Dal mondo
Usa, 58 miliardi di dollari di ritenute in meno al fisco
Sono quelle che i datori di lavoro, a insaputa dei dipendenti, non hanno versato e necessarie a finanziare l'assistenza e i servizi sociali

I 58 miliardi di dollari, riferiti al periodo 1998-2007, comprendono interessi e sanzioni, le imposte federali, la quota calcolata sul salario lordo per finanziare e coprire i costi di oneri sociali e assistenza medica, e l’1,45% dello stipendio per eventuali ospedalizzazioni. Scarsa memoria, oppure, un eccesso di adempimenti da eseguire e da condurre a termine entro i tempi previsti dalla legge. Sono soltanto alcune, in realtà le più insostenibili, tra le ragioni che si avanzano in queste ore a giustificazione d’un serio collasso subito dal gettito derivante dai versamenti delle ritenute alla fonte che i datori di lavoro sono tenuti a prelevare dagli stipendi dei loro dipendenti e a trasferire nelle casse dell’erario. In pratica, secondo quanto emerso dalla lettura del Rapporto presentato dal GAO, Government Accountability Office, alla Commissione permanente Sicurezza e Affari di Governo del Senato, il rosso nei conti del fisco ammonterebbe a 58 miliardi di dollari. Questa è la somma trattenuta alla fonte ma non versata da 1 milione e mezzo di lavoratori, 1,6 milioni per l’esattezza, nel periodo 1998-2007. Un danno grave inferto all’erario, ma soprattutto ai danni del Welfare e dei fondi sociali già in difficoltà, da almeno un quinquennio, e in ritardo nell’accumulazione delle risorse necessarie per far fronte al boom di pensionati che attende la società americana nei prossimi decenni.

L’embargo sulle ritenute per oneri sociali e assistenza medica e sanitaria
I 58 miliardi di dollari, che sono ancora in attesa di essere trasferiti nelle disponibilità del fisco, comprendono anche interessi e sanzioni. Somme queste da non sottovalutare in considerazione dei dieci anni d’arretrato cui rimonta l’embargo unilaterale sul versamento all’erario delle ritenute deciso all’insaputa dei loro dipendenti da oltre 1 milione e mezzo di datori di lavoro. Naturalmente, a interessi e sanzioni si devono sommare le imposte federali, prelevate per legge sugli stipendi dei dipendenti con redditi non superiori ai 97.500 dollari annui e, per finire, la quota pari al 6,2 per cento, calcolata sul salario lordo, il cui prelievo serve a finanziare e a coprire i costi degli oneri sociali e dell’assistenza medica in favore dei lavoratori. In realtà, a queste voci si devono anche aggiungere sia le ritenute sui compensi degli stessi datori di lavoro che l’1,45 per cento dello stipendio complessivo cui ogni singolo lavoratore rinuncia per garantirsi eventuali ospedalizzazioni in caso di necessità.

Parola alla difesa. Nulla da dire
Nessun commento, eccetto l’intervento del responsabile per la piccola e media impresa della Camera di Commercio Usa, Giovanni Coratolo, che riconoscendo la malafede di molti ha però ribadito come, soprattutto in momenti generali di crisi e di rallentamento dell’economia, dover effettuare i versamenti sulle ritenute con una cadenza così ravvicinata, mensilmente se non addirittura ogni due settimane, può essere di per sé fonte di destabilizzazione dei conti e dei bilanci delle piccole imprese, al momento le più colpite dai ripetuti rovesci della finanza americana. Di tutt’altro avviso i membri della Commissione permanente del Senato, tra i quali molti esponenti del partito repubblicano hanno condiviso la condanna degli imprenditori colti in fallo, ritenendoli corresponsabili dello stop nella discesa del debito pubblico che rischia di aggravare ulteriormente i conti del Paese. Più duri i rappresentanti delle diverse associazioni dei contribuenti che hanno sottolineato, oltre al danno, anche la beffa che le imprese non in regola con il fisco hanno arrecato ai loro rivali sul mercato, procurandosi un vantaggio ingiusto e falsificando le regole della concorrenza.
Stefano Latini
pubblicato Venerdì 22 Agosto 2008

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