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Pakistan, 20 milioni di sfollati
in cerca di 20 milioni di evasori
in cerca di 20 milioni di evasori
Diverse multinazionali, una ventina di miliardari, 60 testate nucleari, ma le entrate fiscali sono modeste
Piogge e alluvioni, risultato 20 milioni di pakistani sfollati in cerca d’aiuti, centinaia d’infrastrutture distrutte e mobilitazione generale delle entrate tributarie da reindirizzare sul capitolo speciale dell’assistenza per le emergenze. E’ a questo punto che i conti non tornano. In cassa, infatti, nella disponibilità dell’erario federale di Islamabad s’attendono, nel corso del 2010, all’incirca 20 miliardi di dollari, non un centesimo in più. Cifra ottimistica sia alla luce del moloch dell’evasione fiscale, almeno 20 milioni di contribuenti, completamente estranei alla routine e agli obblighi del fisco, sia per l’emergenza causata dalle piogge che determinerà, in base alle stime minime già elaborate dai responsabili dell’Economia, una perdita netta pari a circa il 15% delle entrate fiscali riportate nell’ultimo bilancio licenziato dal Parlamento. Inevitabile, quindi, il lungo elenco di richieste di fondi aggiuntivi e di aiuti trasmesse in questi giorni dal Governo pakistano in direzione di Washington, partner privilegiato e anche sede del Fondo Monetario Internazionale. Richieste rapide, risposte altrettanto pronte e immediate. Dalla Casa Bianca la più netta.
La critica della Casa Bianca, aiuti eccessivi, entrate fiscali inconsistenti – “Più fondi?”, sulla richiesta di Islamabad le dichiarazioni dell’establishment statunitense sono state bipartisan, con lievi differenze, piuttosto irrilevanti. In pratica, Washington ha segnalato come dal 2002 ad oggi, oltre 18miliardi di dollari di aiuti abbiano già preso la via del Pakistan, con l’obiettivo di potenziarne il welfare, le infrastrutture e, naturalmente, l’impegno bellico sul fronte del terrorismo internazionale e il monitoraggio sui confini afghani. Un trasferimento di fondi da primato, difficile da rinvenire nella storia recente degli Usa. In aggiunta, la Casa Bianca ha indicato nel cocktail fiscale pakistano il vero problema alla base della scarsezza di risorse che, periodicamente, segna le politiche e le iniziative di Islamabad. Nel dettaglio, il profilo fiscal-tributario del Paese risulta talmente inconsistente da non sembrare ulteriormente sostenibile senza l’introduzione di riforme radicali che vi pongano rimedio.
Se pagare le tasse diventa un optional – Nel dettaglio, l’FMI e diverse organizzazioni internazionali, nel richiedere da anni un cambiamento deciso sul versante dell’Imposta sul valore aggiunto, hanno diffuso proprio in questi giorni la mappa delle criticità del Paese, riconducendone la maggioranza a un solo livello, quello fiscale. Con una forza lavoro di circa 60 milioni di occupati, infatti, sono soltanto 2 milioni i contribuenti effettivamente registrati che risultano pagare regolarmente imposte e tasse con regolarità. Non stupisce, quindi, se il gettito delle entrate tributarie d’un Paese dotato di almeno 60 testate nucleari, 20 miliardari nella lista dei più ricchi al mondo e diverse multinazionali che operano sul mercato globale, sia monitorato da almeno vent’anni tra i più bassi al mondo, se raffrontato alla ricchezza, Pil, prodotta annualmente. In pratica, l’erario pakistano incassa una somma talmente modesta da gareggiare con Paesi come la Sierra Leone. All’origine di questo squilibrio due fattori: innanzitutto, una quota sostanziale dell’economia e della forza lavoro operano in nero. A questo dato, comunque significativo, si deve però aggiungere la struttura d’una società estremamente elitaria, in cui larghi strati sociali beneficiano di ampie franchigie e di sostanziale impunibilità proprio sul versante dei tributi.
Stefano Latini
pubblicato Martedì 17 Agosto 2010
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