Dal mondo
Unione europea a Paesi Ocse
nella Cooperative Compliance We trust
Il diffondersi di questa nuova strategia fiscale ha superato gli obiettivi iniziali oltre ogni aspettativa
compliance

Un nuovo rapporto tra Amministrazioni fiscali di tutto il mondo e grandi imprese fondato sull’interazione piuttosto che sull’antagonismo, sia concettuale che normativo. E’ questa la visione nuova, irrituale rispetto alla prospettiva più tradizionale, sulla quale, nel corso degli anni, s’è andato affinando ed elaborando lo strumento della cooperative compliance o regime di adempimento collaborativo. Una risorsa funzionale, extra, che, in un decennio scarso, è stata comunque capace di occupare la scena scavalcando i confini e imponendosi come un passaggio normativo oltreché contenutistico centrale e quasi obbligato per ogni grande Amministrazione.
 

Cooperative compliance senza più confini 
L’impatto di questa nuova dottrina, prontamente tradotta in codici, norme e dettami giuridici, ha ampliato il suo perimetro iniziale ben oltre ogni aspettativa. Al riguardo, basta fare alcuni esempi per comprendere la portata d’un fenomeno di modernizzazione accelerata nella strumentazione fiscale tra i più irrituali tra quelli che si sono manifestati dall’inizio del nuovo millennio. Non soltanto l’Italia ma, con il nostro Paese, guidano la corsa della cooperative compliance il Regno Unito, l’Olanda, l’Australia, il Canada, la Francia, nonostante la riottosità iniziale, la Finlandia, la Germania, l’Irlanda e persino la Russia.
 

La cooperative compliance come risposta all’accentuata transnazionalità delle multinazionali
L’ascesa nell’utilizzo e nella definizione di diversi meccanismi e strumenti di cooperative  compliance è da collegare all’altrettanto rapida corsa delle società transnazionali, sempre più globali e a vocazione internazionale. Per competere con aziende non semplicemente multi-Stato ma multi-settore e con bilanci multilingue e con ricavi dispersi su più piattaforme, spesso persino virtuali, come risposta s’è inteso dotare le Amministrazioni d’uno strumento alternativo, non più fondato sulla mera e statica contrapposizione tra fisco e grandi aziende ma, al contrario, su di una soluzione di dialogo aperto, franco, trasparente. Di fatto, la cooperative compliance è quindi una risorsa normativa che nasce per riallineare le due prospettive su di un medesimo playground: dove il punto di vista della grande impresa e quello dell’Amministrazione finanziaria si allineano all’applicazione della norma.
 

La cooperative compliance Paese per Paese
In basso, a scorrere, alcuni esempi relative all’applicazione dello schema tipico della cooperative compliance. Due aspetti sono piuttosto ricorrenti, in ogni Paese. Il primo riguarda la difficoltà riscontrata da ogni Amministrazione finanziaria, a dispetto della latitudine o della posizione socio-economica del Paese di riferimento, nel definire una metodologia coerente e funzionale sia nell’applicazione che nella valutazione degli esiti finali. Il secondo punto, invece, interessa la tempistica: ricorre spesso la previsione d’un progetto pilota iniziale, mentre di rado la norma è integralmente inclusa nel corpo normativo fiscale d’una predeterminata giurisdizione. Un terzo aspetto, distante dal dato tributario in sé, riguarda invece l’assetto costituzionale del Paese di riferimento, soprattutto qualora si tratti di uno Stato federale o tipicamente centralizzato.

Innanzitutto, l’Australia, dove da anni è applicato l’Annual Compliance Arrangement (ACA). Uno strumento aperto, naturalmente variegato, che guarda in via esclusiva ai grandi gruppi transnazionali e alle multinazionali. A seguire il Canada con il New Approach to Large Business Compliance, avviato nel 2010. Un programma ed una procedura più chiusa rispetto all’iniziativa australiana. In Finlandia invece ci imbattiamo in un progetto pilota in materia di cooperative compliance i cui esordi risalgono al 2013. Al momento, gli esiti iniziali sono ancora in fase di studio. Passiamo alla Francia, dove la cooperative compliance nasce, prende piede, nel 2012 sotto forma di un progetto pilota ad hoc ribattezzato “relation de confiance”. I primi passi operativi però li muove nel marzo del 2013. L’obiettivo principale era quello di aggregare in un solo schema metodologico e normativo differenti misure fiscali che, direttamente o indirettamente, offrivano variegati servizi ai cosiddetti “grandi contribuenti”, aziende quindi in via esclusiva. Particolare il caso tedesco. In Germania, infatti, non esistono sistemi né modelli di coperative compliance su base federale. Al contrario di altri Paesi sono invece in vigore diversi progetti di collaborazione stile cooperative ma gestiti interamente a livello regionale, ovvero, da ogni singolo Lander. Ciò deriva dal fatto che il potere impositivo in Germania è tradizionalmente spostato anche a favore delle autorità regionali, non esclusivamente su quelle centrali di governo. Come del resto tipico nel modello federale classico europeo. Negli Usa invece si riproduce una generale centralità federale.

Più ordinario il caso dellIrlanda, dove un regime fiscale di cooperative compliance è operativo dal 2005, anche se non se ne hanno riscontri né sulla funzionalità né sull’efficacia. Lo stesso vale per l’Olanda, dove è applicato uno schema collaborativo tra fisco e grandi imprese noto come “Horizontal Monitoring”, fin dal 2005, mentre nel Regno Unito funziona il Large Business Strategy. E per finire la Russia, dove, dal 2012, un modello di cooperative compliance estremamente selettivo è in vigore per un numero ristretto di soggetti, le 4 più grandi multinazionali del Paese. E’ quindi utilizzato in via esclusiva e con modalità estremamente secretive. Per queste ragioni è estremamente difficile valutarne il contesto, l’applicazione e gli effettivi risultati.

 

Stefano Latini
pubblicato Venerdì 10 Novembre 2017

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