Mercoledì 8 Febbraio 2012 - Aggiornato alle 18:58
Dal mondo
1 milione di americani nel mirino del Fisco
Si tratta di quei contribuenti titolari di conti esteri depositati in banche e istituti finanziari registrati in giurisdizioni offshore
In base a una norma che risale al 1970 sono già vincolati a rivelarne consistenza, coordinate, finalità e origine all’Irs, anche se nel corso dei 4 decenni passati questo impegno di trasparenza è stato osservato da un numero modesto di soggetti. Scatta la caccia ai contribuenti facoltosi statunitensi, all’incirca 1 milione, che pur essendo titolari di conti esteri, in gran parte alloggiati in banche e istituti finanziari registrati in giurisdizioni offshore, si ostinano a non farne cenno al fisco. Il risultato di questa amnesia contabile di gruppo, sindrome piuttosto diffusa anche oltreoceano, ha condotto in anni recenti non soltanto a perdite significative d’incassi per l’erario federale di Washington, peraltro oggi non più tollerabili dato il clima economico incerto e le turbolenze dei mercati, ma all’impennarsi della soglia di rischio connessa agli scambi finanziari e alle transazioni oscure che sostengono e alimentano i bilanci del terrorismo internazionale.
Obbligo di trasparenza sui conti esteri
Dunque, per ragioni di sicurezza, oltre che ordinariamente fiscali, l’attuale Governo statunitense ha deciso di riesumare una norma d’età quasi quarantennale, il cui anno d’esordio risale in realtà al 1970. Infatti, i contribuenti statunitensi titolari di conti esteri sono già vincolati a rivelarne consistenza, coordinate, finalità e origine all’Agenzia delle Entrate americana (Irs), anche se nel corso dei 4 decenni passati questo impegno di trasparenza è stato osservato progressivamente da un numero piuttosto modesto di soggetti. Nell’oramai lontano 1970, in verità già parcheggiato nei tomi di storia fiscale e in epoca ancora distante rispetto agli attuali trend transnazionali propri della globalizzazione contemporanea, i contribuenti che dichiararono al fisco d’essere titolari di conti esteri furono 117mila. Nel 2007, annualità più recente coperta da dati e statistiche di rilievo, il numero complessivo è salito ad oltre 300mila, fino ad arrestarsi a quota 322mila. Una crescita decisa se raffrontata in valori assoluti con l’anno d’esordio, ovvero con il 1970, che si rivela però decisamente negativa se ricondotta al numero potenziale, stimato da diversi istituti e organismi statunitensi, che concordano nel fissare il numero attuale degli americani soggetti alla norma in più di 1milione.

Il numero dei contribuenti statunitensi che risultano titolari di conti esteri
Fonte: Irs (inland Revenue Service)
Punizioni severe in caso di false dichiarazioni
L’obbligo di rivelare al fisco la titolarità di conti esteri prevedeva, in caso di false dichiarazioni, una sanzione che non oltrepassava i 100mila dollari, salve patrimoni piuttosto consistenti rispetto ai quali si applicavano anche pene pecuniarie maggiori. A partire dal 2004, e con l’approvazione del Patriot Act, il sistema delle sanzioni è cambiato ed è stato completamente riscritto al fine di accrescerne rigore e severità. Infatti, mentre i 100mila dollari si sono trasformati in una ammenda civile di base, in pratica quasi ordinaria, l’ammontare massimo della sanzione in caso di rilievi penali può condurre all’esborso di ben 500mila dollari, mentre il limite dei patrimoni soggetti a incameramento da parte del fisco si spinge fino al pagamento all’Amministrazione tributaria di metà delle ricchezze registrate sui conti correnti esteri. Nessuna dichiarazione è invece richiesta qualora il denaro depositato sul conto estero non superi la soglia dei 10mila dollari. Ma la pena si ingigantisce, fino a 10 anni di condanna in appositi penitenziari, qualora alla frode fiscale risultino connesse attività riconducibili a materie penali, tra le quali, per esempio, quelle legate al riciclaggio, al commercio di stupefacenti o al finanziamento di gruppi terroristici. Insomma, la stretta determinata dall’entrata in vigore del Patriot Act nel 2004 ha aperto una sorta di prateria agli ispettori dell’Amministrazione fiscale statunitense, che infatti nel corso del biennio passato hanno avviato una sorta di osservazione costante della contabilità estera di centinaia di migliaia di contribuenti americani e, naturalmente, di aziende.
Obbligo di trasparenza sui conti esteri
Dunque, per ragioni di sicurezza, oltre che ordinariamente fiscali, l’attuale Governo statunitense ha deciso di riesumare una norma d’età quasi quarantennale, il cui anno d’esordio risale in realtà al 1970. Infatti, i contribuenti statunitensi titolari di conti esteri sono già vincolati a rivelarne consistenza, coordinate, finalità e origine all’Agenzia delle Entrate americana (Irs), anche se nel corso dei 4 decenni passati questo impegno di trasparenza è stato osservato progressivamente da un numero piuttosto modesto di soggetti. Nell’oramai lontano 1970, in verità già parcheggiato nei tomi di storia fiscale e in epoca ancora distante rispetto agli attuali trend transnazionali propri della globalizzazione contemporanea, i contribuenti che dichiararono al fisco d’essere titolari di conti esteri furono 117mila. Nel 2007, annualità più recente coperta da dati e statistiche di rilievo, il numero complessivo è salito ad oltre 300mila, fino ad arrestarsi a quota 322mila. Una crescita decisa se raffrontata in valori assoluti con l’anno d’esordio, ovvero con il 1970, che si rivela però decisamente negativa se ricondotta al numero potenziale, stimato da diversi istituti e organismi statunitensi, che concordano nel fissare il numero attuale degli americani soggetti alla norma in più di 1milione.

Il numero dei contribuenti statunitensi che risultano titolari di conti esteri
Fonte: Irs (inland Revenue Service)
Punizioni severe in caso di false dichiarazioni
L’obbligo di rivelare al fisco la titolarità di conti esteri prevedeva, in caso di false dichiarazioni, una sanzione che non oltrepassava i 100mila dollari, salve patrimoni piuttosto consistenti rispetto ai quali si applicavano anche pene pecuniarie maggiori. A partire dal 2004, e con l’approvazione del Patriot Act, il sistema delle sanzioni è cambiato ed è stato completamente riscritto al fine di accrescerne rigore e severità. Infatti, mentre i 100mila dollari si sono trasformati in una ammenda civile di base, in pratica quasi ordinaria, l’ammontare massimo della sanzione in caso di rilievi penali può condurre all’esborso di ben 500mila dollari, mentre il limite dei patrimoni soggetti a incameramento da parte del fisco si spinge fino al pagamento all’Amministrazione tributaria di metà delle ricchezze registrate sui conti correnti esteri. Nessuna dichiarazione è invece richiesta qualora il denaro depositato sul conto estero non superi la soglia dei 10mila dollari. Ma la pena si ingigantisce, fino a 10 anni di condanna in appositi penitenziari, qualora alla frode fiscale risultino connesse attività riconducibili a materie penali, tra le quali, per esempio, quelle legate al riciclaggio, al commercio di stupefacenti o al finanziamento di gruppi terroristici. Insomma, la stretta determinata dall’entrata in vigore del Patriot Act nel 2004 ha aperto una sorta di prateria agli ispettori dell’Amministrazione fiscale statunitense, che infatti nel corso del biennio passato hanno avviato una sorta di osservazione costante della contabilità estera di centinaia di migliaia di contribuenti americani e, naturalmente, di aziende.
Stefano Latini
pubblicato Martedì 27 Maggio 2008
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