Dal mondo
Fisco Usa, caccia aperta ai 52mila
clienti tossici della Ubs
Nessuna marcia indietro del dipartimento di Giustizia che reclama i nomi dei "sospettati" di frode fiscale
stati dell'unione

Il muro contro muro fra la banca svizzera Ubs e l'Amministrazione fiscale statunitense, l'Irs per intendersi, oramai sul teatro della finanza internazionale da mesi, non sembra affatto destinato a incontrare una soluzione rapida e, soprattutto, indolore. Il caso, infatti, nonostante l'accurato sforzo diplomatico di Berna nel venirne a capo, gettando sul piatto della bilancia anche la possibilità di aprire le porte della Confederazione agli ex-detenuti di Guantanamo, conoscerà a giorni le aule, i banchi e gli spazi d'un tribunale. La posizione espressa dal Dipartimento di giustizia statunitense è piuttosto chiara: la causa civile contro la grande banca elvetica non si ritira. In realtà, l'ennesimo sbattere delle porte a Washington lascia ancora aperta la possibilità di pervenire ad un'intesa extragiudiziale, anche se lontana dalle ambizioni di Ubs.

Il Dipartimento Usa: "fuori i nomi"
In pratica, le richieste che il Dipartimento di giustizia ha indirizzato all'istituto elvetico sono piuttosto chiare: consegnare all'Internal Revenue Service, l'equivalente dell'Agenzia delle Entrate italiana, i dati, i riferimenti e i transiti finanziari riconducibili alla titolarità di 52mila clienti sui quali pende il sospetto, fondato secondo i giudici, di frode fiscale. Il periodo cui il Dipartimento si riferisce è esteso, rispetto alla routine delle richieste dei giudici in tema di frodi fiscali, interessando gli anni che corrono dal 2002 al 2007. Elemento questo che in molti ritengono ulteriormente pesante per la banca svizzera coinvolta. Peraltro, la difesa della Ubs, fondata sul richiamo alla "buona fede" nel suo esercizio dell'attività e dei servizi resi ai clienti è respinto senza mediazioni dal Dipartimento che non accetta l'inconsapevolezza dell'istituto elvetico nella violazione sistematica e per anni delle norme di diritto americano.

Il segreto bancario non è un muro impenetrabile
L'ultimo dei muri, sopravvissuto perfino a quello di Berlino. Una difesa dotata di infrastrutture normative ben temprate e flessibili poste a guardia della riservatezza, un sistema che ha garantito per decenni la conservazione del segreto bancario, ora ridotto, sotto scacco di Washington, ad un tramezzo che vacilla. Forse l'onda lunga della crisi, senza dubbio il Dipartimento di giustizia americano non rinuncia al suo piglio inflessibile e continua a bussare alle porte dei dirigenti della UBS reclamando nomi, dati e altro. Tutte coordinate che, secondo gli avvocati della banca svizzera coinvolta gli ispettori del fisco già possiedono e, da mesi, leggono e studiano. Le richieste quindi vengono respinte al mittente perché ritenute già nelle disponibilità del richiedente in quanto provenienti da altre fonti e banche dati.

La partita di poker continua: dai titoli tossici agli evasori tossici
E ora le banche svizzere invitano i clienti statunitensi a farsi da parte temendo di finire sotto la gogna del segreto bancario imposta dagli Stati Uniti, ansiosi, in tempi di crisi, di recuperare almeno una parte consistente dei 100miliardi di dollari che, secondo una stima ridotta del Senato Usa, invece di tramutarsi in versamenti corretti d'imposte e tasse prende la via, ogni anno, dei paradisi fiscali. Se non interverranno mutamenti radicali nella vicenda che contrappone gli Usa ai paradisi fiscali, entro il 23 settembre i contribuenti statunitensi che hanno conti esteri dovranno dichiararli puntualmente all'Irs. Chi non lo farà rischierà una multa di 500mila dollari e, in caso emergano frodi o azioni ritenute illecite, una pena fino a dieci anni di prigione. E non è tutto. Infatti, oltre alla stretta imposta dal fisco americano, anche la Sec, la Security Exchange Commission, imporrà alle banche elvetiche che gestiscono i conti e gli asset patrimoniali di cittadini statunitensi una registrazione, in forma quindi preventiva, presso i suoi organi e uffici di controllo. Un passaggio questo che, una volta sperimentato, determinerebbe di fatto il venir meno del segreto bancario e dei principi di riservatezza legati al diritto elvetico. Equivalente ad una sorta di resa. Il risultato è che da giorni ormai, Ubs e Credite Suisse in testa, seguiti entrambi gli istituti di credito da un lungo elenco di banche minori private, invitano i loro clienti statunitensi o a rivedere i loro investimenti, oppure, a spostarli presso depositi o unità patrimoniali differenti, comunque registrati negli States e distanti tanto da non costituire una minaccia al segreto bancario elvetico.

Se il cliente da investitore diviene tossico
In pratica, le banche svizzere sembrerebbero perfino disposte a rinunciare e a tagliare i rapporti con i clienti statunitensi, pur di conservare intatto il segreto bancario. Come? Rifiutando di aprire conti particolari d'investimento o altro. E la platea è nient'affatto modesta. I cittadini statunitensi che risultano risiedere in Svizzera sono all'incirca 30mila. Gli americani nel mondo, invece, sono oltre 5milioni. Un vero e proprio esercito di risparmiatori i cui patrimoni, generalmente, si inseriscono nella scala degli alti redditi, spesso milionari se non miliardari. Non tutti sono clienti del sistema bancario svizzero, ma il legame, come dimostrato dal caso UBS, non è nient'affatto da sottovalutare.

 

Stefano Latini
pubblicato Mercoledì 8 Luglio 2009

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