Mercoledì 23 Maggio 2012 - Aggiornato alle 16:07
Dal mondo
Dalla Corporate America alla Corporate China
Il bazar cinese si popola di centinaia di migliaia di società estere che, nel 2005, hanno lasciato ben 50 miliardi di euro al Fisco di Pechino
Delle oltre 10 milioni di imprese che costituiscono la Corporate China, 500 mila hanno una origine distante dal territorio cinese, spesso legata, soltanto in parte o per intero, a capitali, progetti e idee provenienti dai mercati europei, da quello statunitense, dal Giappone e dalla Corea del Sud. Dieci anni or sono, la demografia della Corporate China aveva una taglia che poteva essere misurata agevolmente ricorrendo alle migliaia e, in casi particolari, scomodando le centinaia di migliaia. Oggi, dopo anni di crescita e di corsa dell’economia nazionale, il profilo contabile delle imprese e dell’intero sistema produttivo del Paese che ne costituisce il motore principale si presenta fatalmente mutato, tanto che le unità di misura contemporanee che ne descrivono le performance reali sono oramai espresse in milioni e, in maniera sempre più frequente, in miliardi.
Il Nuovo Eldorado delle imprese: oltre 10 milioni nel 2005
Tanto per fare un esempio, senza dover scivolare nei cunei complessi della contabilità, il numero delle imprese che oggi operano all’interno del mercato cinese ha prima raggiunto e poi oltrepassato quota 10 milioni, facendo rotta, con altrettanta rapidità, sul limite successivo posto a quota 12 milioni. In pratica, oggi milioni di bilanci, marchi e società sono ospitati e rassicurati quotidianamente dai successi continui registrati dall’economia cinese. Naturalmente, non si tratta di un cambiamento esclusivamente made in China. Infatti, delle oltre 10 milioni di imprese che costituiscono la Corporate China, ben 500 mila hanno un’origine distante dal territorio cinese, spesso legata, soltanto in parte o per intero, a capitali, progetti e idee provenienti dai mercati europei, da quello statunitense e, in misura affatto trascurabile, dalle economie dei Paesi asiatici vicini, per esempio, dal Giappone e dalla Corea del Sud. In altre parole, si tratta di una lunga fila di società interamente estere o, più semplicemente, partecipate.
Grafico 1

Il numero di aziende, nazionali ed estere, registrate in Cina
(i valori riportati nel grafico sono espressi in milioni).
Fonte: NBS
Le aziende estere s’affollano sul bazar cinese e il Fisco ringrazia
Naturalmente, in questi anni i responsabili economici di Pechino hanno accettato con benevolenza l’arrivo di centinaia di migliaia di aziende straniere, tanto che l’imposta ordinaria sui loro profitti non supera un modesto 15 per cento, mentre l’aliquota che si applica sulle entrate delle società domestiche si arresta soltanto al 33 per cento. Un bel gap che, soprattutto nel corso dell’ultimo biennio, ha spinto molti operatori nazionali a protestare presso le autorità invocando una sorta di equiparazione fiscale delle imprese cinesi con quelle provenienti da Usa, Europa e Giappone. In realtà, preoccupati di non perdere appetibilità sul versante delle imposte, le autorità di Pechino hanno alla fine alzato le spalle a queste domande, concedendo soltanto maggiori agevolazioni alle aziende domestiche.
Grafico 2

Entrate tributarie incassate nel 2005. Valore complessivo con indicati gli importi versati, direttamente e indirettamente, dagli operatori economici esteri
(i valori riportati nel grafico sono espressi in miliardi di euro)
Fonte: Amministrazione tributaria cinese
Peraltro, le ragioni di questo atteggiamento, all’apparenza disincentivante verso il sistema produttivo locale, sono ben spiegabili analizzando il disaggregato delle entrate fiscali relativo al 2005. Infatti, l’anno passato sono stati circa 50 i miliardi di euro che le aziende estere hanno lasciato scivolare nelle casse dell’Erario di Pechino. Si tratta di risorse indispensabili alle finanze pubbliche cinesi, in parte provenienti dall’imposta sui profitti delle imprese straniere e, in parte, dalla tassazione dei salari dei milioni di impiegati i cui stipendi sono legati, direttamente o indirettamente, ai bilanci delle aziende estere. In realtà ai 50 miliardi di euro devono essere aggiunti anche ben 9 miliardi di euro che il Fisco cinese incassa dall’afflusso enorme di investimenti esteri diretti che, l’anno passato, si sono arrestati sulla soglia dei 45 miliardi di euro. Insomma la popolazione delle imprese straniere che affolla il bazar cinese è oggi indispensabile ai conti pubblici del Paese che, nel correre, non deve però dimenticare di dover far fronte a una domanda di servizi sociali che vola anch’essa e che ogni anno tende a differenziarsi e ad arricchirsi con il sopraggiungere di nuove necessità come, per esempio, quella costituita dall’oramai conclamata emergenza ambientale.
