Dal mondo
Ocse, il fisco come strumento
per leggere il futuro dell’Africa
La III edizione del Revenue Statistics dedicata al continente, mostra in crescita il gettito delle entrate di vari Paesi
africa
Un Continente in movimento, non più un gigante immobile, fermo e senza futuri. E’ l’ultima istantanea che l’Organizzazione di Parigi fissa del profilo africano economico e sociale attuale. Prima la sottoscrizione e l’avvio dell’accordo di libero scambio in vigore tra tutti i Paesi africani, modello simile a quello dell’Unione, quindi un impegno sul versante delle risorse proprie di cui i Paesi devono dotarsi per avviare programmi interni di sviluppo e di sostegno a una crescita sostenibile. Tradotto, l’adozione di sistemi fiscali capaci di garantire i miliardi necessari per avviare politiche si sostegno al welfare, ai servizi e alle grandi opere di cui l’Africa necessita e, naturalmente, lo sviluppo di sistemi sanitari, educativi e scolastici adeguati. Insomma, i governi africani hanno avviato un nuovo percorso con al centro il sostegno alla costruzione di strutture fiscali capaci di mobilitare le risorse nazionali necessarie alla crescita.

Il fisco “giovane” degli africani
In dettaglio, dal 2000 ad oggi s’è assistito ad una netta crescita del gettito derivante dalle entrate fiscali, naturalmente con differenze tra Paese e Paese. Infatti, la raccolta di imposte e tasse comparabili a livello internazionale per i 21 Paesi africani partecipanti allo studio ha mostrato, una volta posto il valore aggregato in rapporto con il PIL medio, un incremento sostanziale arrivando al 18,2% nel 2016, un livello questo che rappresenta un forte miglioramento rispetto al 13,1% del 2000. Ma ciò che risulta evidente è la doppia variabile rappresentata da una nuova generazione di contribuenti, di età non superiore ai 35 anni, e di una riorganizzazione dei regimi fiscali e delle Amministrazioni finanziarie anch’esse di recente ridefinizione. Dunque, un fisco giovane sia sul versante di chi lo amministra sia su quello dei contribuenti.

Restano le distanze fiscali tra Paesi e tra Continenti
Tuttavia, la terza edizione delle Revenue Statistics africane, pubblicata a Parigi durante il 18° Forum economico internazionale sull'Africa, mostra che il rapporto tra tasse e PIL varia ampiamente tra i Paesi africani, passando dal 7,6% nella Repubblica Democratica del Congo al 29,4% in Tunisia nel 2016. In particolare, 6 Paesi - Mauritius, Marocco, Senegal, Sudafrica, Togo e Tunisia- hanno oramai livelli di tassazione rispetto al PIL superiori o uguali al 20%, quindi in doppia cifra. Il resto dei Paesi però arranca e in alcuni casi con difficoltà si muove in modo decisamente meno spedito. Il confronto con il rapporto tra le tasse medie e il PIL dell'America Latina e i Caraibi, dov’è del ​​22,7%, e con i Paesi Ocse, dov’è del 34,3, mette in risalto come l’Africa abbia ancora un gap da colmare, e questo nonostante la crescita decisa registrata soprattutto nel quinquennio passato.

Chi vince e chi perde in materia di fisco
Tra il 2015 e il 2016, i rapporti tax-to-GDP di 11 Paesi africani sono aumentati mentre quelli di 10 Paesi nel campione sono diminuiti. In particolare, il Botswana ha registrato l'aumento maggiore (+1,3 punti percentuali) seguito dal Mali (+1,2 punti percentuali). Le diminuzioni maggiori (di oltre 2 punti percentuali) si sono verificate nella Repubblica Democratica del Congo e in Niger. E’ corretto osservare che le variazioni nei rapporti tra gettito fiscale e PIL sono dovute principalmente a fattori economici. Il calo dei prezzi del petrolio e la minore attività delle società minerarie e petrolifere hanno contribuito alla diminuzione di gettito della Repubblica Democratica del Congo e del Niger, mentre un aumento significativo della vendita di diamanti in Botswana ha aumentato i ricavi imponibili e conseguentemente le imposte versate. Per contro, l'aumento del rapporto tra tasse e PIL in Mali è in gran parte dovuto ai miglioramenti apportati all'Amministrazione fiscale, in termini organizzativi, funzionali e di una maggiore autonomia.

Cosa si tassa di più in Africa
Le economie africane continuano a fare molto affidamento sulle imposte indirette su beni e servizi, che rappresentano il 54,6% delle entrate fiscali totali nella media dell'Africa. Le imposte sul valore aggiunto (Iva) rappresentano da sole il 29,3% del gettito. Tuttavia, il contributo delle imposte sul reddito e sui profitti è in aumento, anche se rappresentano ancora solo il 34,3% delle entrate totali africane. Va però sottolineato come dal 2000 ad oggi la tassazione sui redditi, sia delle persone fisiche che delle società, è di fatto triplicata. Si tratta di un tendenziale storico, in quanto registrato in un Continente dove ancora il 60 per cento dell’economia, e della forza lavoro, è “informale” cioè opera nel sommerso.

Il tesoro nella gestione delle risorse naturali
Il rapporto Ocse contiene anche dati sulle entrate non fiscali, che hanno continuato a diminuire in media tra i 21 Paesi nel 2016, ma rimangono un'importante fonte di reddito in alcuni Stati. Queste entrate, che comprendono proventi da risorse naturali e il pagamento dei diritti di sfruttamento, hanno superato il 5% del PIL in nove dei 21 Paesi studiati. Si tratta di un settore delicato e altamente strategico, sul quale i governi africani dovrebbero fare di più, ad esempio, evitando di concedere intere aree e risorse in monopolio a determinate società, gruppi o holding. Insomma, maggiore competitività e una gestione più oculata delle risorse di cui l’Africa abbonda, oggi. 
 
Stefano Latini
pubblicato Mercoledì 12 Dicembre 2018

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