Dal mondo
Africa: al via restyling fiscale
Focus su tasse, debito e sviluppo
Nel Continente si fa strada la nuova regola dell'1 per cento di extra-gettito per aumentare le entrate tributarie
africa

In un momento storico in cui i livelli del debito pubblico nell'Africa subsahariana sono fortemente aumentati, l'incremento delle entrate fiscali è lo strumento e il canale più favorevole e sicuro per puntare alla crescita, ripianificare l’economia e per stabilizzare conseguentemente il debito, consentendo così di liberare le risorse utili ad aumentare copertura e qualità sanitaria, nonché estendere l'istruzione e potenziare gli investimenti pubblici. In sostanza, la creazione di una capacità fiscale effettiva propria di un Paese è al centro di qualsiasi strategia di sviluppo praticabile per soddisfare le continue esigenze di espansione dell'istruzione, dell'assistenza sanitaria e per colmare le significative lacune infrastrutturali. Lo stesso vale per la formazione necessaria in materia fiscal-finanziaria e per la gestione dei flussi crescenti di ricavi da parte delle grandi aziende transnazionali che continuano a consolidarsi all’interno del Continente africano pur rilasciando e distribuendo utili e dividendi all’estero, in particolare in giurisdizioni a bassa tassazione, generando una perdita annuale di gettito stimata dalle Nazioni Unite in circa 200miliardi di dollari, più di quanto l’Africa riceva in termini di aiuti allo sviluppo. 
 

La regola d’oro dell’1 per cento di fisco in più ogni anno – In questo quadro, osservatori, esperti ed economisti del Fondo Monetario, delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale hanno registrato da alcuni anni in molti Paesi dell'Africa sub-sahariana l’esistenza d’un effettiva possibilità di poter aumentare le entrate fiscali di circa l'1% del Pil all'anno nei prossimi cinque anni in tutti i Paesi che fanno parte di questa specifica area geografica. Si tratta certamente di un programma ambizioso, ma l'esperienza recente nella regione e altrove dimostra che è comunque un obiettivo realizzabile in modo sostenibile e business-friendly.
 

Le Nazioni Unite e il nuovo fisco africano - Migliorare la capacità interna per la riscossione delle tasse e di altre entrate è un obiettivo che i Paesi africani hanno concordato nel corso del triennio passato nell'ambito degli obiettivi di sviluppo sostenibile disegnati dalle Nazioni Unite. In quanto a capacità e qualità delle strutture fiscali nell'Africa sub-sahariana, in media, le entrate fiscali non correlate alle risorse naturali e minerarie della regione sono aumentate negli ultimi anni, ma permangono basse rispetto agli standard internazionali e in relazione alle significative necessità di spesa necessarie allo sviluppo della regione. Per comprendere il ritardo accumulato in materia di fisco da molti Paesi africani, attualmente, a differenza delle economie avanzate, la quota delle imposte sul reddito personale nella regione è relativamente bassa, quasi la metà, mentre la quota delle imposte sul consumo è più elevata di 1/3.
 

Se l’Africa è sempre più fiscalmente simile ai Paesi industrializzati - Nel corso del tempo, con la crescita dei redditi e con l'aumento dell'attività economica nel settore dell’economia formale, un Paese può attendersi un aumento del ruolo delle imposte sul reddito nella riscossione delle entrate totali. Questa è stata la tendenza a lungo termine nelle economie avanzate, dove è aumentata la quota delle tasse cosiddette “moderne”, che includono le imposte sul reddito e la stessa Imposta sul Valore Aggiunto, Iva, mentre la quota delle tasse tradizionali (comprese le imposte di successione, le accise e le imposte sulle vendite o i dazi doganali) è diminuita. Ad oggi, tendenze del tutto simili sono pienamente osservabili nell'Africa sub-sahariana. Ad esempio, in Ghana l'importanza relativa delle entrate derivanti dalle imposte tradizionali è diminuita negli ultimi 25 anni da circa il 75% a meno del 40% del gettito fiscale totale. La distinzione principale tra questi due tipi di tasse è che le tasse moderne si basano su informazioni di terzi, come datori di lavoro, banche, fondi di investimento e pensione mentre le imposte tradizionali, che si basano sull'autovalutazione, richiedono meno informazioni e sono più facili da amministrare. Ad ogni modo, se questo trend dovesse continuare e trovare maggior impulso in futuro, non sarebbe affatto impossibile un ulteriore avvicinamento delle strutture fiscali africane, in capacità di funzionamento e qualità, alle medesime strutture e amministrazioni finanziarie dei Paesi industrializzati. Ciò potrebbe comportare una decisa autonomia del Continente africano rispetto ai mercati e ai flussi internazionali oggi predominanti.
 

