Giurisprudenza
E' possibile rettificare una dichiarazione, purché ciò avvenga presentando una sostitutiva entro i termini di legge
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La dichiarazione del contribuente, anche ai fini Iva, è in linea di principio rettificabile. Tuttavia, l'eventuale modifica, per essere presa in considerazione dall'ufficio finanziario, deve essere effettuata esattamente nelle stesse forme della dichiarazione, ossia vale a dire mediante la sostituzione, nei termini, della dichiarazione inesatta, con altra completa ed emendata.
E' quanto hanno precisato i giudici della Corte di cassazione che, con la sentenza n. 22567 del 1° dicembre 2004, si sono pronunciati su alcune questioni vertenti su una dichiarazione di inizio attività, presentata da una società, a rettifica di una precedente.

Il fatto
Nel 1996, una società presentava all'ufficio Iva competente una dichiarazione di inizio attività. Avvedutasi di avere erroneamente omesso di barrare l'apposito riquadro per l'opzione del regime normale, in alternativa al cosiddetto regime Siae, dopo soli sei giorni, la stessa società provvedeva a ripresentare una nuova dichiarazione di inizio attività, correggendo l'errore.
A fronte di un deludente risultato economico, nel 1997, decidendo di non proseguire l'attività intrapresa, la società comunicava la cessazione dell'attività al competente ufficio Iva. Nello stesso anno (febbraio 1997), la società presentava la dichiarazione Iva relativa al periodo di imposta 1996, indicando come indetraibile l'imposta risultante dalle operazioni di acquisto effettuate nello stesso periodo. Infine, nel marzo 1999, la società inoltrava istanza di rimborso dell'imposta predetta in base alla circostanza che, per errore, era stata indicata in dichiarazione Iva come indetraibile.

A seguito di provvedimento di diniego da parte dell'ufficio Iva, la società, contestandone le motivazioni, adiva dapprima i giudici della Commissione tributaria provinciale, e, successivamente, quelli della Commissione tributaria regionale.
In particolare, secondo l'ufficio, il diritto al rimborso dell'imposta sorgerebbe solo a seguito di dichiarazione Iva a credito regolarmente presentata; nel caso di specie, non ricorreva neanche il requisito dell'inerenza degli acquisti all'attività svolta e la domanda risultava tardiva poiché inoltrata dopo più di due anni dal pagamento dell'imposta.
Alla luce del rigetto di entrambe le commissioni, la società ha posto la questione dinanzi alla Corte suprema, chiedendo la cassazione delle relative sentenze, mediante ricorso articolato in quattro motivi.

La dichiarazione di inizio, variazione e cassazione di attività
I contribuenti che intraprendono un'attività economica, sia di tipo autonomo che imprenditoriale, devono presentare all'ufficio dell'Agenzia delle Entrate un'apposita dichiarazione, entro 30 giorni dall'inizio dell'attività o dalla costituzione della società. In tal modo, l'ufficio provvede ad attribuire il numero di partita Iva, che deve essere indicato nelle dichiarazioni, nei documenti e nei versamenti indirizzati all'ufficio, nella home page dell'eventuale sito web, e in ogni altro documento ove richiesto.
Le dichiarazioni di inizio attività devono essere redatte sui modelli AA9/7 e AA7/7. In particolare deve essere utilizzato:
- il modello AA9/7, dalle persone fisiche (ditte individuali e lavoratori autonomi)
- il modello AA7/7, dagli altri soggetti (società, associazioni, enti).
Le dichiarazioni possono essere presentate o trasmesse presso un qualunque ufficio locale dell'Agenzia delle Entrate direttamente, o a mezzo posta, ovvero in via telematica direttamente o tramite un intermediario abilitato.

In caso di variazione di uno degli elementi indicati nella dichiarazione di inizio attività (ad esempio, del domicilio fiscale) il contribuente deve presentare, entro trenta giorni, la dichiarazione di variazione (mod. AA9/7 per le persone fisiche, AA7/7 per le società e ANR/1 per i non residenti identificati direttamente), a un qualunque ufficio locale dell'Agenzia delle Entrate.
Per le società occorre presentare copia autenticata del verbale dell'assemblea che ha deliberato la modifica dello statuto, mentre per le società di capitali occorre anche l'omologazione del Tribunale.
In caso di fusione, scissione, conferimenti di aziende o altre trasformazioni sostanziali che comportano l'estinzione del soggetto d'imposta, la dichiarazione deve essere presentata dal soggetto risultante dalla trasformazione.
Inoltre, anche in caso di cessazione dell'attività, è necessario presentare la relativa dichiarazione (mod. AA9/7 per le persone fisiche, AA7/7 per le società e ANR/1 per i non residenti identificati direttamente) entro trenta giorni dalla data di ultimazione delle operazioni relative alla liquidazione dell'azienda. Per le società di capitali, occorre presentare il decreto di cancellazione emesso dal Tribunale, mentre per le società di persone è sufficiente presentare copia della domanda di cancellazione al Tribunale.

Il giudizio della Corte suprema di cassazione
Nel confermare i giudizi espressi dalle commissioni tributarie adite, la Corte suprema ha innanzitutto precisato che, in materia tributaria, anche ai fini dell'Iva, la dichiarazione del contribuente è, in linea di principio, rettificabile "...solo in quanto atto di scienza e non di volontà". L'eventuale sua rettifica, per essere presa in considerazione dall'ufficio, deve essere effettuata esattamente nelle stesse forme della dichiarazione, ossia vale a dire, mediante la sostituzione, nei termini prescritti, della dichiarazione inesatta con altra completa e corretta.

Inoltre, non accogliendo una seconda motivazione posta dal ricorrente, i giudici della Corte suprema hanno precisato che l'interpretazione di un atto giuridico, come quella inerente la dichiarazione di inizio attività ai fini Iva, deve essere rimessa esclusivamente al giudice di merito e non necessita di un ulteriore esame in sede di legittimità.

Infine, secondo la Cassazione, in tema di contenzioso tributario, è sempre consentito all'Amministrazione finanziaria, nel corso del giudizio avente a oggetto il rigetto di un'istanza di rimborso, prospettare ulteriori argomentazioni giuridiche rispetto a quelle espresse in sede amministrativa nell'atto di diniego. Da questo principio deriva che il giudice di merito può ritenere legittimo un provvedimento di diniego sulla base di un motivo esposto dall'Amministrazione finanziaria in sede di controdeduzioni.
Rosanna Acierno
pubblicato Venerdì 28 Gennaio 2005

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