Dal mondo
In Cina guai fiscali in arrivo per il numero 1 della Danone
Qin Peng manager del gruppo nel mirino per evasione tributaria ma per il portavoce della multinazionale si tratta di accuse infondate

Milioni di tasse evase per 12 anni, grazie a stipendi e salari versati all’estero dalle controllate del gruppo. Una pratica questa adottata dalla stragrande maggioranza delle multinazionali che operano in Cina. Ma dal 2007 maggiori sono i controlli. Il fisco cinese è impegnato da diverse settimane nel tentativo di fare chiarezza, in tempi brevi, su un caso di evasione fiscale che pende, presso l’ufficio degli ispettori fiscali di Shanghai, tra i più rinomati in tema di contrasto alle frodi e al mancato versamento d’imposte, tasse e tributi.

Nel mirino l’attuale numero 1 del gruppo Danone
Il sospetto è che il noto manager della società francese, Qin Peng, risulti coinvolto in un caso piuttosto complesso di evasione fiscale che, peraltro, potrebbe riguardare un lungo tratto di calendario, ovvero, quasi un decennio. L’inizio della storia, questione di scarsa competizione non di tasse Il caso di evasione fiscale che ombreggia su Qin Peng, è giunto sotto le lenti del fisco cinese nel corso del processo che ha visto implicato lo stesso manager della Danone, ma nel mese di giugno, in merito alla violazione ripetuta della Company Law, in pratica in materia di infrazione e inosservanza ripetuta delle norme sulla competizione tra imprese che operano sul mercato della concorrenza. Quando al termine di questo dibattimento, la Corte di Shenyang emise il suo verdetto, con rilievi soltanto civili e amministrativi. Fu lo stesso Qin Peng a riconoscere che, come direttore e leader dell’impresa in questione, i suoi stipendi erano pagati da compagnie del gruppo Danone che operano però fuori dai confini cinesi. Si tratta d’un periodo piuttosto lungo, dato che sono ben 12 anni che Qin Peng lavora per la Danone in Cina.

Prime risposte del gruppo Danone “Non eravamo al corrente del caso”

Michael Chu, portavoce della Danone in Cina, ha dichiarato di non essere al corrente del caso ma, al medesimo tempo, s’è anche espresso in merito alla questione affermando che l’intera contesa fiscale sembra priva di basi solide, ritenendo le accuse indirizzate al manager dagli ispettori del fisco prive di fondamento.

Ma dal 2007 gli stipendi versati sull’estero devono essere dichiarati al Fisco
Peraltro, la nazionalità del manager è francese e non cinese. E sono generalmente la gran parte, i manager e i dipendenti stranieri dei gruppi trasnazionali operanti in Cina che ricevono quote significative dei loro guadagni in forma di emissioni e depositi effettuati dalle altre controllate delle multinazionali registrate al di fuori del territorio cinese. Ma la novità è che dal 2007 la nuova legge richiede che anche la parte di stipendio versata all’estero deve risultare dichiarata e ben esplicitata all’autorità fiscal-finanziaria tramite autodichiarazione. Quindi le maglie si sono fatte più rigide su questo fenomeno. Il risultato è che in mancanza di appropriate dichiarazioni dei redditi, di versamenti dovuti d’imposta o di trattenute comunque effettuate dalle società controllate interessate nella vicenda, potrebbe delinearsi una perdita piuttosto decisa per il fisco cinese, proprio in coincidenza con un calendario dove il fisco occupa l’area più dibattuta e già al centro di polemiche piuttosto rumorose per lo stile cinese. L’intero management straniero occupato in Cina è avvertito e in futuro sarà necessaria una maggiore accortezza nella gestione di stipendi, salari e altri compensi.

Stefano Latini
pubblicato Mercoledì 27 Agosto 2008

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