Dal mondo
Lussemburgo: focus sulle criptovalute.
Arriva la guida sul trattamento fiscale
Il Granducato considera bitcoin e simili come una risorsa immateriale a fini tributari
Lussemburgo
Il 26 luglio 2018, le autorità fiscali lussemburghesi hanno emanato una circolare amministrativa, sorta di mini-guida, che fornisce indicazioni sulla caratterizzazione delle valute virtuali e il trattamento fiscale dei redditi derivanti dalle attività di scambio realizzate da parte dei contribuenti lussemburghesi.

Classificazione delle valute virtuali ai fini fiscali in Lussemburgo
 In sostanza, il documento di prassi afferma che le criptovalute non sono affatto considerate come una valuta a tutti gli effetti, ma piuttosto come una risorsa immateriale a fini fiscali. Permane immutata l’impossibilità per i contribuenti di predisporre i propri conti annuali o presentare le rispettive dichiarazioni dei redditi in valute virtuali. Di conseguenza, i proventi e gli utili, nonché le spese operative, le commissioni, le spese speciali e le spese straordinarie denominate in valuta digitale dovranno essere convertiti in euro o in una valuta per la quale la Banca centrale europea (BCE) stabilisce e pubblica tassi di cambio, sulla base del tasso di cambio giornaliero pubblicato da una piattaforma di scambio approvata dalla CSSF, l'autorità di vigilanza del settore finanziario lussemburghese.

Come ricavare il valore della valuta virtuale di cui si è in possesso
Ai fini della contabilità, in Lussemburgo si applicano i principi contabili generali, i redditi quindi devono essere determinati sulla base del tasso di cambio del giorno in cui il reddito stesso è messo a disposizione del contribuente, mentre una spesa deve essere convertita al tasso del giorno in cui viene effettuata. Il fatto che i pagamenti siano effettuati in valuta virtuale non ha alcun impatto sulla natura del reddito.

Attività commerciali e di scambio in valute virtuali
In pratica, il reddito riconducibile ad attività in criptovalute è sempre imponibile se rientra in una delle otto categorie di cui all'art. 10 della legge lussemburghese sull'imposta sul reddito (LIR), indipendentemente dal fatto di essere realizzato in un mondo reale o puramente virtuale. Di conseguenza, i redditi derivanti da attività commerciali o collegate sono tassabili soltanto se rientrano nel reddito d'impresa o in altri redditi.

Reddito d'impresa e criptovalute
I proventi generati dalle valute virtuali, in particolare dalle attività di negoziazione o commerciali, costituiscono reddito d'impresa solo se tali attività soddisfano i requisiti generalmente applicabili ad un'attività commerciale, ossia qualora esista "un'attività indipendente con intenzione lucrosa esercitata in modo permanente e costituendo una partecipazione alla vita economica generale, a meno che detta attività non sia un'attività agricola o forestale o l'esercizio di un'attività professionale indipendente". In tali casi, quindi, gli imprenditori, che per definizione ricavano proventi dalle loro aziende, dovranno applicare su eventuali guadagni l'imposta sul reddito delle società e l'imposta comunale sulle imprese che generalmente sono dovute in Lussemburgo (al tasso aggregato attuale del 26,01% per le società nella città di Lussemburgo). Comunque, analogamente ad altre attività, è sempre necessario effettuare un'analisi preventiva  ad hoc per stabilire se l'attività costituisce un'attività commerciale o solo la gestione della ricchezza privata. Questo deve essere valutato sulla base delle circostanze del caso particolare.

Quando la valuta digitale implica attività reali e quindi tassabili
Tra le altre caratteristiche, il riscontro delle seguenti condizioni fornirebbe generalmente degli indicatori utili a identificare un'attività commerciale con valute virtuali:
• luogo o organizzazione assegnati alle operazioni su valute virtuali;
• uso del capitale preso in prestito;
• frequenti cambiamenti nell'inventario delle valute virtuali;
• negoziazione per conto di terzi.
Naturalmente, pur essendo ravvisabile uno solo dei precedenti criteri per dare il via libera alla tassazione di tipo ordinario, i costi operativi come le tariffe elettriche collegate alle attività di commercio in una valuta virtuale o le commissioni di conversione delle piattaforme di scambio potranno essere dedotte, ma solo se correlate all'attività stessa.

Altri proventi
Nel caso non risulti un'attività commerciale, i redditi derivanti dalle operazioni effettuate occasionalmente in valute virtuali potrebbero essere tassabili come gli altri redditi di cui all'art. 99 LIR. Lo scambio di valuta virtuale contro un'altra valuta o contro l'Euro o un'altra valuta, nonché il pagamento di beni e servizi sotto forma di valuta virtuale sarebbe così considerato come uno scambio con rilevanza fiscale, ovvero una vendita della valuta virtuale e simultanea acquisizione di un’altra valuta o d’un bene o d’un servizio. Se lo scambio o l'acquisto di beni o servizi avviene entro sei mesi dall'acquisto della valuta virtuale, ciò porta a "profitti speculativi" o "perdite speculative" ai sensi dell'articolo 99bis LIR. Tali profitti da speculazione non sono tassabili se inferiori a €500 in un anno. Il contribuente però dovrà disporre di una documentazione coerente e continua riguardante la data di acquisizione o creazione della valuta virtuale e i relativi costi. Laddove la valuta virtuale è realizzata a fini fiscali, l'onere della prova alla data di acquisizione (che è rilevante per determinare se vi è un debito d'imposta) spetta al contribuente. Se l'identificazione della valuta scambiata è difficile o impossibile a causa di circostanze, il prezzo di acquisto della valuta virtuale deve essere determinato in base al metodo del prezzo medio ponderato.
 
Stefano Latini
pubblicato Mercoledì 12 Settembre 2018

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