Puglia
Dialogo con Rosenbloom all’UNIBA
Il professore della New York University è ospite a Bari per lo short master in Diritto tributario internazionale
Dialogo con Rosenbloom all’UNIBA
L’Università “Aldo Moro” di Bari ha accolto ieri il professor David Rosenbloom della New York University, nell’ambito dello short Master dal titolo “Selected issues of international taxation as international law”. Il percorso formativo, in programma presso il Dipartimento di Giurisprudenza dal 22 al 29 maggio, prevede un fitto programma di confronto e dialogo tra i rappresentanti della scuola barese di Diritto tributario, i professionisti della consulenza fiscale e Rosenbloom, uno dei maggiori esperti mondiali di fiscalità internazionale, grazie anche alla vasta esperienza maturata presso la Suprema Corte di Giustizia, il Dipartimento del Tesoro statunitense, l’OECD e la Banca Mondiale.

La prima giornata di lavori si è aperta con il saluto di Antonino Di Geronimo, direttore regionale della Puglia dell’Agenzia delle Entrate. Il dirigente ha raccolto la domanda contenuta nel titolo dell’incontro, a proposito della contrapposizione tra il principio territoriale e il modello globale di tassazione nel contesto internazionale, e ha proposto un ragionamento sul ruolo delle politiche fiscali in uno scenario di crescita inclusiva. Non è un caso, ha osservato Di Geronimo, che sia stata proprio l’Italia a farsi portavoce della proposta di web tax, in occasione del recente G7 Finanze di Bari: la coesione sociale e l’equità fiscale, minacciate dalla gigantesca tendenza alla redistribuzione regressiva del reddito su scala mondiale, impongono oggi un piano di azione capace di recuperare margini per il finanziamento del welfare, aggredito dai tagli alla spesa degli ultimi vent’anni. La mobilità dei capitali, infatti, trae beneficio dalla competizione fiscale tra Paesi, a scapito dei redditi da lavoro ancorati alla dimensione territoriale. La collaborazione tra Paesi dovrebbe perseguire, quindi, l’obiettivo comune di ostacolare le pratiche elusive, che si risolvono in danno del ceto medio e concentrazione diseguale della ricchezza.

Il compito dell’Agenzia delle Entrate, nell’attuare il programma di governo, dunque, è quello di costruire momenti di dialogo con i grandi soggetti economici internazionali, sia nella fase di attrazione degli investimenti, sia in quella successiva di applicazione del prelievo. Sul primo fronte, l’Agenzia ha agito mettendo in campo strumenti di dialogo preventivo, come l’interpello per gli investimenti, mirati a sostenere la certezza del diritto. Sul secondo fronte, i casi di Apple e Google sono la prova della capacità dell’Agenzia di interpretare l’applicazione del prelievo come occasione di collaborazione.

Sulla scia dell’intervento del direttore Di Geronimo, il presidente ODCEC di Bari, Elbano De Nuccio, ha posto sul tavolo la questione della corretta competizione tra sistemi fiscali. Non è forse possibile determinare a priori se il principio di territorialità sia preferibile a quello di tassazione globale, perché è necessaria una lettura ampia della solidità e qualità delle politiche fiscali. L’esempio degli Stati Uniti è utile, a tal proposito, per comprendere quali valutazioni abbiano ispirato la scelta del modello globale e quali vantaggi e svantaggi porta con sé.
Antonio Uricchio, rettore dell’UNIBA, ha ringraziato il professore Rosenbloom e ha descritto alla platea le variegata esperienza di insegnamento, pratica professionale e servizio alle istituzioni pubbliche prestato dall’ospite. L’accenno alle tante domande sollevate nel dibattito dottrinale sui modelli di tassazione internazionale ha introdotto la relazione di Rosenbloom, dal titolo “The making of U.S. tax policy”.

Il docente ha esordito con la raccomandazione a non trattare i sistemi di tassazione come meccanismi neutri, che si possono importare da un Paese all’altro. È necessario preparare il terreno economico e sociale perché il passaggio da un sistema all’altro possa funzionare. Il caso del Giappone è emblematico, sul punto: il livello di compliance delle multinazionali nipponiche è talmente elevato che il passaggio dal modello globale a quello territoriale, nella tassazione delle società, non ha intaccato minimamente il gettito. In un caso simile, probabilmente, gli Stati Uniti accuserebbero, invece, secondo Rosenbloom, una consistente perdita di entrate attraverso l’azione del transfer-pricing.
I vantaggi della territorialità sono noti, d’altra parte: è un modello facile da amministrare. Basti pensare che il modello globale comporta, invece, la necessità di rivolgersi ad altri Stati per ottenere le informazioni utili a dimensionare il prelievo. Operazioni simili hanno un costo per l’apparato amministrativo e, in qualche caso, non è neanche possibile ottenere dati attendibili. Ecco perché è fondamentale tracciare una linea netta tra Paesi, distinguendo quelli che adottano sistemi di tassazione credibili e sono orientati allo scambio di informazioni e quelli che rientrano nella categoria dei paradisi fiscali. La proposta di Rosenbloom, dunque, prevede che i trattati sulla doppia imposizione regolino i rapporti con i Paesi dotati di sistemi fiscali attendibili, mentre nel caso dei paradisi fiscali, spazio alla tassazione globale dei profitti generati a livello internazionale.
È chiaro, riconosce comunque Rosenbloom, che non sempre è possibile tracciare una linea netta tra sistemi fiscali, così come non sempre l’attività d’impresa collocata in un Paese a fiscalità privilegiata è necessariamente collegata a meccanismi elusivi: siamo certi che un resort alle Bahamas, impiantato da una multinazionale del turismo, possa ricevere lo stesso trattamento di un soggetto che svolge attività finanziaria?
Il dibattito si annuncia vivace sulla linea Bari-New York.
Daniela Lopedote
pubblicato Martedì 23 Maggio 2017

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