Dal mondo
USA 2010, tutti pazzi per l'Iva
incluso il presidente Obama
Si accende il dibattito sull'ipotesi d'adozione dell'Iva modello Ue motore della riforma fiscale prospettata da Obama
barack obama

Una svolta epocale, sotto il profilo contabile, anzi, una vera e propria conversione fiscale che, se attuata, potrebbe ricondurre, dopo mezzo secolo di dibattiti, anche gli Stati Uniti sotto l'ombrello fiscale dell'Iva modello europeo. Per alcuni esperti e per i gruppi lobbistici di Washington, già impegnati su quella che viene ribattezzata "La linea dell'Iva", si tratterebbe d'una conversione ad "Utax" senza precedenti che implicherebbe il ritorno del codice fiscale statunitense sotto l'egida del formalismo e della prassi procedurale in stile europeo, insomma, una sorta di abdicazione esplicita dell'indipendenza del fisco made-in Usa a quello, per decenni sentenziato come "vecchio", made-in Europe.

La taglia stimata dell'Iva al 5% a stelle e strisce
Le preoccupazioni, soprattutto numeriche, trovano fondamento in molti nelle previsioni relative al gettito stimato che assumerebbe l'applicazione dell'Iva negli Stati Uniti. Centinaia di miliardi di dollari che funzionerebbero come una salvifica boccata d'ossigeno per ravvivare le entrate tributarie federali, strette nella morsa della recessione e della spesa crescente, e che implicherebbero una rivoluzione sostanziale sulle casse del settore privato, per i produttori come per i consumatori finali, cioè i semplici contribuenti.
 

                                                               Il peso dell'Iva a stelle e strisce


Anno d’imposta
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017
2018
2019
2010-2019
Gettito Iva   5%
200
277
293
308
324
340
356
373
392
411
3.277


Stima del gettito annuale derivante dall'applicazione dell'Iva, su base federale, con aliquota al 5 per cento.
(i valori riportati nella tabella sono espressi in miliardi di dollari)
Fonte: The Economist/Tax policy Center.
 

Nel dettaglio, in caso d'adozione già a partire dall'anno in corso, il regalo dell'Iva ai conti pubblici risulterebbe, secondo le stime già realizzate dal Tax Policy Center per conto dell'Economist, a circa 200 miliardi di dollari, destinati rapidamente a scalare la vetta dei 400 miliardi, obiettivo che dovrebbe esser raggiunto entro il 2019. Nel complesso, l'Iva potrebbe festeggiare il suo primo decennio di vita negli Usa, vantando al suo attivo un gettito pari a oltre 3 mila miliardi di dollari. Niente male, tanto da proiettare gli States al vertice dei Paesi seduti alla corte della regina Iva.

Debito e riforma fiscale aprono la strada all'Iva negli States
La questione dei numeri, tra l'altro, è rivelatrice delle ragioni che spingono molti, anche tra i consiglieri più stretti e ascoltati del Presidente Obama e tra i membri più rappresentativi del Congresso, per esempio, la leader democratica Nancy Pelosi, a sponsorizzare esplicitamente l'adozione dell'Iva. Si tratta di riportare ordine nei conti pubblici, senza necessariamente tagliare in modo eccessivo le spese pubbliche ed evitando, nel contempo, un rialzo imperioso delle imposte, anche considerando che, entro la fine dell'anno giungeranno a scadenza gli sconti fiscali, consistenti, introdotti sotto l'Amministrazione del Presidente Bush. Di fronte al bivio e alla necessità non più rinviabile di ridurre il debito, oramai proiettato sui 1.400 miliardi di dollari l'anno, l'unico strumento all'orizzonte sembra quello d'una seria riforma fiscale. La serietà richiede, quindi, un intervento sostanziale sul sistema tributario, tra i più complessi al mondo, non la celebrazione d'un palliativo inconcludente. Fare rotta sull'Iva sembra mettere tutti d'accordo. Insomma, una Riforma fiscale centrata sull'introduzione d'una imposta sul valore aggiunto federale, gestita da Washington, che di fatto sostituirebbe le decine di imposte sulle vendite riscosse e amministrate dai singoli Stati e persino dalle contee. Il tutto nel rispetto d'una autonomia nell'imporre tasse riconosciuta, negli States, oltre che ai singoli Stati anche alle giurisdizioni minori delle contee e che, nei decenni, ha condotto al moltiplicarsi e al riprodursi d'una vera e propria giungla di tasse, prelievi e balzelli relativi alle sale tax, imposte indirette soltanto nella forma speculari rispetto all'Iva europea ma decisamente diverse nella sostanza.

L'Iva europea e la sale tax made in Usa
Due le differenze maggiori che hanno reso fino ad oggi inavvicinabile l'Iva modello europeo alla sale tax statunitense. Innanzitutto, la prima prevede un'applicazione puntigliosa che investe ogni singolo passaggio del bene o del servizio in uso, dal momento iniziale della produzione fino all'acquisto da parte del consumatore. In secondo luogo, il tema della tracciabilità. Il percorso procedurale dell'Iva europea, infatti, impone un'accentuazione delle incombenze formali e burocratiche e, nel contempo, aumenta la soglia di tracciabilità dell'imposta, riproducendone il suo completo divenire e indicando i diversi soggetti coinvolti nella catena che conduce dal produttore iniziale al consumatore finale. Soprattutto questa novità sarebbe all'origine del malessere di diverse associazioni, già scese in campo dando via libera a decine di lobby.

Iva europea pro-evasione o antidoto all'infedeltà del contribuente?
I tecnici dell'Amministrazione Usa, dal loro punto di vista, sembrano favorevoli all'apertura all'Iva modello europeo. Infatti, sul versante del contrasto all'evasione, secondo gli esperti dell'Irs all'applicazione dell'Iva potrebbe associarsi un tasso d'evasione oscillante tra il 6 e il 17 per cento. Se raffrontato con il tasso d'infedeltà contabile dei contribuenti statunitensi relativo al versamento dell'imposta sui redditi pari, in media, al 14 per cento, i tecnici del fisco Usa non ritengono affatto plausibile il verificarsi d'un boom dell'evasione causato, eventualmente, dall'esordio dell'Iva modello europeo anche negli States. Anzi, sul medio periodo ravviserebbero un graduale abbassamento nella soglia d'evasione potenziale, almeno in base ai dati e ai trend registrati fino all'esordio della crisi, cioè indietro al 2007.

Stefano Latini
pubblicato Giovedì 7 Gennaio 2010

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