetto di sigarette di almeno il 5 per cento, in valore medio, ma con punte che in alcuni Paesi potrebbero ben assetarsi in doppia cifra.. In Italia, per esempio, l’aumento medio per pacchetto potrebbe rivelarsi pari al 18 per cento, contribuendo di fatto ad allontanare dal mercato della sigaretta l’8 per cento dei fumatori. Ma il primato nel crollo della domanda al consumo è previsto in Polonia, dove il costo delle sigarette è atteso alla prova d’un possibile raddoppio, oltre il 46 per cento, con un impatto sul consumo di tabacco che dovrebbe far battere in ritirata il 20 per cento dei fumatori. Anche in Belgio s’attendono segnali chiari d’una inversione di tendenza, dato che la storica avanzata dei fumatori, forte la nicchia di quelli passionali, dovrebbe incontrare una sorta di Caporetto, con un crollo stimato nel 15 per cento dei consumatori. Comunque si tratta di previsioni, il cui fondamento è riconducibile a uno studio della Banca mondiale che considerava un aumento del prezzo pari al 10 per cento sufficiente a causare un indietreggiamento della domanda complessiva di tabacco di circa il 4 per cento. A parità di certe condizioni naturalmente, che non tutti i Paesi membri dell’Unione sembrano al momento capaci di offrire. Cara sigaretta, ma quanto mi costi?
Tanto, e in futuro i cordoni della Borsa del fumo potrebbero richiedere un’elasticità ancora maggiore. Oggi infatti nel Regno Unito con mille sigarette vanno in fumo oltre 400 euro, 405 per l’esattezza. Di questi, circa 250 sono proprietà del fisco. Naturalmente, l’Irlanda non poteva certo restare indietro rispetto ai cugini. E così da diversi anni a Dublino per lo stesso numero di sigarette, ovvero uno stock di 1000, si richiede un esborso di 372 euro, la cui comproprietà con l’erario si risolve in un gettito pro-quota di accise pari a 227 euro. Come dire tasse basse e modesta tassazione per tutto e tutti, tranne che per le sigarette, che in Irlanda da tempo sono un bene accessorio e storicamente di lusso. E questo nonostante la crescita dei redditi individuali. Il posto d’onore invece, in questa particolare classifica del costo delle sigarette, è riservato alla Svezia, che per mille bionde, data l’abbondanza che ne hanno, richiede soltanto, si fa per dire, una spesa di 258 euro. E al fisco? 134 euro. L’Italia invece segue più in basso e frequenta l’area bassa e temperata della classifica, esibendo un listino prezzi dove per mille sigarette l’esborso è di 175 euro, di cui 102 euro sono destinati a raggiungere l’erario. Come dire nulla rispetto ai vertici della graduatoria.

Più Fisco uguale meno consumo
Ed è proprio questo l’obiettivo concreto dell’operazione lanciata da Bruxelles, ovvero convincere milioni di fumatori che alimentano quotidianamente la domanda di tabacco ad allontanarsi dal mercato. Considerando infatti i danni prodotti dal fumo, le perdite umane e quelle materiali, i cui numeri raccolti in un rapporto recentemente pubblicato dalla Banca Mondiale tratteggiano il quadro d’una sorta di guerra non dichiarata, rispetto alla quale si contabilizzano soltanto le perdite, mai una sola vittoria, la Commissione europea ha deciso quindi di agire sulla leva delle accise, in pratica utilizzando il fisco come strumento di dissuasione. Naturalmente, se le misure disegnate e messe in campo fossero integralmente adottate si raggiungerebbe anche una maggiore flessibilità e un miglior controllo dei listini dei prezzi del pacchetto di sigarette, che più dei titoli di Borsa sono soggetti ad improvvisi mutamenti. L’unica vera differenza che però distingue le sigarette dalle azioni è che il valore al consumo delle prime tende sempre, per una sorta di forza inerziale del mercato, verso l’alto. Che sia un tentativo automatico del marcato che mira ad autocorreggere gli squilibri, soprattutto quelli umani, della borsa del fumo? Chissà.

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Stefano Latini
pubblicato Venerdì 18 Luglio 2008
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