I giganti cinesi: 500 imprese e oltre 1300 miliardi di euro di ricchezza Imprese e mercati, ovvero, le dimensioni del profitto ma anche della competizione che attende le aziende italiane che sperano fiduciose di far rotta su Pechino. Secondo la Chinese Enterprise Confederation (Cec), sorta di nucleo iniziale della Confindustria cinese, le 500 maggiori aziende del Paese hanno generato nel 2005 una ricchezza che supera i 1.300 miliardi di euro. In pratica, oltre ad aver impiegato 10 milioni di lavoratori, queste aziende, tra cui almeno in venti aspirano ad "appollaiarsi" tra le supermultinazionali mondiali che dominano il mercato globale, hanno anche contribuito a generare il 77 per cento del prodotto interno lordo cinese. I settori in cui operano questi giganti dell’industria del Dragone sono: greggio, petrolchimico, automobilistico e telecomunicazioni. Più indietro il classico e tradizionale manifatturiero. Infatti in vetta compare la Sinopec Corp, con entrate operative di oltre 80 miliardi di euro l’anno e profitti superiori ai 2 miliardi di euro. Ma quello che colpisce è il tasso di crescita delle misure di queste aziende che, in media, moltiplicano oramai da anni profitti e ricavi a un passo del 20 per cento ad ogni volgere di calendario contabile.
Per approfondimenti sul sistema tributario cinese
Delle oltre 10 milioni di imprese che costituiscono la Corporate China, 500 mila hanno una origine distante dal territorio cinese, spesso legata, soltanto in parte o per intero, a capitali, progetti e idee provenienti dai mercati europei, da quello statunitense, dal Giappone e dalla Corea del Sud. Dieci anni or sono, la demografia della Corporate China aveva una taglia che poteva essere misurata agevolmente ricorrendo alle migliaia e, in casi particolari, scomodando le centinaia di migliaia. Oggi, dopo anni di crescita e di corsa dell’economia nazionale, il profilo contabile delle imprese e dell’intero sistema produttivo del Paese che ne costituisce il motore principale si presenta fatalmente mutato, tanto che le unità di misura contemporanee che ne descrivono le performance reali sono oramai espresse in milioni e, in maniera sempre più frequente, in miliardi. Il Nuovo Eldorado delle imprese: oltre 10 milioni nel 2005
Tanto per fare un esempio, senza dover scivolare nei cunei complessi della contabilità, il numero delle imprese che oggi operano all’interno del mercato cinese ha prima raggiunto e poi oltrepassato quota 10 milioni, facendo rotta, con altrettanta rapidità, sul limite successivo posto a quota 12 milioni. In pratica, oggi milioni di bilanci, marchi e società sono ospitati e rassicurati quotidianamente dai successi continui registrati dall’economia cinese. Naturalmente, non si tratta di un cambiamento esclusivamente made in China. Infatti, delle oltre 10 milioni di imprese che costituiscono la Corporate China, ben 500 mila hanno un’origine distante dal territorio cinese, spesso legata, soltanto in parte o per intero, a capitali, progetti e idee provenienti dai mercati europei, da quello statunitense e, in misura affatto trascurabile, dalle economie dei Paesi asiatici vicini, per esempio, dal Giappone e dalla Corea del Sud. In altre parole, si tratta di una lunga fila di società interamente estere o, più semplicemente, partecipate.
