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Dal mondo
Londra 2008, l’anno dell’esodo…fiscale
Multinazionali, aziende specializzate e imprese che gestiscono patrimoni lasciano la City in cerca di nuove residenze fiscali
Si allunga la lista delle compagnie e dei grandi Gruppi, da Global Henderson alla società farmaceutica Shire, dalla Imperial Tabacco alla United Business Media, che decidono, o restano semplicemente nelle more d’una eventuale futura pianificazione come, per esempio, la compagnia assicurativa Brit Insurance, di rinunciare alla residenza fiscale londinese spostandola, transitoriamente, in giurisdizioni offshore, come per esempio Jersey e Lussemburgo, e in seguito alloggiarla in via definitiva a Dublino. Si tratta d’un vero e proprio esodo finanziario, rafforzato dagli ultimi addii del Gruppo ingegneristico Charter Int plc e della Regus, provider leader nella fornitura dei servizi per spazi d’ufficio. Un trend questo che comporta non soltanto il venir meno e il chiudersi di qualche vetrina e ufficio ma, soprattutto, il disperdersi e il concentrarsi su altri mercati, magari in Irlanda, di decine di miliardi di euro. Una novità che preoccupa il premier Gordon Brown, alle prese con il dilemma della recessione e i responsabili dell’Economia ma che, al momento, non sembra incontrare chance significative di mediazione. Tanto che l’Esecutivo, proprio in mancanza di valide linee percorribili di compromesso, sembra aver optato per una rapida retromarcia riguardo la tassazione dei guadagni esteri delle multinazionali che, di fatto, soltanto in parte saranno ricondotti a tassazione ordinaria, mentre mesi or sono la tesi prevalente era d’imporre un regime fiscale integrale, ovvero senza sconti.
Le ragioni dell’esodo? Questione di fisco e tasse
Le compagnie e i gruppi protagonisti della fuga da Londra dichiarano, in modo piuttosto unitario, che la scelta di ridisegnare la rispettiva residenza fiscale è determinata da ragioni di tasse. In particolare, sotto accusa il progetto elaborato dal Governo che mira a introdurre una tassa sui profitti esteri raccolti dalle multinazionali e il cui scopo sarebbe di intercettare e assoggettare a tassazione guadagni e proventi delle imprese transnazionali, prima che i rispettivi management provvedano a disperderne e a ridistribuirne gli introiti attraverso una lunga filiera di società controllate. A questa extra-tassa si aggiunge anche l’imposta a forfait che Londra ha esteso oramai da un trimestre a tutti i contribuenti non-dom, la cosiddetta tassa Valentino, e che di fatto ai residenti non domiciliati da almeno sette anni risidenti a Londra impone il versamento di almeno 45mila euro l’anno per garantirsi di continuare a non pagare tasse all’erario britannico per guadagni derivanti da fonte estera. Una misura che, secondo i gestori di fondi e di patrimoni, distorce la competitivita’ del mercato a sfavore di chi opera sulla piazza londinese. Dunque, la riduzione al 28% dell’imposta sui profitti realizzata e introdotta da Gordon Brown non sembra aver fatto breccia tra gli esponenti del sistema imprenditoriale britannico, sempre più preoccupati dalle ansie d’un fisco alla ricerca disperata di risorse da impegnare sul fronte della crisi internazionale.
