Dal mondo
Australia: più trasparenza
per tenere il passo con le criptovalute
Il Fisco chiede ai cittadini come rendere più chiari e meno gravosi gli obblighi connessi all’uso della moneta virtuale
immagine di un atterraggio
Atterrare all’aeroporto di Brisbane, Queensland orientale, può rivelarsi un'esperienza molto confortevole per i viaggiatori amanti di Bitcoin e altre monete digitali. Dallo scorso gennaio, infatti, Brisbane è il primo terminal al mondo a consentire il pagamento in criptovalute all’interno dell’area commerciale dell’aeroporto.
Dopo un lungo volo o in attesa dell’imbarco, è possibile cenare o fare shopping presentandosi poi alla cassa con il proprio smartphone: l’esercizio commerciale si connetterà alla piattaforma che gestisce il servizio, che in un attimo preleverà la cifra dovuta dal “portafoglio” virtuale del cliente.
Non solo: fuori dal terminal, dai servizi di trasporto alla sistemazione in alberghi di lusso, dai ristoranti e fast food all’intrattenimento, la filiera turistica intorno all’area aeroportuale si è strutturata per offrire al turista quella che viene definita dai promotori una vera e propria “crypto valley”, una zona in cui è possibile acquistare beni o servizi in Bitcoin o altre criptovalute con il vantaggio immediato di non dover passare al cambio o di vedersi addebitate eventuali commissioni per l’uso di carte di debito o credito.
È il segno esteriore di una realtà, quella delle valute virtuali, che al di là delle spaventose oscillazioni dei cambi degli ultimi mesi e delle perplessità che suscita l’opacità di certe transazioni, in Australia si sta metabolizzando da tempo, tanto da inserirsi in modo molto concreto fin dentro il tessuto dell’economia reale.

Il Fisco australiano ha ben presente la questione: la legislazione in materia può vantare una storia già piuttosto antica, visto che l’impianto normativo di base risale al 2014 e il fenomeno è oggetto di continuo studio da parte degli esperti dell’Ato, l’Australian taxation office (le Entrate del Paese). L’ultimo intervento è di stretta attualità: proprio in questi giorni, infatti, il Fisco ha aperto una consultazione pubblica con cui chiede ai contribuenti un feedback sugli adempimenti tributari previsti nel caso di acquisto, uso, scambio o altre operazioni con criptovalute. I cittadini dovranno dire se trovano particolari difficoltà nella conservazione dei dati relativi alle proprie operazioni e negli adempimenti connessi ai passaggi da una valuta digitale a un’altra. Le informazioni che emergeranno serviranno a perfezionare la guida fiscale ad hoc già presente sul sito dell’Ato, nella quale viene illustrato un quadro della tassazione sui redditi derivanti dal possesso e dalla compravendita di valute virtuali e degli obblighi dichiarativi previsti per investitori o semplici acquirenti “amatoriali”.  

Le criptovalute in Australia nel segno della compliance
“Se fai operazioni in qualche modo legate alle criptovalute, devi essere consapevole delle conseguenze fiscali”. Inizia così la guida messa a punto dall’Agenzia delle entrate australiana, che punta a instaurare un rapporto di compliance con i cittadini che si affacciano al mondo delle criptovalute. Con un approccio pragmatico e un linguaggio asciutto viene spiegato che in Australia le valute digitali non sono equiparate a una moneta alternativa al dollaro o ad altre monete straniere, ma a un bene, un asset che può generare capital gain tassabile. “Può” per il semplice fatto che viene messa nero su bianco la distinzione tra transazioni  mirate all’investimento o a un’attività commerciale e il caso in cui, invece, l’acquisto e la vendita in Bitcoin e simili siano puramente a “uso personale” e quindi non tassabili. Vale a dire: se l’acquisto è orientato a un investimento, ogni plusvalenza realizzata è tassata, mentre le operazioni in perdita vanno ad abbassare l’imponibile. Ma se, ad esempio, un cittadino acquista dei Bitcoin o altre valute digitali per acquistare i biglietti di un concerto (operazione che magari in criptovalute prevede uno sconto sul prezzo), quella è un’operazione a uso personale e quindi non rilevante ai fini impositivi.  

L’importante è dichiararlo
Che l’operazione sia tassabile o meno, quello che importa al Fisco è che le operazioni siano sempre in chiaro e quindi che i flussi siano costantemente monitorabili e verificabili per quanto riguarda fonti di provenienza e uso successivo della criptovaluta. Sugli obblighi di trasparenza in capo al cittadino, l’Ato non intende lasciare spazio a fraintendimenti: non a caso, la consultazione indetta a inizio marzo (e che si chiuderà il prossimo 20 aprile) richiede ai contribuenti di evidenziare eventuali difficoltà a loro avviso riscontrabili nelle modalità e nelle procedure legate a garantire la trasparenza in materia di scambi, transazioni e compravendite di valute virtuali. In particolare, il livello maggiore di complessità percepito riguarda, non a caso, gli obblighi di conservazione dei documenti relativi alle transazioni effettuate da parte degli investitori.

Norme, monitoraggi, studio costante per tenere l’economia sempre “in chiaro”
A monte di tutto questo, anche del trattamento fiscale delle transazioni messe in atto dai cittadini (investitori o meno), c’è la tutela dal rischio di attività fraudolente, su cui l’Australia è tutt’altro che naive. Lo scorso 7 dicembre, infatti, il Parlamento ha varato l’estensione della disciplina sul controllo anti riciclaggio e il finanziamento delle attività di terrorismo anche al mercato delle monete virtuali, prevedendo obblighi stringenti in capo alle piattaforme che gestiscono le compravendite. A  partire dal prossimo 3 aprile, infatti, gli operatori del settore dovranno registrarsi presso l’Austrac (Australian Transaction Reports and Analysis Centre), l’agenzia governativa che si occupa, insieme ad altri organi istituzionali, di studiare e contrastare minacce di tipo finanziario (tra cui riciclaggio, evasione fiscale e finanziamento del terrorismo). Inoltre,  avranno altri obblighi di trasparenza, come trasmettere report e segnalare le operazioni sospette. Anche su questo, la compliance non ammette scuse e per venire incontro ai contribuenti l’Ato mette a disposizione una page web dedicata, con istruzioni e un indirizzo email a cui rivolgersi in caso di dubbi.
Anna D'Angelo
pubblicato Venerdì 30 Marzo 2018

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