Grafico 1

Il numero di aziende, nazionali ed estere, registrate in Cina
(i valori riportati nel grafico sono espressi in milioni).
Fonte: NBS
Le aziende estere s’affollano sul bazar cinese e il Fisco ringrazia
Naturalmente, in questi anni i responsabili economici di Pechino hanno accettato con benevolenza l’arrivo di centinaia di migliaia di aziende straniere, tanto che l’imposta ordinaria sui loro profitti non supera un modesto 15 per cento, mentre l’aliquota che si applica sulle entrate delle società domestiche si arresta soltanto al 33 per cento. Un bel gap che, soprattutto nel corso dell’ultimo biennio, ha spinto molti operatori nazionali a protestare presso le autorità invocando una sorta di equiparazione fiscale delle imprese cinesi con quelle provenienti da Usa, Europa e Giappone. In realtà, preoccupati di non perdere appetibilità sul versante delle imposte, le autorità di Pechino hanno alla fine alzato le spalle a queste domande, concedendo soltanto maggiori agevolazioni alle aziende domestiche.
Grafico 2

Entrate tributarie incassate nel 2005. Valore complessivo con indicati gli importi versati, direttamente e indirettamente, dagli operatori economici esteri
(i valori riportati nel grafico sono espressi in miliardi di euro)
Fonte: Amministrazione tributaria cinese
Peraltro, le ragioni di questo atteggiamento, all’apparenza disincentivante verso il sistema produttivo locale, sono ben spiegabili analizzando il disaggregato delle entrate fiscali relativo al 2005. Infatti, l’anno passato sono stati circa 50 i miliardi di euro che le aziende estere hanno lasciato scivolare nelle casse dell’Erario di Pechino. Si tratta di risorse indispensabili alle finanze pubbliche cinesi, in parte provenienti dall’imposta sui profitti delle imprese straniere e, in parte, dalla tassazione dei salari dei milioni di impiegati i cui stipendi sono legati, direttamente o indirettamente, ai bilanci delle aziende estere. In realtà ai 50 miliardi di euro devono essere aggiunti anche ben 9 miliardi di euro che il Fisco cinese incassa dall’afflusso enorme di investimenti esteri diretti che, l’anno passato, si sono arrestati sulla soglia dei 45 miliardi di euro. Insomma la popolazione delle imprese straniere che affolla il bazar cinese è oggi indispensabile ai conti pubblici del Paese che, nel correre, non deve però dimenticare di dover far fronte a una domanda di servizi sociali che vola anch’essa e che ogni anno tende a differenziarsi e ad arricchirsi con il sopraggiungere di nuove necessità come, per esempio, quella costituita dall’oramai conclamata emergenza ambientale.
I giganti cinesi: 500 imprese e oltre 1300 miliardi di euro di ricchezza Imprese e mercati, ovvero, le dimensioni del profitto ma anche della competizione che attende le aziende italiane che sperano fiduciose di far rotta su Pechino. Secondo la Chinese Enterprise Confederation (Cec), sorta di nucleo iniziale della Confindustria cinese, le 500 maggiori aziende del Paese hanno generato nel 2005 una ricchezza che supera i 1.300 miliardi di euro. In pratica, oltre ad aver impiegato 10 milioni di lavoratori, queste aziende, tra cui almeno in venti aspirano ad "appollaiarsi" tra le supermultinazionali mondiali che dominano il mercato globale, hanno anche contribuito a generare il 77 per cento del prodotto interno lordo cinese. I settori in cui operano questi giganti dell’industria del Dragone sono: greggio, petrolchimico, automobilistico e telecomunicazioni. Più indietro il classico e tradizionale manifatturiero. Infatti in vetta compare la Sinopec Corp, con entrate operative di oltre 80 miliardi di euro l’anno e profitti superiori ai 2 miliardi di euro. Ma quello che colpisce è il tasso di crescita delle misure di queste aziende che, in media, moltiplicano oramai da anni profitti e ricavi a un passo del 20 per cento ad ogni volgere di calendario contabile.
Per approfondimenti sul sistema tributario cinese
Stefano Latini
pubblicato Mercoledì 13 Settembre 2006
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