Dal mondo
Cile: primato negativo di gettito
per l’imposta sulle persone fisiche
L’economia va, ma le imposte stentano e così anche il fisco scopre d’avere problemi con chi non versa le tasse
cile_amministrazione fiscale
È difficile da interpretare la politica fiscale, e la strategia che ne è alla base, d’un Paese apparentemente ossessionato dall’ansia di ridurre il divario di reddito tra ricchi e poveri ma, al contempo, altrettanto incapace di tassare effettivamente i contribuenti facoltosi o almeno di solleticarne il salvadanaio mettendo in campo gli strumenti classici nella disponibilità di Governi e Amministrazioni, un’aliquota adeguata e uno scaglione sufficientemente ampio, largo. Ma niente, a distanza di anni ancora un nulla di fatto. E così, dall’esame degli ultimi report realizzati in sede Ocse e dal Centro Studi cileno sulla Pa, risulta ancora invariata la posizione da “maglia nera” spettante al fisco cileno che, tra le Amministrazioni finanziarie dei Paesi membri del club parigino, l’Ocse, continua imperterrito a classificarsi in ultima posizione tra quelle meno propense a registrare picchi derivanti dal gettito dell’imposta sui redditi delle persone fisiche. Ma ciò che più stride è che il debole flusso in entrata di questa imposta non deriva da una impellente crisi economica, al contrario, il Paese cresce, piuttosto ha origine dall’applicazione d’un sistema di tassazione all’apparenza progressivo, al dunque estremamente elastico, eccessivamente flessibile e a conti fatti “regressivo” nel suo approdo finale, cioè nei volumi di gettito che consegna alle casse dello Stato, sempre più esauste.
 
Cosa distingue il fisco cileno dal resto del mondo – Diciamo subito che non è l’aliquota applicata allo scaglione più in alto di contribuenti che rende il regime fiscale cileno “squilibrato”, o meglio, regressivo. Infatti, in media con quanto accade nei Paesi Ocse, i più ricchi versano calcolano l’imposta applicando un’aliquota del 35per cento, rispecchiando la media Ocse. Piuttosto, ciò che è diverso è il meccanismo utilizzato per determinare la soglia di esenzione, la cosiddetta no-tax area. I cileni, infatti, iniziano a pagare le imposte sui redditi solo se hanno stipendi o guadagni pari al 180 per cento del reddito medio. Ciò implica che, posto il reddito medio pro-capite cileno intorno ai 16mila euro l’anno, solo chi percepisce un reddito superiore 28.800 euro l’anno è obbligato al calcolo e al versamento dell’imposta sui redditi. Nei Paesi Ocse, al contrario, la no tax area è in media pari al 39per cento del reddito medio. Per intenderci meglio, se il Cile si allineasse alla media del resto dei paesi membri, la soglia tax-free arretrerebbe a circa 6.200 euro, piuttosto che 28.800 euro. Ciò determinerebbe quasi il raddoppio di gettito dell’imposta sul reddito di contribuenti individuali.  
 
Cile, il Paese dove la classe media è in paradiso, fiscale – Cos’ha fatto, ad oggi, il Governo per sanare quest’ovvia smagliatura del sistema fiscale? Cominciamo col dire che, in passato, s’è concentrato su altri capitoli, e contribuenti, rappresentati tra le diverse sezioni del codice fiscale, optando innanzitutto per un aumento dell’aliquota applicata sui profitti delle società, nel tentativo di finanziare significativi aumenti di spesa a favore della salute e dell’istruzione. Una svolta questa che, in un solo biennio, ha determinato la caduta ai minimi degli investimenti, arrecando danno all’economia nel suo complesso. Allo stesso tempo, s’è aperta anche una polemica fiscale e sociale. Infatti, molti osservatori indipendenti, per lo più esperti, professori, economisti e ricercatori hanno constatato, studiando da vicino il fenomeno, come una quota elevata di professionisti in Cile avesse scelto di essere pagata attraverso "società di investimento" o “società occasionali” ottenendo così un profitto piuttosto che un salario. Un trend che, una volta aumentata l’imposizione sui profitti, avrebbe fatto segnare una sorta di cambio-verso, con migliaia di professionisti che son ritornati tra le fila dei contribuenti individuali, almeno sotto il profilo del reddito percepito. In pratica, tutto questo ha sollevato il velo su di una società che per anni è parsa propensa ad assolvere i propri obblighi e i doveri fiscali ma che, a conti fatti, non era poi così convinta della sacralità dell’adempiere fiscalmente.
 
L’ultima trovata, l’amnistia fiscale – Il tentativo finale messo in pratica per recuperare le somme necessarie a garantire livelli accettabili dei servizi erogati dallo Stato, tra cui l’istruzione, la sanità e e il welfare, s’è concretizzata nel varo d’una amnistia fiscale generalizzata. Il risultato non è stato dei più incoraggianti, ma soprattutto ha finito per evidenziare ancor di più come la propensione dei cileni verso il fisco non sia poi così ottimale o standard come molti, per decenni, sono andati ipotizzando. Ma restiamo sui risultati del condono fiscale, grazie al quale all’incirca 124mila contribuenti, al 90per cento micro, piccole e medie imprese, hanno finito per versare all’erario 240milioni di euro, ottenendo così la cancellazione delle passate inadempienze, in termini di mancati versamenti, ed evitando il versamento di circa 60milioni di sanzioni e interessi. Della serie, tanto rumore per nulla, visto che il problema della soglia minima esentasse è ancora in piedi, mentre nessuno sembra in grado di proporre soluzioni accettabili. E così l’appuntamento  rinviato alla prossima legge di bilancio, ma prima vi sono le elezioni.
 
Stefano Latini
pubblicato Mercoledì 17 Maggio 2017

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