Mercoledì 23 Maggio 2012 - Aggiornato alle 16:07
Dal mondo
Frodi fiscali, negli Usa e Uk
l'informazione è valore comune
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Non è soltanto la lingua ma anche la campagna informativa contro il fenomeno ad accomunare british e american
C’è un ritornello che risuona da qualche tempo nelle orecchie dei contribuenti a stelle e strisce. “If it sounds too good to be true, it probably is”. Traduzione libera: se sembra troppo bello per essere vero, allora vuol dire che la truffa è dietro l’angolo. È il monito lanciato dall’Irs (Internal Revenue Service), l’Agenzia delle Entrate statunitense, per mettere in guardia i cittadini dal rischio di farsi abbindolare dalle intriganti sirene dell’illegalità e dell’evasione fiscale.
Le leggende del popolo anti-tasse – «Individui senza scrupoli e sostenitori della non compliance volontaria rispetto alle norme fiscali – si legge in un volantino emblematicamente intitolato “Perché dobbiamo pagare le tasse” – hanno usato una miriade di argomenti falsi o ambigui per non versare le imposte». Vere e proprie leggende prive di fondamento, tra cui spicca per originalità il mito secondo il quale gli africani e i nativi americani avrebbero diritto di chiedere uno speciale credito fiscale in riparazione della schiavitù e di altri trattamenti oppressivi subiti in passato o, per stare in un terreno più usurato, la favola secondo cui compilare la dichiarazione dei redditi significa violare le norme costituzionali sulla tutela della privacy o delle credenze religiose e morali.
In campo il modulo svela-trucchi – Per scoraggiare il ricorso a questi trabocchetti, spesso travestiti con sofisticate argomentazioni legali, il Fisco Usa ha lanciato una campagna a tappeto con l’obiettivo di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni sui fenomeni di evasione ed elusione che, in tempi di magra, sottraggono risorse vitali alle casse pubbliche americane. Dalla fruizione indebita di esenzioni e deduzioni alla contraffazione di documenti, dalla mancata dichiarazione degli incassi alla corruzione, passando per le scommesse illegali, è lungo l’elenco delle insidie che il Fisco Usa sta cercando di portare a galla. A incastrare i furbetti delle tasse potrebbe essere, ancor più che la supertecnologia, un semplice e schematico modulo, il “Form 3949 A”. Dietro questa sigla apparentemente innocente si nasconde, in realtà, la nuova arma di distruzione di massa in chiave anti-evasione messa a punto dagli ispettori dell’Irs: un “information referral”, una lettera da compilare in quattro e quattr’otto – 15 minuti il tempo medio richiesto – per smascherare l’evasore della porta accanto, quello che capita di incrociare per caso nella vita di tutti i giorni, così come il grande businessman col vizietto di non pagare le imposte.
Cosa comunicare al Fisco – Tra i dati richiesti, il nome e l’indirizzo della persona o azienda da segnalare, una breve descrizione della violazione delle leggi fiscali che si presume sia stata commessa, gli anni e le somme che si ritiene siano state illecitamente sottratte all’Erario. La compilazione del modulo è affidata al senso civico di ciascuno, nel senso che avviene su base volontaria. Il delatore può comunque scegliere di restare anonimo, ma se decidesse di svelare la sua identità agevolerebbe le indagini, godendo di un trattamento confidenziale.
Caccia ai cyber-truffatori – Sulla stessa lunghezza d’onda anche i cugini d’oltreoceano. Il Fisco britannico, infatti, da qualche settimana ha puntato il mirino sulle truffe via mail, lanciando una campagna informativa per mettere in guardia i contribuenti dalle trappole che si nascondono dietro comunicazioni elettroniche apparentemente allettanti. Trappole informatiche che inondano la rete, se è vero che nel solo mese di agosto l’Hmrc (Hm Revenue & Customs), l’amministrazione fiscale inglese, ha ricevuto oltre 24mila segnalazioni di mail-truffa, con un incremento del 300 per cento rispetto allo stesso periodo del 2010. La promessa per gli ignari destinatari dei messaggi è sempre la stessa: guadagni facili, eredità, rimborsi fiscali, premi di lotterie. Per ottenerli basta semplicemente fornire i dati della propria carta di credito o del conto corrente bancario. Un modo rapido e immediato per mettersi nei guai. Queste richieste, infatti, non sono altro che tentativi di phishing, esche informatiche lanciate nel mare magnum del web per carpire informazioni sensibili. Esattamente come i siti-civetta su Internet, che il Fisco di Sua Maestà sta facendo chiudere al ritmo di cento al mese. Una guerra che negli ultimi due anni ha superato i confini inglesi, sgominando reti criminali attive anche in Austria, Messico, Usa, Sud Corea, Tailandia e Giappone.
Laura Mingioni
pubblicato Mercoledì 5 Ottobre 2011
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