Dal mondo
Reddito minimo garantito, una proposta nuova ma non del tutto
Nei giorni scorsi, nella sede del Parlamento europeo di Strasburgo, sono state esaminate e votate relazioni dedicate a tematiche economico-fiscali
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Risale al 1795 il primo esempio di reddito minimo garantito. La misura, di cui si sta discutendo in questi giorni in sede di europarlamento, trova il suo antesignano nello Speenhamland System di matrice anglosassone. In cosa consisteva? In una inversione di tendenza delle politiche seguite sino a quel momento per far fronte al problema del pauperismo. Nel XVI secolo, sotto Elisabetta I, furono introdotte le cosiddette poor laws, le leggi per il sostegno agli strati più disagiati della popolazione. Tutti coloro che, per età o per malattia, non erano nelle condizioni fisiche ideali per svolgere un’attività lavorativa e non avevano mezzi propri di sostentamento, potevano contare su un sostegno garantito dallo Stato, mentre chi era fisicamente in grado di svolgere un lavoro era impiegato nelle work houses. Nel maggio 1795 gli amministratori delle poor laws per il villaggio di Speen, nel Berkshire, pensarono che fosse giunto il momento di cambiare strategia e il loro intervento segnò l’inizio di una vera e propria rivoluzione in materia di welfare. È bene ricordare che il periodo storico era uno dei più difficili e l’Inghilterra si trovava a dover far fronte a una grave crisi interna, causata dalla guerra con la Francia. Ma è a livello locale che gli effetti si facevano maggiormente sentire con inflazione, carestie e rivolte. Per questo motivo nel maggio di quell’anno fu istituito lo Speenhamland System, un sistema grazie al quale i lavoratori che percepivano un salario, considerato al di sotto del limite minimo di sussistenza, potevano contare su un contributo pubblico. Il sistema, però, fu successivamente rimaneggiato per i rischi paventati da taluni e connessi a un uso prolungato di questi "supporti" che avrebbero potuto incidere negativamente sull’iniziativa dell’individuo o indurre ad atteggiamenti di pigrizia.


Un problema di scottante attualità

A distanza di oltre due secoli dal varo di quel provvedimento, il problema dell’inclusione sociale, dell’eliminazione della povertà, sia per chi ha un’occupazione, definito lavoratore povero, che per chi non svolge un’attività remunerata, ritorna di preponderante attualità. Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha esaminato e votato una serie di relazioni che affrontano importanti temi economico-fiscali. Tra queste la relazione di Gabriele Zimmer, deputato tedesco, con cui si esortano gli Stati membri a prevedere un sistema di reddito minimo garantito corredato da un pacchetto di misure di supporto.


Riduzione della pressione fiscale

Nel documento si sollecita l’introduzione di regimi previdenziali che spingano a ricercare nuove opportunità di lavoro e una riduzione della pressione fiscale sui redditi medi. Auspicando l’eliminazione della povertà infantile e del fenomeno dei senza tetto, nella relazione si chiede anche di assicurare l’accesso a servizi di qualità. La relazione, approvata con 540 voti favorevoli, 57 contrari e 32 astensioni, sostiene "l’approccio della Commissione all’inclusione sociale attiva, considerando che la finalità generale di tali politiche deve essere quella di dare attuazione ai diritti fondamentali", per "permettere alla gente di vivere dignitosamente". Il documento rileva che "le politiche di inclusione devono esercitare un impatto decisivo sulla eliminazione della povertà", sia per quanti hanno un’occupazione, definiti lavoratori poveri, che "per quanti non svolgono un’attività remunerata". Un legame con mercati del lavoro inclusivi, un collegamento a un migliore accesso a servizi di qualità, l’anti-discriminazione e la partecipazione attiva, nonché il  sostegno al reddito sono principi comuni su cui deve fondarsi l’approccio organico all’inclusione sociale.


Le politiche di sostegno al reddito

Per quanto concerne il sostegno al reddito gli eurodeputati ritengono che gli Stati membri, "nel rispetto dei principi di sussidiarietà e proporzionalità", definiscano una serie di meccanismi di reddito garantito, i benefici annessi e l’assistenza sociale, che dovrebbero essere facilmente accessibili e assicurare risorse sufficienti, corredati da un piano strategico per le politiche di inclusione sociale.


Una situazione a macchia di leopardo

Il salario minimo è una misura di welfare presente in buona parte dei Paesi dell’Unione europea ed è riconosciuto, nella forma di un sussidio, agli aventi diritto alla stregua di un diritto soggettivo. A beneficiarne sono coloro che non hanno un lavoro o hanno un reddito basso. In Gran Bretagna, ad esempio, chi non ha un lavoro e non ha risparmi per più di 12mila euro ha diritto a percepire dal diciottesimo anno all' income-based jobseeker's allowance. In Germania tra 16 e i 65 anni si può disporre dell’Arbeitslosengeld. Italia e Ungheria sono gli unici Stati membri a non applicare questo tipo di tutela sociale, mentre la Grecia lo fa soltanto in modo parziale Per Vladimir Spidla, commissario europeo all’occupazione, i 27 Stati membri devono adottare "un approccio integrato per offrire ai cittadini una vera e propria via d'uscita dalle condizioni di povertà: ciò significa reintegrare quante più persone possibili nel mercato del lavoro, garantendo al tempo stesso a coloro che non lavorano l'accesso a risorse adeguate per poter vivere in maniera dignitosa". "Noi siamo convinti che un reddito minimo sia importante per l'inclusione attiva nella vita sociale", ha detto Spidla, ricordando tuttavia "che la scelta spetta ai singoli Stati membri".


Il Rapporto Ocse sul pauperismo

Disparità di reddito e povertà in aumento sono fenomeni che spiccano nella maggior parte dei Paesi Ocse. È una delle risultanze emerse dall’ultimo Rapporto dell’Organizzazione con sede a Parigi secondo cui il divario tra ricchi e poveri è cresciuto, nel corso degli ultimi due decenni, in più di tre quarti dei Paesi aderenti. E in alcuni Paesi, come Canada, Finlandia, Germania, Italia, Norvegia e gli Stati Uniti, il divario sembra essere aumentato anche tra i ricchi e la classe media. Inoltre, sempre stando al Rapporto, i Paesi con una vasta distribuzione del reddito tendono ad avere una povertà più diffusa e la mobilità sociale risulta essere più bassa nei Paesi con un’elevata disuguaglianza, mentre risulta più elevata laddove il reddito è distribuito in maniera più uniforme.

 

 

 

 

Gianluca Di Muro
pubblicato Martedì 21 Ottobre 2008

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