La meccanica dell’esodo
Si tratta d’un copione contabile a sfondo fiscal-finanziario piuttosto omogeneo e quasi ripetitivo. Per esempio, il gruppo Charter, impegnato nel settore dell’ingegneristica e con sede, almeno fino a oggi, a Londra, ha annunciato la creazione d’una sua holding company all’interno della giurisdizione offshore di Jersey, sulla Manica. Si tratta d’una sorta di finestra ponte, dato che il quartier generale della Charter Int plc al termine della corsa sarà localizzato a Dublino, in Irlanda, dove in pratica assumerà i contorni effettivi della residenza fiscale. D’altra parte, rispondendo alle critiche, i responsabili della Charter hanno tenuto a precisare che soltanto il 5% del loro fatturato è made in Uk, ergo andarsene da Londra non dovrebbe scatenare reazioni pericolose, essendo quasi naturale. Stesso modello quello applicato dalla Regus, il più grande tra i provider di servizi per spazi d’ufficio e che, a differenza della Charter, prediligerà, dopo la pausa a Jersey, la sede del Lussemburgo, tanto per essere più sicuri. Già detto dei Lloyd’s, della Brit Insurance e della società farmaceutica Shire e della United Business Media, mentre un approfondimento merita la Global Henderson. La parent company sarà stabilita direttamente a Dublino tagliando così il peso del fisco dal 28 al 20%, nel suo complesso. Sui guadagni esteri l’Amministrazione fiscale celtica non solleverà inoltre eccezioni contabili, come nei propositi del fisco di Sua Maestà, non vi saranno maggiori imposte sui transiti e guadagni da capitali e, naturalmente, anche in questo caso una nuova holding company aprirà le linee a Jersey. Il problema è che la Henderson gestisce patrimoni piuttosto significativi, ben oltre i 60 miliardi di euro.
Se Dublino supera Londra
Si tratta quindi d’un vero e proprio treno del tesoro che, di fatto, si sposta non negli Usa e nemmeno in Cina o a Bruxelles ma a Dublino, presso cugini che ora rischiano di costituire un mercato abile tanto da spegnere le luci di Londra, la madre di tutte le piazze finanziarie mondiali. I britannici reggeranno la batosta fiscale che li vedrà scivolare sotto Dublino? Chissà. In realtà i cambiamenti di residenza fiscale non determineranno la perdita netta di patrimoni e risorse che, infatti, resteranno ben investite e serrate tra le maglie qualitative della Borsa di Londra, punto di raccolta che non può ancora essere dribblato.
La ricetta del Governo britannico per arrestare l’esodo
L’attuale Governo britannico, preoccupato dagli indicatori generali che tratteggiano un’economia in recessione e sull’orlo d’una crisi profonda, condizione questa confermata dall’andamento del Pil ritratto al +1 per cento nel 2008, ma a -0,5 per cento nel corso del 2009 sembra ora deciso a intraprendere un radicale cambiamento in tema di fiscalità internazionale. In particolare, la novità resa pubblica proprio in questi giorni riguarda il testo, per la verità non ancora definitivo, della nuova legge che rimodulerà la tassazione dei profitti esteri delle grandi multinazionali. Nel dettaglio, la variazione principale interesserà i dividendi esteri che di fatto saranno esentati. Dunque, contrordine da parte del premier Gordon Brown che, dopo aver lanciato una stretta sui guadagni derivanti da attività e controllate estere, ora sembra essere più incline alla mediazione con i grandi gruppi. Alcuni sostengono che la retromarcia del governo sia stata anche determinata dal risultato di alcune ricerche secondo cui all’incirca 1/3 dei manager e dei direttori e dei responsabili amministrativi delle multinazionali britanniche ha affrontato, nel corso dei mesi passati, la questione relativa a come delocalizzare o spostare le sedi delle rispettive società in Paesi e in giurisdizioni a bassa tassazione, di fatto cambiando la residenza fiscale. A questo dato si deve poi aggiungere la radicale diminuzione del gettito derivante dall’imposta sui profitti delle società che, fissato in media al 10% delle entrate fiscali totali, quest’anno potrebbe invece diminuire a causa della crisi che sta riducendo i ricavi delle aziende. Insomma, una serie di numeri piuttosto negativi che, nel complesso, hanno orientato l’attuale Esecutivo londinese a ripensare le modifiche da introdurre in materia di tassazione dei profitti e dei guadagni derivanti da fonte estera. Aperta invece resta la questione sulle regole che ridisegneranno i rapporti e le relazioni tra le aziende madri e le rispettive controllate e sussidiarie, un tema questo sul quale il premier non sembra però disposto a elargire ulteriori sconti alle multinazionali, anche in tempi di crisi, anzi, soprattutto di questi tempi.
Stefano Latini
pubblicato Venerdì 2 Gennaio 2009
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