Dal mondo
Ocse: sulla trasparenza fiscale,
sferrato il "contrattacco" a più voci
Presentato il primo Rapporto su segreto finanziario e scambio di informazioni dopo l’uscita del Panama Papers
G20_logo
L’occasione per fare il punto sugli sforzi compiuti dal Forum globale era ghiotta e l’Ocse non se l’è lasciata scappare. In occasione del G20 di Washington, il primo dopo lo scandalo dei Panama Papers, l’organizzazione con sede a Parigi ha avuto modo di ribadire quanto aveva sostenuto al precedente vertice di Shangai: occhio agli Stati che accampano scuse per non adeguarsi agli standard internazionali di trasparenza fiscale. Per fortuna, adesso che il fallimento di Panama è sotto gli occhi di tutti, abbiamo la possibilità di invertire la rotta.
Nel rapporto presentato al summit dei ministri delle finanze delle 20 economie più forti del pianeta, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico stila un elenco di progressi compiuti e di punti deboli da affrontare per assicurare un’implementazione globale effettiva degli standard. La conclusione del segretario generale dell’Ocse Angel Gurrìa è lapidaria: “non possiamo più permettere a nessuna giurisdizione di continuare a beneficiare dei propri fallimenti nell’implementare gli standard o nel tener fede agli impegni presi”. L’effetto domino in pratica vanificherebbe tutti gli sforzi compiuti fin qui.
 
Il J’accuse dell’Ocse non risparmia nessuno
Il report parla chiaro e non lesina compiti a casa per tutti i giocatori in campo. Innanzitutto si rivolge alla comunità internazionale chiedendole di chiamare in causa tutti i soggetti che devono ancora implementare gli standard di trasparenza fiscale concordati a livello mondiale. Ci sono alcune giurisdizioni che devono applicare correttamente lo scambio di informazioni fiscali su richiesta, è il commento del segretario Gurrìa, figuriamoci quello automatico.
La denuncia dell’Ocse al G20 ha il merito di non fare sconti a chi potrebbe ostacolare il take off del nuovo standard relativo allo scambio automatico di informazioni (il Common reporting standard, che dovrebbe entrare in vigore nel biennio 2017-2018). "I nostri standard in materia di trasparenza fiscale sono robusti", ha precisato Gurria, però, ed è appena il caso di dirlo, “hanno bisogno di essere attuati in tutto il mondo, da tutti, senza eccezioni.”
 
Intervenire per gradi e andare avanti
Tema centrale del rapporto Ocse la proposta ai G20 di prendere in considerazione l’adozione di misure tali da spingere tutti gli Stati e le giurisdizioni coinvolte ad approvare e mettere in atto immediatamente tutti gli standard coniati dal Forum globale su trasparenza e scambio di informazioni ai fini fiscali.
In ogni caso, nuove misure o meno, il primo obiettivo da centrare riguarda la piena attuazione dello scambio di informazioni su richiesta. Per l’Ocse il raggiungimento di questo risultato potrebbe essere assicurato entro il 2017. Allo stato attuale otto giurisdizioni non hanno ancora adeguato il proprio quadro normativo e, di conseguenza, sono bloccate nella fase 1 del processo di revisione tra pari. Per quanto riguarda la fase 2 del processo di revisione, dodici giurisdizioni sono classificate come "parzialmente conformi", mentre altre sei giurisdizioni sono sotto esame in merito alla reale efficacia dello scambio di informazioni su richiesta.
Passando allo scambio automatico di informazioni, invece, grazie al ciclone mediatico sorto in seguito allo scandalo dei Panama Papers, in pochissimo tempo le cose sono cambiate (in meglio). Tanto che, finalmente, a poche settimane dal rapporto di Washington Libano, Bahrain, Nauru, Vanuatu e persino Panama (che poco prima del deflagrare dei Panama Papers si era invece defilata) hanno formalizzato il proprio impegno ad entrare nel giro dello scambio automatico. Il numero delle giurisdizioni committed ha così raggiunto quota 101.
 
Adottare strumenti in grado di ostacolare le giurisdizioni sleali a tutti i livelli
Quali sarebbero le nuove misure richieste dall’Ocse al G20? Il rapporto parla espressamente di “misure di difesa contro le giurisdizioni non conformi”. Tra queste rientra l’idea di rilanciare lo sforzo inter-governativo per combattere i crimini finanziari e i flussi illeciti di denaro attraverso la cooperazione transfrontaliera e il rafforzamento delle agenzie sovranazionali.
Ulteriori “misure difensive” potrebbero essere realizzate con la creazione di una sorta di “bacheca del disonore” (sarebbe un modo di dare risalto ai feedback del Forum Globale sulle giurisdizioni non conformi per amplificarne l'impatto sulla reputazione) e con l’introduzione di clausole punitive nelle politiche di investimento delle agenzie di sviluppo dei vari Stati per penalizzare le giurisdizioni che non rispettano gli standard dello scambio di informazioni su richiesta. Colpire gli Stati canaglia bloccando gli investimenti a loro destinati potrebbe essere la soluzione decisiva, anche se a prima vista sembra proprio quella di più problematica attuazione.
 
Vito Rossi
pubblicato Lunedì 23 Maggio 2016

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