Mercoledì 23 Maggio 2012 - Aggiornato alle 20:23
Dal mondo
Usa, sotto l’ombrello dello scudo una pioggia da 300 miliardi di $
L’applicazione dello strumento potrebbe garantire alle casse dell’Erario federale un gettito di maggiori entrate di circa 15 miliardi di dollari
I capitali che le grandi multinazionali decidono di far rientrare, pur godendo di un trattamento fiscale altamente competitivo, devono però essere impiegati in segmenti ben definiti all’interno dell’economia statunitense. In particolare non possono essere utilizzati per distribuire dividendi o incrementare le quote azionarie della singola impresa e non possono essere dirottati sui fondi speciali destinati a rimpinguare le paghe e le buone uscite degli alti manager delle aziende.
Il reingresso dei profitti realizzati all’estero dalle maggiori aziende transnazionali statunitensi, attive sul mercato globale, sembra oramai aver raggiunto un passo piuttosto solido e stabile. Infatti, dopo l’annuncio anche da parte della Pepsico Incorporated relativo al rientro di ben 7,5 miliardi di dollari di guadagni incassati sui mercati internazionali e non ancora utilizzati o distribuiti, gli analisti e gli esperti che da mesi controllano e aggiornano i trend contabili dello scudo fiscale in versione made in Usa, oramai operativo ed entrato nel vivo da almeno sei mesi, hanno in stragrande maggioranza sospinto in avanti in maniera significativa le stime del volume complessivo di capitali che, nel breve e medio periodo, potrebbero rifluire all’interno dell’economia americana proprio sfruttando le ali dello scudo.
Atteso il rientro di ben 300 miliardi di dollari. Oltre 15 per l’Erario
In pratica, se al momento dell’esordio dell’operazione che avrebbe dovuto favorire il rientro massiccio di risorse finanziarie per reindirizzarle sui settori dell’economia nazionale più in crisi e determinare un generale rinvigorimento della locomotiva statunitense si stimava che l’iniziativa potesse attrarre circa 200 miliardi di dollari, ora invece, in presenza di annunci come l’ultimo della Pepsico che si aggiunge a quelli peraltro già noti della Johnson & Johnson, circa 11 miliardi di dollari, e della Eli Lilly, ben 8 miliardi di dollari, il valore complessivo dei capitali che potrebbero essere reinvestiti negli Usa piuttosto che sui mercati internazionali utilizzando l’ombrello offerto soprattutto dalle agevolazioni fiscali contenute all’interno dell’ American Job Creation Act, si dovrebbe arrestare intorno ai 300 miliardi di dollari.

Nel grafico sono riportati i flussi dei capitali che alcune aziende hanno già annunciato di voler far rientrare sotto l’ombrello fiscale dell’American Jobs Creation Act. Per ciascun flusso di ritorno è indicato quanto dovrà essere versato all’Erario. In celeste sono invece indicati i valori complessivi dei capitali attesi e del gettito stimato per l’Erario al termine dell’operazione a fine anno (i valori riportati nel grafico sono espressi in miliardi di dollari).
Naturalmente, se così fosse, oltre all’afflusso significativo di liquidità all’interno dell’economia statunitense, l’applicazione dello scudo garantirebbe alle casse dell’Erario federale di Washington un gettito di circa 15 miliardi di dollari di maggiori entrate. Infatti le norme contenute all’interno dell’American Job Creation Act consentono il rientro decisamente soft dei capitali sul versante del Fisco che però, qualora venisse programmato dalle aziende interessate, condurrebbe nei caveaux dell’Erario il 5,25 per cento dei profitti complessivamente fatti rientrare. In realtà per le imprese si tratta di un’aliquota che esercita un evidente tasso di seduzione dato che l’imposta ordinaria che graverebbe sui medesimi flussi finanziari sarebbe in realtà pari al 35 per cento.
I limiti e i vincoli dello scudo Usa
In realtà i capitali che le grandi multinazionali decidono di far rientrare, pur godendo di un trattamento fiscale altamente competitivo, devono però essere impiegati in segmenti ben definiti all’interno dell’economia statunitense. Innanzitutto è escluso che possano essere riversati sulla Borsa e sul mercato puramente finanziario, per esempio, al fine di distribuire dividendi o incrementare le quote azionarie della singola impresa e, naturalmente, non possono essere dirottati sui fondi speciali destinati a rimpinguare le paghe e le buone uscite degli alti manager delle aziende. Piuttosto, al di fuori della galassia di Borsa, le nuove risorse possono essere utilizzate per ripianare eventuali debiti originati dalla chiusura di operazioni di acquisto o fusione programmate dall’impresa, oppure, per rilanciare la formazione dei dipendenti dell’azienda aumentandone il know-how personale.
Oltre a tali indicazioni, le somme che rientrano sotto l’ombrello dello scudo in versione americana devono essere comunque dirottate dalle aziende su capitoli qualificati d’investimento che riguardano, in particolare, nuove assunzioni, più formazione, potenziamento dei capitoli dedicati alla ricerca e all’innovazione e, soprattutto, rafforzamento e modernizzazione delle infrastrutture e dei servizi che costituiscono il sistema produttivo dell’impresa.
