Dal mondo
I paradisi fiscali scelgono la piazza di Hong Kong
Al primo posto della classifica dei Paesi investitori spiccano le Isole Vergini
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Secondo i dati diffusi recentemente dalla InvestHK, l'agenzia governativa di Hong Kong con il compito di monitorare i flussi delle risorse finanziarie che ogni anno fanno il loro ingresso nel perimetro dell'economia dell'ex colonia britannica, il luogo d'origine della quota maggiore di investimenti esteri diretti, che risultano immobilizzati nel più fiorente dei mercati asiatici, è il centro offshore delle Isole Vergini britanniche.

120 miliardi di dollari in cinque anni
Scorrendo, infatti, la graduatoria pubblicata dalla InvestHK, le Isole Vergini, il cui stock complessivo di investimenti diretti domiciliati a Hong Kong ha raggiunto la soglia dei 120 miliardi di dollari, precedono gli sforzi finanziari di Paesi ben più autorevoli e ricchi di capitali come, per esempio, la Cina (100 miliardi di dollari), che occupa la seconda posizione, gli Stati Uniti (24 miliardi) sono soltanto quinti, il Giappone (18 miliardi) naviga in sesta posizione e il Regno Unito (6,2 miliardi) chiude al nono posto la classifica delle economie più estese. All'interno della graduatoria sono invece i paradisi fiscali più noti, dalle Bermuda (33 miliardi come l'Olanda) alle Isole Cayman (7 miliardi), per terminare con l'ardimentosa e inattesa new entry di Panama (3,5 miliardi), che contribuiscono a colorare le performance contabili degli investitori nazionali sedotti dalle possibilità di crescita e di profitto offerte dalla piazza finanziaria di Hong Kong.



Dunque, in base ai numeri diffusi, ben 120 miliardi di dollari, attualmente già investiti all'interno del mercato locale di Hong Kong, provengono dalle Isole Vergini britanniche, una giurisdizione offshore i cui abitanti sono circa 22mila mentre le aziende estere, legalmente registrate negli uffici amministrativi della sonnolenta capitale Road Town, risultano essere più di 400mila.

Le ragioni del boom dei paradisi fiscali
In realtà, i dati registrati dalle autorità finanziarie di Hong Kong, invece che rallegrare, impensieriscono i responsabili economici locali. Infatti, gran parte del denaro trasferito dai centri offshore non appare legato all'impegno o alla pianificazione di grandi e note aziende transnazionali, piuttosto risulta collegato a un flusso di rientro degli ingenti capitali sottratti, nel corso degli anni, all'esame del fisco da dirigenti cinesi corrotti e da società private scarsamente rispettose delle regole vigenti. Oggi, un flusso sempre maggiore di tali risorse finanziarie, illegalmente trasferite all'estero, compie il periplo contrario, attratto naturalmente dalle ampie e facili occasioni di investimento, moltiplicate dal boom attuale dell'economia cinese.

Recentemente, la Banca Mondiale ha stimato che una quota pari al 25 per cento degli investimenti esteri diretti, che ogni anno rifluiscono all'interno del mercato cinese, è facilmente riconducibile a una sorta di manovra di rientro di capitali fuoriusciti illegalmente negli anni precedenti. In realtà, secondo le analisi e le ricerche condotte dalla University of Economics di Hong Kong, la quota indicata dalla Banca Mondiale è eccessivamente ottimista. Gli studi, infatti, indicano la quota degli investimenti esteri, cosiddetti "sospetti", oscillante all'interno di una finestra contabile che potrebbe variare da un minimo del 30 a un massimo del 50 per cento.

Stefano Latini
pubblicato Venerdì 1 Aprile 2005

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