Il futuro è ora, ripensare la tassazione delle multinazionali che sfruttano le risorse minerarie africane - Dal momento che costruire la capacità di raccogliere di più dalle imposte sul reddito delle persone fisiche richiede tempo, nei prossimi anni l'Iva e le accise probabilmente offriranno il maggior potenziale di entrate aggiuntive per tutti i Paesi africani. Ad esempio, recenti studi del Fondo monetario internazionale indicano un potenziale di reddito di circa il 3% del Pil derivante dall'Iva in giurisdizioni come Capo Verde, Senegal e Uganda, e lo 0,5 percento del Pil dalle accise per tutti i Paesi dell'Africa sub-sahariana. A questo riguardo, le riforme della progettazione dei regimi fiscali per le industrie estrattive come petrolio e gas potrebbero aiutare i Paesi a garantire una quota più equa delle entrate per il governo senza compromettere gli investimenti. Per questa ragione, le Nazioni Unite da tempo sponsorizzano una revisione drastica del regime fiscale attualmente applicato agli operatori mondiali dell’industria mineraria ed estrattiva.
 

L’Iva africana tra balzi in avanti e rifiuti, come l’imposta sulla proprietà - L'impatto della politica fiscale sulla distribuzione del reddito deriva dal rapporto tra spese e tasse. Nei Paesi in cui la politica fiscale ha un impatto significativo sulla riduzione della disuguaglianza, la maggior parte dell'effetto deriva dalla spesa. Questo è particolarmente importante quando si valuta il trend dell'Iva. Mentre l'Iva può essere regressiva, l'impatto complessivo sulla disuguaglianza è probabilmente favorevole se le entrate vengono utilizzate per finanziare spese e programmi sociali destinati a persone con redditi più bassi. In Africa, da diversi anni si assiste all’avvio di piani fiscali diretti all’introduzione dell’Iva ma, al contempo, spesso si arretra o comunque ci si ferma di fronte alle difficoltà che l’avvio d’una imposta così penetrante e estesa comporta. Comunque, è anche importante considerare nuove fonti di entrate, come le tasse sulla proprietà. Però, allo stato attuale il contributo delle tasse sulla proprietà è molto basso - al massimo mezzo punto percentuale del Pil. In pratica, Iva e proprietà sono molto difficili da gestire in Africa, anche per ragioni oggettive. E questo nonostante, oltre al suo considerevole potenziale di entrate, i Paesi possono utilizzare le tasse sulla proprietà come strumento di ridistribuzione. Le tasse di proprietà sono, infatti, eque ed efficienti, ma la loro progettazione e implementazione efficaci dipendono dalla capacità amministrativa. Laddove una tassa di proprietà tipica non è redditizia, potrebbero esserci schemi semplificati, come i sistemi basati su aree, più che su singole unità abitative, che invece i governi possono utilizzare e gestire con maggiore facilità. Inoltre, l'uso di nuove tecnologie per la mappatura e la riscossione delle imposte offre ampie opportunità per il lancio di sistemi fiscali migliori.
 

Le criticità fiscali africane da superare - Oltre alla necessità di ricalibrare le tasse correnti e di prenderne in considerazione delle nuove, ci sono diversi fattori aggiuntivi che impediscono ai Paesi dell'Africa sub-sahariana di raggiungere il loro potenziale fiscale: in primo luogo, vi sono evidenti carenze nei settori dell'elaborazione delle politiche, dei quadri giuridici e regolamentari e dell'amministrazione. Gli esempi includono l'uso eccessivo di esenzioni fiscali e incentivi, così come l'erosione della base imponibile e il trasferimento degli utili dalla regione interessata spesso all’estero. A seguire, una seconda criticità oggettiva consiste nella scarsa elaborazione giuridica e si traduce in un'interpretazione arbitraria delle regole prevalenti così da aumentare il costo della conformità, degli adempimenti. Un terzo fattore negativo, si rileva nella mancanza di audit basati sui rischi, nel debole coordinamento tra le amministrazioni fiscali e doganali, nei bassi livelli di compliance riguardo la dichiarazione dei redditi, nell’uso limitato delle moderne tecnologie e servizi a favore dei contribuenti inefficaci e, per ultimo, nelle debolezze significative delle amministrazioni fiscali in generale.
 

Quattro o sei anni per migliorare - Per aiutare a risolvere queste carenze, l'FMI, anche attraverso i suoi centri di assistenza tecnica regionali, sta collaborando con i Paesi per sviluppare strategie fiscali appropriate a medio termine. Il concetto è stato sviluppato e proposto all’interno della Piattaforma per la collaborazione in materia fiscale e consiste in una tabella di marcia di alto livello che i Paesi possono utilizzare per la riforma del sistema fiscale con un orizzonte temporale di quattro-sei anni. L'approccio tratta la tassazione come un sistema che copre la politica fiscale, la legge e l'amministrazione. Le strategie di reddito a medio termine si basano su un ampio impegno sociale e politico per la riforma del sistema fiscale. Queste strategie, progettate in stretta collaborazione con i Paesi stessi, stabiliscono obiettivi quantitativi di entrate fiscali a medio termine. Alcuni Paesi, tra cui l’Uganda, hanno già iniziato a sviluppare le loro strategie. Aumentare le entrate è spesso un compito politicamente difficile. Ma l'attuale congiunzione economica nell'Africa subsahariana e le continue necessità di sviluppo creano ora un imperativo per l'azione.

Stefano Latini
pubblicato Giovedì 12 Aprile 2018

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