nel cuore dell'Europa
Le crisi della finanza passano, ciclicamente s'alternano, ridisegnano i confini dell'economia e, alle volte, persino delle società, ma i tesori alloggiati nelle banche svizzere restano immobili, quasi fossero stratificati. A oggi, infatti, osservando i dati raccolti recentemente dal Fondo monetario internazionale, dalla Bank of international settlements e dalla Banca nazionale elvetica, l'ammontare complessivo dei patrimoni stoccati e gestiti nei forzieri elvetici risulterebbe pari a circa 7 mila miliardi di dollari, in pratica quasi la metà del pil statunitense e 2 volte la ricchezza prodotta annualmente in Cina, la seconda superpotenza in ascesa oramai consolidatasi nel ruolo di partner degli Usa nella gestione dell'agenda globale. Si tratta di un dato complessivo, quello riportato dalle fonti citate, riferibile a somme di danaro provenienti da tutti i Paesi indistintamente, inclusi quelli ad economia avanzata, emergenti e in via di sviluppo. Insomma, qualora si dovesse prender atto della quota reale dell'economia internazionale sottoposta attualmente, in realtà da decenni, alla supervisione attenta delle banche e degli istituti di credito elvetici, di diritto Berna troverebbe posto, in via quasi automatica, tra i Paesi iscritti al club di qualunque futuro gruppo G…2,3,4…8.
La crisi c'è ma i miliardi restano
Di questi tempi, passare in rassegna i tesori custoditi nei caveau svizzeri può generare due distinte reazioni: rassegnazione contabile o rabbia statistica. Mentre i Paesi a economia avanzata, cioè ricchi, osservano oramai da mesi il fondo dei rispettivi bilanci pubblici in cerca di qualche miliardo in più da poter iniettare nel corpo delle economie nazionali depresse, tra le Alpi, intorno a Berna, e nei depositi custoditi al riparo dagli sguardi interessati delle decine di Amministrazioni finanziarie in cerca di evasori che frequentano assiduamente la piazza elvetica questi sono i numeri che si proiettano.
Gli asset patrimoniali delle banche
Innanzitutto, gli asset patrimoniali riconducibili direttamente alle banche sono pari a 3.035 miliardi di dollari. All'interno di questi, una quota significativa, quasi 1.900miliardi di dollari, sono da ricondurre a depositi bancari. A questo tesoro si devono aggiungere circa 3.956 miliardi di dollari, costituiti da titoli, azioni e obbligazioni gestiti, in varia foggia e formato, attraverso i cosiddetti bank custody account, per conto dei loro clienti, dalle banche e dagli operatori attivi all'interno dei confini della Confederazione elvetica. E non è finita, ragion per cui allo stupore subentra spesso la rabbia. Infatti, a queste misure di contabilità lunare, anzi, aliena sotto il profilo della finanza nazionale, nessuno Stato escluso, si devono aggiungere i tesori particolari originati dalle somme gestite nelle svariate forme offerte dagli strumenti d'investimento, più o meno creative, messe a punto e rodate dalla finanza moderna ante-crisi.
Fondi fiduciari e hedge fund
Tra questi, per esempio, i fondi fiduciari, tra cui trovano posto gli hedge fund, al riparo dei quali dovrebbero navigare circa 376 miliardi di dollari e, a seguire, i depositi fiduciari, anch'essi prossimi ai 400 miliardi di dollari. Depositi questi la cui richiesta mira, soprattutto, se non esclusivamente, a cancellare ogni traccia del passaggio di miliardi anche attraverso la stessa banca svizzera che, in nome del suo cliente trasferisce, apre e gestisce un conto presso una seconda banca estera, in genere localizzata in una giurisdizione contraddistinta dal bollino della zero-tassazione. Per questa via, gli interessi maturati sfuggono anche al fisco svizzero guadagnandosi una sostanziale impermeabilità rispetto a tasse, aliquote e quant'altro. Dunque, a conti fatti la Svizzera oggi riposerebbe su di un tesoro che oltrepassa i 7.500 miliardi di dollari e questo nonostante l'impatto d'una crisi di matrice, forma e formato strettamente finanziaria, almeno al suo esordio.
E la crisi?
In merito alla crisi, gli effetti sono ben visibili anche al di là del confine elvetico e, soprattutto, fuori dal territorio riservato delle banche. La disoccupazione, per esempio, ferma al 2,5% nel 2007, ha iniziato una lenta risalita. L'anno passato ha raggiunto la soglia del 3,9% e nell'anno in corso potrebbe arrestarsi al 4,9%. L'economia, quindi, nel complesso rallenta, immagine questa ben visibile semplicemente restando alla finestra dei volumi relativi all'export del made in Switzerland. In realtà, anche i volumi e la taglia dei tesori gestiti dalle banche e dalle assicurazioni hanno subito gli effetti della crisi. Osservando, infatti, il dato relativo agli asset patrimoniali delle banche, questi sono scesi dell'11% rispetto all'anno passato. Anche i fondi fiduciari hanno perduto il 20% dei miliardi che raccoglievano nel 2007 mentre i titoli gestiti dalle banche elvetiche sono la componente finanziaria che ha incassato lo scivolone più evidente, sacrificando alla crisi della finanza internazionale il 25% del loro ammontare nel 2007. Dunque, le perdite si contano e sono persino visibili, questo però non muta e non altera la tenuta d'un sistema di gestione che, nel suo funzionare quotidiano, resta ancora il timone di riferimento di oltre 7.500 miliardi di dollari.
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