Dal mondo
Uk e Usa: il Fisco di Sua Maestà
e Irs in pressing su Google
Singolare alleanza delle due amministrazioni fiscal-finanziarie che sul motore di ricerca hanno puntato i riflettori
I conti proprio non tornano, anche a ragionarci sopra per giorni, e per settimane, quel risultato finale è troppo sproporzionato rispetto ai valori di partenza. Se lo stanno domandando ora decine di super-detective sia delle Entrate di Sua Maestà sia dell’Amministrazione finanziaria statunitense. Da giorni, infatti, viaggiano mail di fuoco tra Washington e Londra. La ragione? Se i numeri in possesso delle due Agenzie risulteranno confermati da ulteriori e più approfonditi accertamenti, beh in quel caso il motore di ricerca più cliccato al mondo, vero e proprio ascensore che conduce centinaia di milioni di persone ogni giorno dal reale nel cyber-spazio, cioè Google, avrebbe realizzato in meno di un decennio la truffa del secolo, naturalmente fiscal-contabile, ai danni dei due erari più abili e più dotati al mondo nello scovare i cyber-evasori. Per intenderci, si parlerebbe di centinaia di milioni di sterline, e chissà fin dove si arresterebbe il quantum risparmiato e sottratto al fisco.
 
Quando la controllata si rivela un boomerang incontrollato – La storia, almeno l’ultima puntata d’una querelle quasi triennale, ha subito un impulso decisivo, per molti esperti, proprio in queste settimane. Dai bilanci 2010 trasmessi dal motore di ricerca a una sua società sussidiaria fuori dai confini britannici, infatti, tra le centinaia di file, decine di migliaia di parole e di moltitudini statistiche senza fine, un solo unico dato è rimasto fermo, immobile sotto gli occhi degli ispettori del fisco londinese. In pratica, si tratta dell’ammontare complessivo dell’imposta sui profitti pagata all’erario di Sua Maestà e relativa all’anno d’imposta che s’è appena chiuso, il 2010. Una somma esageratamente modesta, non soltanto a giudizio degli esperti, ma degli stessi membri del Parlamento e, naturalmente, del fisco. Nel dettaglio, il motore di ricerca numero 1 al mondo, Google, avrebbe chiuso la partita con il fisco britannico versando la somma di 1,2 milioni di sterline. Una goccia.
 
Google, ricerca global, ricavi mondiali, ma tasse micro – Insomma, una micro-tax, com’è ribattezzata a Londra, e non soltanto. Per farla breve, un’azienda di dimensioni medie generalmente lascia al fisco intorno alle 900mila sterline l’anno. Ebbene, suscita impressione imbattersi in Google tra le tavole numeriche che riportano le performance fiscali delle società quasi locali o, al massimo, regionali, per area del business che conducono. Dunque, per quale ragione, s’interrogano all’Agenzia delle Entrate, e in Parlamento, s’è potuto verificare un simile arretramento nel dare alla collettività d’un gigante mondiale come Google? Ed è a questo punto che il fisco statunitense è giunto in soccorso di Londra. 
 
Google motore di ricerca n. 1 e campione mondiale di elusione – In pratica, nei report tecnici compilati e, in parte, resi pubblici dagli ispettori del fisco statunitense emerge l’immagine d’una mega-multinazionale capace di fatturare miliardi di ricavi ogni anno e, al contempo, abile nel nasconderne una quantità senza raffronto. Restando sul punto, per i tecnici Usa il campione dei motori di ricerca nel corso del triennio passato avrebbe condotto al di fuori delle lenti del fisco non soltanto a Washington ma anche a Londra, un tesoro di profitti tassabili che misurerebbe all’incirca 2 miliardi di sterline. Di fatto, vanno al sodo gli esperti del fisco Usa, piuttosto che pagare il dovuto, applicando una aliquota nominale del 35%, effettiva del 27%, la società che governa un mare di strade che conducono nel web avrebbe lasciato all’erario solo un modesto 2,4% di quanto guadagnato. Meno d’una goccia. Come? Eludendo il fisco.
 
“Double Irish” e “Sandwich alla olandese” – Gli strumenti messi in campo da Google per risparmiare sarebbero davvero ingegnosi. Per gli esperti dell’Amministrazione finanziaria Usa, la multinazionale avrebbe prima indirizzato i suoi ricavi su Dublino, sfruttando la bassa tassazione per le società e il trattamento di favore riservato ai profitti esteri, quindi come secondo passo il tesoro si sarebbe indirizzato verso i Paesi Bassi, chiudendo l’operazione in un vero e proprio sandwich contabile. Ma la corsa dei miliardi non termina ad Amsterdam. L’ultima fermata, infatti, è registrata dal fisco Usa all’ombra delle palme delle Bermuda. E’ qui che al termine di questo congegno elusivo si troverebbero alloggiati i tesori di Google. Naturalmente, informazioni preziose per i colleghi britannici che oramai hanno posto sotto la lente, come negli Usa, il motore di ricerca, la cui iscrizione nell’agenda di lavoro dei detective del fisco è oramai irrimandabile. Google è avvisata.
 

Fonti: 
• Parlamento britannico 
• Report del fisco Usa 
Stefano Latini
pubblicato Lunedì 25 Luglio 2011

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