Mercoledì 23 Maggio 2012 - Aggiornato alle 18:50
Dal mondo
Negli Usa il contribuente individuale batte l’impresa 5 a 1
Racchiusa in questo rapporto la gara contabile fiscale tra le persone fisiche e le società per il quinquennio 2000-2005
Dalle tasche di circa 131 milioni di cittadini, quindi soprattutto dai bilanci familiari e non d’azienda, sono scivolati nelle casse dell’Erario oltre 6 mila miliardi di dollari rispetto ai 1300 miliardi di fonte impresa. In questo contesto spicca la proposta recente, avanzata e sostenuta dall’Amministrazione tributaria statunitense, di rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi delle società.
Nel corso degli ultimi anni, in particolare nell’anno che si è appena chiuso, le imprese statunitensi, che raffigurano un universo economico in costante movimento costituito da ben 5 milioni di soggetti che operano sul mercato globale, oltre che su quello domestico, tramite una nutrita rappresentanza di aziende cosiddette "transnazionali", è stato al centro di un dibattito dai toni piuttosto accesi che ha mobilitato non soltanto gli studiosi e le voci diverse della società civile americana, ma ha finito per riscaldare anche gli scranni del Parlamento Usa, all’interno del quale più volte si è perfino discusso di una sorta di strisciante, o manifesto, "antipatriottismo" delle imprese, sempre più spesso coinvolte in scandali finanziari e in discutibili transazioni orientate verso il mercato dell’offshore. Insomma, in molti si sono chiesti, ed ancora si interrogano, se la Corporate America stia in qualche modo distaccandosi dall’interesse nazionale della maggiore potenza mondiale, proprio in coincidenza con una instabilità crescente dei conti pubblici che minaccia seriamente la tenuta del Welfare e dei servizi sociali essenziali, sanità e pensioni, nei prossimi anni.
La generosità delle aziende americane
Sul versante freddamente numerico, che riposa nelle moltitudini statistiche dell’Agenzia delle Entrate statunitense, il contributo delle società americane all’Erario è stato piuttosto significativo, nonostante le numerose ambiguità manifestate in questi anni dall’intero settore. Infatti, dal 2000 ad oggi, sono stati oltre 1300 i miliardi di dollari che hanno lasciato puntualmente i bilanci di milioni di imprese per confluire nelle casse dell’Erario federale di Washington. Naturalmente, non si tratta affatto di un improvviso e insolito eccesso di generosità della Corporate America nei riguardi del mercato nazionale, piuttosto questo numero rappresenta semplicemente la quota dei rispettivi profitti che le aziende statunitensi hanno indirizzato verso i nodi di raccolta del Fisco.
Ma i contribuenti individuali sono stati tre volte più generosi
Che si tratti di un numero affatto entusiasmante lo dimostra il raffronto con le somme che il Fisco ha incassato dai contribuenti individuali. Infatti, dalle tasche di circa 131 milioni di cittadini, quindi soprattutto dai bilanci familiari e non d’azienda, sono scivolati nelle casse dell’Erario oltre 6 mila miliardi di dollari nel medesimo quinquennio, ovvero, dal 2000 al 2005, rispetto ai 1300 miliardi di fonte impresa. In pratica è come se l’ipotetica e fantasiosa gara contabile tra contribuenti individuali e società fosse terminata con il rigoroso punteggio fiscale di 5 a 1. Va però rammentato che in questo caso si è tenuto conto soltanto del gettito di imposte e tasse e non dell’impatto che i due mondi hanno sul medesimo sistema Paese. Insomma è come se le aziende avessero giocato in trasferta la loro partita contabile.

Il gettito complessivo delle imposte sui redditi e dei contributi e degli oneri sociali registrato nel corso del periodo 2000-2005.
Fonte: Amministrazione tributaria statunitense
(i valori riportati nel grafico sono espressi in miliardi di dollari).

