Dal mondo
Danimarca: con la fat tax
si risparmia e la linea è snella
In vigore dal 1° ottobre su tutto il territorio nazionale, la tassa proporzionale sulla quantità di cibi grassi. Una misura per la salute
cartina danimarca
L’idea di tassare alcuni cibi rispetto ad altri allo scopo di orientare i consumatori a tenersi a debita distanza dai prodotti non salutari è un tema assai controverso.  Da una parte, c’è chi sostiene che la tassazione dei cibi “cattivi” sia necessaria per tutelare la salute pubblica e quindi l’economia. Dall’altra parte, invece, c’è chi sostiene che imporre una tassa su un cibo (seppur non salutare) non comporta un cambio delle abitudini alimentari e, anzi, rischia di comprimere e danneggiare l’economia.
 
Misura e finalità della tassa danese
Tanto detto, dal 1° ottobre, i cittadini danesi che acquistano cibi con  più del 2,3% di grassi saturi saranno sottoposti a una sovrattassa sugli alimenti. L’imposta è pari a 16 corone danesi (cioè 2,15 euro) al chilogrammo di nutriente.  L’obiettivo principale è salvaguardare la salute pubblica, ridurre le connesse spese sanitarie ma anche rimpinguare le casse dello Stato. Al riguardo, infatti, le stime economiche parlano di entrate pari ad almeno 200 milioni di euro annui. Curiosamente, la tassa rievoca l’imposta introdotta nel 1922 sempre sui cibi insalubri, che contenevano zuccheri. In quel caso, tuttavia, l’imposizione non ottenne alcun significativo beneficio in termini di riduzione dell’indice di massa corporea della popolazione.
 
Grassi saturi e insaturi e OMS
Nella specie, gli alimenti oggetto della nuova tassazione addizionale danese sono i grassi saturi ovvero il burro, gli oli e in generale i prodotti lattiero-caseari. Questi – a differenza dei grassi insaturi - essendo saturi, cioè maggiormente densi, se assunti in modo eccessivo, possono provocare gravi malattie cardiovascolari e respiratorie. In pratica, poiché la loro concentrazione e densità è più intensa riescono più agevolmente ad accumularsi lungo i vasi sanguigni. Non a caso, l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) raccomanda di non superare il consumo di acidi grassi oltre il 10%.
 
Gli altri europei
La strada intrapresa dai danesi, di tassare un prodotto (con un aumento finale del suo prezzo) per scoraggiarne l’utilizzo e incentivare comportamenti e consumi più sani, non è insolita nel panorama mondiale ed europeo. In via del tutto esemplificativa, infatti, si segnala che altri governi europei hanno deciso di puntare sulla imposizione dei cibi definiti “dannosi” per la salute del cittadino. Tasse contro l’obesità, così, sono già vigenti in Norvegia e in Finlandia.
In Ungheria, dal 1° settembre 2011, è stata introdotta la cd. chips tax, una tassa addizionale - con due specifiche aliquote, del 5% e 20% - pensata principalmente per colpire cibi confezionati ad alto contenuto di sale, zucchero o carboidrati.
In Francia, invece, scatterà dal 2012 la cd. coca cola tax, ossia la tassa sulle bevande zuccherate, ritenute tra i principali responsabili dell’innalzamento dell’obesità. L’aumento del 3% sul prezzo delle bibite dovrebbero portare entrate per 120 milioni di euro annui. 
Anche in Svezia e Regno Unito, infine, sono allo studio ipotesi di imposte sui cibi e bevande dannose.
 
La direttiva 2008/118/CE
Sotto il profilo sanitario, inoltre, giova riportare un dato ossia che il 7% dei costi della sanità dell’Unione europea sono connessi alle malattie collegate all’obesità. Sul piano della concorrenza (commerciale), inoltre, occorre rilevare che la tassazione nazionale sui prodotti alimentari non configura alcun tipo di discriminazione verso altri prodotti importati da altri Stati membri. Sul punto, la direttiva 2008/118/CE, infatti, autorizza i Paesi dell’Unione a introdurre tasse nazionali anche sui prodotti alimentari, purchè sia rispettata la libera circolazione delle merci. 
 
Stati Uniti
Una tassa sul grasso è stata ideata anche negli Usa. I lavoratori statali dell’Alabama coperti dall’assicurazione gratuita Seib (State Employees Insurance Board) avrebbero dovuto rimettersi in forma entro il 2010 (dopo un corso gratuito di recupero). Se l’indicatore della massa corporea non fosse sceso ai livelli stabiliti, dal 1° gennaio 2011 avrebbero dovuto pagare una extra tassa di 25 dollari al mese per l’assicurazione. 
 
Boris Bivona
pubblicato Venerdì 21 Ottobre 2011

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