I capitali che le grandi multinazionali decidono di far rientrare, pur godendo di un trattamento fiscale altamente competitivo, devono però essere impiegati in segmenti ben definiti all’interno dell’economia statunitense. In particolare non possono essere utilizzati per distribuire dividendi o incrementare le quote azionarie della singola impresa e non possono essere dirottati sui fondi speciali destinati a rimpinguare le paghe e le buone uscite degli alti manager delle aziende.Il reingresso dei profitti realizzati all’estero dalle maggiori aziende transnazionali statunitensi, attive sul mercato globale, sembra oramai aver raggiunto un passo piuttosto solido e stabile. Infatti, dopo l’annuncio anche da parte della Pepsico Incorporated relativo al rientro di ben 7,5 miliardi di dollari di guadagni incassati sui mercati internazionali e non ancora utilizzati o distribuiti, gli analisti e gli esperti che da mesi controllano e aggiornano i trend contabili dello scudo fiscale in versione made in Usa, oramai operativo ed entrato nel vivo da almeno sei mesi, hanno in stragrande maggioranza sospinto in avanti in maniera significativa le stime del volume complessivo di capitali che, nel breve e medio periodo, potrebbero rifluire all’interno dell’economia americana proprio sfruttando le ali dello scudo.
Atteso il rientro di ben 300 miliardi di dollari. Oltre 15 per l’Erario
In pratica, se al momento dell’esordio dell’operazione che avrebbe dovuto favorire il rientro massiccio di risorse finanziarie per reindirizzarle sui settori dell’economia nazionale più in crisi e determinare un generale rinvigorimento della locomotiva statunitense si stimava che l’iniziativa potesse attrarre circa 200 miliardi di dollari, ora invece, in presenza di annunci come l’ultimo della Pepsico che si aggiunge a quelli peraltro già noti della Johnson & Johnson, circa 11 miliardi di dollari, e della Eli Lilly, ben 8 miliardi di dollari, il valore complessivo dei capitali che potrebbero essere reinvestiti negli Usa piuttosto che sui mercati internazionali utilizzando l’ombrello offerto soprattutto dalle agevolazioni fiscali contenute all’interno dell’ American Job Creation Act, si dovrebbe arrestare intorno ai 300 miliardi di dollari.

Nel grafico sono riportati i flussi dei capitali che alcune aziende hanno già annunciato di voler far rientrare sotto l’ombrello fiscale dell’American Jobs Creation Act. Per ciascun flusso di ritorno è indicato quanto dovrà essere versato all’Erario. In celeste sono invece indicati i valori complessivi dei capitali attesi e del gettito stimato per l’Erario al termine dell’operazione a fine anno (i valori riportati nel grafico sono espressi in miliardi di dollari).
Naturalmente, se così fosse, oltre all’afflusso significativo di liquidità all’interno dell’economia statunitense, l’applicazione dello scudo garantirebbe alle casse dell’Erario federale di Washington un gettito di circa 15 miliardi di dollari di maggiori entrate. Infatti le norme contenute all’interno dell’American Job Creation Act consentono il rientro decisamente soft dei capitali sul versante del Fisco che però, qualora venisse programmato dalle aziende interessate, condurrebbe nei caveaux dell’Erario il 5,25 per cento dei profitti complessivamente fatti rientrare. In realtà per le imprese si tratta di un’aliquota che esercita un evidente tasso di seduzione dato che l’imposta ordinaria che graverebbe sui medesimi flussi finanziari sarebbe in realtà pari al 35 per cento.
I limiti e i vincoli dello scudo Usa
In realtà i capitali che le grandi multinazionali decidono di far rientrare, pur godendo di un trattamento fiscale altamente competitivo, devono però essere impiegati in segmenti ben definiti all’interno dell’economia statunitense. Innanzitutto è escluso che possano essere riversati sulla Borsa e sul mercato puramente finanziario, per esempio, al fine di distribuire dividendi o incrementare le quote azionarie della singola impresa e, naturalmente, non possono essere dirottati sui fondi speciali destinati a rimpinguare le paghe e le buone uscite degli alti manager delle aziende. Piuttosto, al di fuori della galassia di Borsa, le nuove risorse possono essere utilizzate per ripianare eventuali debiti originati dalla chiusura di operazioni di acquisto o fusione programmate dall’impresa, oppure, per rilanciare la formazione dei dipendenti dell’azienda aumentandone il know-how personale.
Oltre a tali indicazioni, le somme che rientrano sotto l’ombrello dello scudo in versione americana devono essere comunque dirottate dalle aziende su capitoli qualificati d’investimento che riguardano, in particolare, nuove assunzioni, più formazione, potenziamento dei capitoli dedicati alla ricerca e all’innovazione e, soprattutto, rafforzamento e modernizzazione delle infrastrutture e dei servizi che costituiscono il sistema produttivo dell’impresa.
Stefano Latini
pubblicato Venerdì 9 Settembre 2005
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