Andamento del gettito dell’imposta sui redditi, delle aziende e dei contribuenti individuali, e degli oneri sociali e contributivi, incluse le diverse voci legate alle assicurazioni private, nel corso del quinquennio 2000-2005.
Fonte: Amministrazione tributaria statunitense
(i dati riportati nel grafico sono espressi in miliardi di dollari).
Pubblicare la dichiarazione dei redditi delle società
Che la generosità delle aziende americane stia mettendo a dura prova gli stessi americani, lo dimostra anche la proposta recente avanzata e sostenuta dall’Amministrazione tributaria statunitense di rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi delle società. Infatti, preoccupati dall’estendersi del gap tra l’incasso atteso dell’imposta sui profitti e quello reale, l’Irs sta caldeggiando oramai in maniera aperta l’idea di rendere pubblici i profili fiscali delle aziende. Naturalmente, si tratta di una strategia complessa. Infatti, l’obiettivo finale sarebbe quello di evitare che le imprese, soprattutto quelle quotate in Borsa, tendano a diffondere documenti di bilancio entusiasti nel corso dell’anno per alimentare l’ottimismo degli azionisti e degli investitori e far in modo che lievitino i costi delle azioni monitorati dagli indici di Wall Street. In seguito però, superata la sbornia contabile, gli incassi, i profitti e i ricavi favolosamente vagheggiati finiscono puntualmente per trasformarsi in rosso di bilancio, in perdite e in una sequela di segni negativi, non di quelli positivi come preannunciato, quando i medesimi dati scivolano sulle dichiarazioni dei redditi inviate all’Amministrazione tributaria. Risultato? I redditi si restringono, i profitti scendono e le imposte si diradano. Invece, rendendo pubbliche le dichiarazioni dei redditi delle aziende, questo strano gioco, sostengono gli esperti del Fisco statunitense, potrebbe finalmente rallentare e, forse, tendere al riallineamento, regalando all’Erario centinaia di miliardi di maggiori imposte.
Dalle tasche di circa 131 milioni di cittadini, quindi soprattutto dai bilanci familiari e non d’azienda, sono scivolati nelle casse dell’Erario oltre 6 mila miliardi di dollari rispetto ai 1300 miliardi di fonte impresa. In questo contesto spicca la proposta recente, avanzata e sostenuta dall’Amministrazione tributaria statunitense, di rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi delle società.Nel corso degli ultimi anni, in particolare nell’anno che si è appena chiuso, le imprese statunitensi, che raffigurano un universo economico in costante movimento costituito da ben 5 milioni di soggetti che operano sul mercato globale, oltre che su quello domestico, tramite una nutrita rappresentanza di aziende cosiddette "transnazionali", è stato al centro di un dibattito dai toni piuttosto accesi che ha mobilitato non soltanto gli studiosi e le voci diverse della società civile americana, ma ha finito per riscaldare anche gli scranni del Parlamento Usa, all’interno del quale più volte si è perfino discusso di una sorta di strisciante, o manifesto, "antipatriottismo" delle imprese, sempre più spesso coinvolte in scandali finanziari e in discutibili transazioni orientate verso il mercato dell’offshore. Insomma, in molti si sono chiesti, ed ancora si interrogano, se la Corporate America stia in qualche modo distaccandosi dall’interesse nazionale della maggiore potenza mondiale, proprio in coincidenza con una instabilità crescente dei conti pubblici che minaccia seriamente la tenuta del Welfare e dei servizi sociali essenziali, sanità e pensioni, nei prossimi anni.
La generosità delle aziende americane
Sul versante freddamente numerico, che riposa nelle moltitudini statistiche dell’Agenzia delle Entrate statunitense, il contributo delle società americane all’Erario è stato piuttosto significativo, nonostante le numerose ambiguità manifestate in questi anni dall’intero settore. Infatti, dal 2000 ad oggi, sono stati oltre 1300 i miliardi di dollari che hanno lasciato puntualmente i bilanci di milioni di imprese per confluire nelle casse dell’Erario federale di Washington. Naturalmente, non si tratta affatto di un improvviso e insolito eccesso di generosità della Corporate America nei riguardi del mercato nazionale, piuttosto questo numero rappresenta semplicemente la quota dei rispettivi profitti che le aziende statunitensi hanno indirizzato verso i nodi di raccolta del Fisco.
Ma i contribuenti individuali sono stati tre volte più generosi
Che si tratti di un numero affatto entusiasmante lo dimostra il raffronto con le somme che il Fisco ha incassato dai contribuenti individuali. Infatti, dalle tasche di circa 131 milioni di cittadini, quindi soprattutto dai bilanci familiari e non d’azienda, sono scivolati nelle casse dell’Erario oltre 6 mila miliardi di dollari nel medesimo quinquennio, ovvero, dal 2000 al 2005, rispetto ai 1300 miliardi di fonte impresa. In pratica è come se l’ipotetica e fantasiosa gara contabile tra contribuenti individuali e società fosse terminata con il rigoroso punteggio fiscale di 5 a 1. Va però rammentato che in questo caso si è tenuto conto soltanto del gettito di imposte e tasse e non dell’impatto che i due mondi hanno sul medesimo sistema Paese. Insomma è come se le aziende avessero giocato in trasferta la loro partita contabile.

Il gettito complessivo delle imposte sui redditi e dei contributi e degli oneri sociali registrato nel corso del periodo 2000-2005.
Fonte: Amministrazione tributaria statunitense
(i valori riportati nel grafico sono espressi in miliardi di dollari).

Andamento del gettito dell’imposta sui redditi, delle aziende e dei contribuenti individuali, e degli oneri sociali e contributivi, incluse le diverse voci legate alle assicurazioni private, nel corso del quinquennio 2000-2005.
Fonte: Amministrazione tributaria statunitense
(i dati riportati nel grafico sono espressi in miliardi di dollari).
Pubblicare la dichiarazione dei redditi delle società
Che la generosità delle aziende americane stia mettendo a dura prova gli stessi americani, lo dimostra anche la proposta recente avanzata e sostenuta dall’Amministrazione tributaria statunitense di rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi delle società. Infatti, preoccupati dall’estendersi del gap tra l’incasso atteso dell’imposta sui profitti e quello reale, l’Irs sta caldeggiando oramai in maniera aperta l’idea di rendere pubblici i profili fiscali delle aziende. Naturalmente, si tratta di una strategia complessa. Infatti, l’obiettivo finale sarebbe quello di evitare che le imprese, soprattutto quelle quotate in Borsa, tendano a diffondere documenti di bilancio entusiasti nel corso dell’anno per alimentare l’ottimismo degli azionisti e degli investitori e far in modo che lievitino i costi delle azioni monitorati dagli indici di Wall Street. In seguito però, superata la sbornia contabile, gli incassi, i profitti e i ricavi favolosamente vagheggiati finiscono puntualmente per trasformarsi in rosso di bilancio, in perdite e in una sequela di segni negativi, non di quelli positivi come preannunciato, quando i medesimi dati scivolano sulle dichiarazioni dei redditi inviate all’Amministrazione tributaria. Risultato? I redditi si restringono, i profitti scendono e le imposte si diradano. Invece, rendendo pubbliche le dichiarazioni dei redditi delle aziende, questo strano gioco, sostengono gli esperti del Fisco statunitense, potrebbe finalmente rallentare e, forse, tendere al riallineamento, regalando all’Erario centinaia di miliardi di maggiori imposte.
Stefano Latini
pubblicato Mercoledì 5 Aprile 2006
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