Dal mondo
Negli Usa vola il debito e scendono le imposte
In questo binomio si condensa l'analisi  del Cbo  relativa all’impatto esercitato sui conti pubblici dalla politica economica del governo

Secondo il Congressional Budget Office, l’Agenzia indipendente che dal 1974 è istituzionalmente demandata a fornire al Parlamento le indicazioni e le stime relative all’andamento e alla tenuta dei conti pubblici tra il 2007 e il 2016, il deficit complessivo potrebbe raggiungere e superare i 2100 miliardi di dollari mentre le entrate fiscali dovrebbero ridursi di circa 1700 miliardi di dollari.
In pratica, è proprio in questa espressione che si può riassumere l’essenza della cosiddetta "Busheconomics", ovvero, una sorta di modello, anzi, di pratica economica che l’attuale inquilino della Casa Bianca sembra oramai deciso a non abbandonare, nonostante il montare delle critiche, delle obiezioni e dei giudizi che si affollano e che riguardano non più soltanto gli esperti e gli analisti economici dei maggiori e più autorevoli centri di ricerca, ma anche il Congressional Budget Office (Cbo), l’Agenzia indipendente che, dal 1974, è istituzionalmente demandata a fornire al Parlamento Usa le indicazioni e le stime relative all’andamento e alla tenuta dei conti pubblici, anche in relazione ai potenziali cambiamenti allo studio tra i banchi del Congresso. Naturalmente, il Cbo non si occupa né di suggerire né di consigliare politiche alternative ai membri del Parlamento Usa ma indica soltanto le dinamiche contabili che potrebbero venir originate da alcune modifiche normative che hanno un impatto diretto sui conti pubblici, cercando, in questo modo, di evitare il ripetersi di errori piuttosto grossolani sul versante legislativo che, prima del 1974, avevano ciclicamente contribuito a distruggere miliardi di dollari di possibili e utili risorse.
Il 2016 secondo l'analisi del Cbo
E’ in questa cornice che si inserisce l’analisi, condotta recentemente dal Congressional Budget Office (Cbo), in relazione all’impatto ed agli effetti fiscal-finanziari di lungo termine, non di breve periodo, che i nuovi tagli fiscali proposti da Bush potrebbero avere sui conti pubblici della "locomotiva" dell’economia mondiale. In pratica, qualora le agevolazioni, gli sconti fiscali e le riduzioni applicate a diverse imposte, in particolare quelle relative ai guadagni di Borsa e all’incasso dei dividendi, dovessero prolungare il loro soggiorno all’interno del perimetro normativo tributario statunitense, e ad essi aggiungersi una serie di nuovi tagli predisposti nell’ultimo documento di bilancio, attualmente ancora in discussione, la sostenibilità dei conti americani potrebbe venirne seriamente turbata. Infatti, sempre in base alle proiezioni di lungo corso realizzate dal Cbo, tra il 2007 e il 2016, il deficit complessivo potrebbe raggiungere e superare i 2100 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra enorme, che però tiene conto sia della distribuzione del deficit in differenti anni d’imposta, ben 10, sia dell’impatto che su di esso potrebbero avere anche le maggiori spese volute dall’attuale Presidente, non soltanto i tagli fiscali.



*Il deficit complessivo e la diminuzione delle imposte federali nel periodo 2007-2016 secondo le proiezioni e le stime fornite recentemente dal Congressional Budget Office (CBO)
(i valori riportati nel grafico sono espressi in miliardi di dollari).

Il medesimo andamento interessa invece le entrate fiscali che, sempre lungo la finestra temporale che corre dal 2007 al 2016, dovrebbero ridursi di circa 1700 miliardi di dollari, attestandosi alla fine del 2016 al 18 per cento del Pil, un risultato che, qualora raggiunto, costituirebbe una sorta di riduzione fiscale da primato. Naturalmente, il problema cruciale riguarderebbe il versante opposto, ovvero, come finanziare il sistema pensionistico, in rapida crescita, in quale modo potenziare i servizi sociali e come impedire che il sistema sanitario pubblico venga consegnato alla pensione.
Vola il debito, scendono le imposte, ma corrono gli occupati
In realtà, secondo i sostenitori della Busheconomics, la questione relativa a come alimentare il Welfare classico nei prossimi anni costituisce un punto interrogativo che unisce tutte le democrazie del Pianeta e che, in altre parole, non è di esclusiva preoccupazione statunitense. Riguardo poi alle stime buie del Cbo, la critica sottolinea come le proiezioni di questa agenzia vengono sempre realizzate ed elaborate sulla base di un generale e generico rebus sic stantibus, ovvero, le norme attuali, inclusi i tassi di spesa e i trend inflattivi e di crescita economica, non vengono affatto considerati in moto perpetuo, o almeno ciclico. Dunque, la mancanza di una periodicità, in pratica l’ingresso dei cambiamenti dettati dal calendario, nelle statistiche del Cbo ingenera una rutinaria perdita di credibilità rispetto ai numeri che esso produce annualmente, soprattutto quando si parla di stime valutate su intervalli decennali. Peraltro, gli esperti del Congressional Budget Office, non hanno affatto considerato che, dal 2003 a oggi, sono stati ben cinque milioni i nuovi occupati che hanno trovato un lavoro all’interno dell’economia Usa. Si tratta di un numero record, sostengono sempre gli appassionati della Busheconomics, che tradotto in termini di nuovi redditi e di maggiori consumi è stato un motore decisivo nel sostenere la corsa dell’economia americana. Dunque, dipingendo il futuro contabile a tinte fosche, il Cbo si è dimenticato di prendere atto del fatto che le minori imposte e il maggior deficit previsti per il 2016 potrebbero essere facilmente riassorbiti dall’esordio sul mercato Usa di altri milioni di nuovi occupati.
Stefano Latini
pubblicato Giovedì 30 Marzo 2006

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