Dal mondo
Usa, Obama no alla abolizione dell’imposta di successione
In vista uno stop al pensionamento anticipato del programma proposto dall’ex presidente George W. Bush jr. dal 2001
stati dell'unione

Stop al pensionamento anticipato dell’imposta sull’eredità elaborato in più tappe da Bush nel 2001 e previsto per il 2010. Il piano, attualmente allo studio del team fiscal-finanziario di Barack Obama e quindi non ancora definitivo, costituirebbe di fatto il primo passo concreto del neo-eletto presidente sul terreno delle promesse in tema di fisco copiosamente elargite nel corso della campagna elettorale. In particolare, si terrebbe così fede, almeno in parte, all’impegno diretto a rifondare una nuova politica fiscale federale più sollecita a sintonizzarsi con le necessità contabili dei percettori di redditi medio-bassi, soprattutto in questo periodo di crisi.

Giù le mani dall’imposta di successione
Nel dettaglio, la rimodulazione della nuova imposta federale sui patrimoni trasmessi in eredità dovrebbe prevedere l’applicazione d’una aliquota fissa non superiore al 45 per cento, mentre l’asticella della soglia d’esenzione non dovrebbe oltrepassare i 2,6milioni di euro, destinati a salire a quota 5,2milioni di euro nel caso in cui gli eredi indicati espressamente siano due. In realtà, l’unica vera novità dell’iniziativa riguarderebbe la modifica della norma attuale che, secondo quanto previsto dalla legge approvata dal Congresso nel 2001, e in precedenza decisamente sponsorizzata da Bush, aveva fissato proprio per il 2010 la sospensione dell’imposta di successione. Imposta che, senza un nuovo intervento normativo, avrebbe comunque nuovamente visto la luce nel 2011. Ora però Obama sarebbe intenzionato a porre fine a questo balletto fiscale che, da anni, condiziona l’applicazione dell’imposta sui patrimoni ereditati.

Quanto costa l’imposta sulle successioni? 23 miliardi di dollari l’anno
I numeri sul gettito dell’imposta sulle successioni non sono affatto rassicuranti, soprattutto in periodi di crisi. Infatti, nel caso in cui il calendario stabilito dalla legge approvata dal Congresso nel 2001 non venisse modificato e di fatto l’imposta fosse cancellata a partire dal 2010, la perdita netta annuale per l’erario federale ammonterebbe a circa 23miliardi di dollari, per l’esattezza 17 miliardi di euro. Un tesoretto modesto che se raffrontato con la normativa originaria, vigente quando Clinton sedeva alla Casa Bianca, implicherebbe una perdita più che doppia di risorse. In pratica, su di un periodo di dieci anni la somma che mancherebbe all’appello risulterebbe pari a quasi 400 miliardi di dollari. Un rosso eccessivo sui conti del fisco, almeno secondo i leader democratici che siedono in Congresso, per due ragioni: innanzitutto, il deficit attuale, stimato in 1200 miliardi di dollari, non consentirebbe simili atti di generosità e, in secondo luogo, le promesse fatte per guadagnare il consenso d’una fetta consistente dell’elettorato prevedevano una seria inversione di marcia rispetto alle strategie fiscali targate Bush. Insomma, lunga vita all’imposta di successione, anche se alla fine la nuova norma, una volta riscritta, potrebbe riservare qualche sorpresa. Per verificarlo si dovrà attendere il prossimo mese, quando Obama presenterà nero su bianco il suo piano fiscale anti-crisi.

Stefano Latini
pubblicato Giovedì 15 Gennaio 2009

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