Dal mondo
Usa: più controlli sulle partnership.
Così il GAO avvisa il Fisco
L'Agenzia delle Entrate invitata dall’organismo, sorta di Corte dei conti, a intensificare l’attività di accertamento
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In tutto 31 controlli condotti dall’Irs su oltre 2.200 grandi partnership con patrimoni di gran lunga superiori ai 100 milioni di dollari e che, in media, gestiscono tesori da quasi 1.000 miliardi di valore e riconducibili a quasi 300 soci. Sono dei veri e propri eserciti del capitale in libera uscita dalle maglie del Fisco, che beneficiano di sconti e agevolazioni senza paragoni, ma soltanto in capo ai singoli soci perché la partnership è tenuta negli Usa a presentare soltanto un rendiconto di fine anno con la presentazione d’una dichiarazione dei redditi. E l’Irs che fa? Semplice, controlla l’1% delle 3,3 milioni di partnership registrate e soltanto 31 di quelle più grandi. E così dei 21 trilioni di miliardi che le partnership americane gestiscono quasi il 90% passa inosservato al Fisco. Da qui la protesta dura del Gao, sorta di Corte dei Conti Usa, del Governo e del Congresso perché l’Irs torni a fare più controlli piuttosto che a tagliarli.

L’avviso del Governo Usa all’Irs - L’ultimo report illustrato dall’Ufficio governativo che monitora periodicamente le attività svolte dalle Agenzie, inclusa l’Internal Revenue Service, Irs, l’equivalente dell’Agenzia italiana delle Entrate, non lascia dubbi sul giudizio finale. In sintesi, “così non va”, e ancora “è tempo di cambiare marcia”. Non è ammissibile, prosegue il report, che meno dell’1% delle grandi partnership, veri e propri colossi del business statunitense, sia annualmente soggetto a regolare controllo fiscale. Sono le entità più inclini all’elusione, non si possono lasciare fuori dal braccio strategico operativo in modo così aperto.

Nessun cambio alla guida dell’Irs - Di fatto la raccomandazione esplicitata nella lettura dei numeri è stata accolta, dal Congresso e dalla stessa Amministrazione finanziaria, come una solenne e altrettanto esplicita bocciatura. Tanto rumorosa questa volta, da far pensare, a molti, che le voci d’un cambio della guardia, in realtà subito smentite, non fossero poi così peregrine. Comunque, saltando a piè pari i “si dice…”, restano i numeri, decine di tavole statistiche eccezionalmente curate che mostrano, sì in modo incontestabile, due profili apparentemente divergenti.

Più ricchi, meno controlli - Riassumendo, da un lato le partnership tra diversi gruppi e società di grandi dimensioni, cioè con patrimoni superiori ai 100 milioni di dollari e decine di associati, crescono in misura esponenziale, mentre sul versante opposto, quello dei controlli, il numero complessivo delle verifiche condotte sul campo, per intenderci con mouse, pc e valigetta ventiquattrore a braccio dei funzionari ed esperti dell’intelligence del fisco che fanno visita alle sedi centrali dei grandi gruppi, in discesa vertiginosa. È di fronte a questa realtà, boom di ricchezza e concentrazione da un lato ed eccessiva rilassatezza da parte di chi è chiamato a vigilare, che il Gao, sorta di equivalente della Corte dei Conti italiana, ma con più poteri, ha espresso una sonora bocciatura. 

3 milioni di partnership, solo l’1% sotto la lente del Fisco – Nel complesso, ribatte l’Irs, il numero delle entità riconducibili a una partnership, nel 2002 era gestibile, oggi ha oltrepassato i 3 milioni, 3,3 milioni per l’esattezza. I fondi, nello stesso tempo, sono stati tagliati di anno in anno, conseguentemente i controlli si sono rallentati. Dunque, una mera questione di denaro sottratto dalla disponibilità dell’Irs e dei suoi investigatori.

E le grandi partnership? – La querelle però è più estesa. Infatti, il Gao non richiama l’Irs soltanto sulla questione generale delle partnership, piuttosto su quella delle grandi partnership, cioè con patrimoni superiori a 100 milioni di dollari e, spesso, a miliardi di dollari. Queste entità sono 2.226, non milioni, eppure hanno ricevuto alcune decine di controlli, troppo pochi. In media gestiscono quasi 1.000 miliardi di dollari ciascuna, e riuniscono all’incirca 300 diversi soci, sempre in media. Tra questi molti sono hedge fund, società azionarie o grandi gruppi. Insomma, costituiscono il cuore della finanza e del pianeta assicurativo statunitense, e devono essere ben monitorati, vista l’escalation dell’elusione che proprio di questi escamotage sembra alimentarsi.

I tesori che il Fisco non vede – Le ricchezze gestite tramite partnership da decine di migliaia di imprese, società azionarie e d’investimento e assicurazioni, sono pari a 21mila miliardi di dollari, cioè 21 trilioni di dollari. Costituiscono la cassaforte degli investitori Il perché sono uno strumento prediletto è presto detto. Mentre, infatti, le società pagano l’imposta sui profitti, con aliquota al 35%, una partnership è chiamata soltanto a presentare una dichiarazione dei redditi con indicati patrimoni, deduzioni, crediti ecc……I soci, dal canto loro, compilano la propria dichiarazione e versano il dovuto a seconda di cosa e di come lo riportano. Insomma, la partnership genera un’area atipica, anomala, di vacanza fiscale, almeno sotto il profilo della tassazione effettiva. Questo spazio è spesso utilizzato, anzi, abusato dai soci, non tutti, per minimizzare i tributi da versare e per spostare patrimoni e ricchezza a piacimento in zone sempre più lontane dagli occhi del fisco. Risultato, dei 21 mila miliardi di dollari che le partnership gestiscono meno di 1500 miliardi di dollari riemerge come imponibile. E così il Fisco, anzi, il contribuente medio americano. è servito. 
Stefano Latini
pubblicato Giovedì 24 Aprile 2014

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