Giurisprudenza
Estremi giusti, sentenza sbagliata:
è solo un semplice errore materiale
Non è figlia di un “giusto” processo la declaratoria d’inammissibilità che sanziona, sacrificando l’interesse ad agire in giudizio, una inesattezza facilmente individuabile
Estremi giusti, sentenza sbagliata:|è solo un semplice errore materiale
L’allegazione all’appello di una sentenza diversa da quella oggetto di gravame non comporta inammissibilità dell’impugnazione, ma costituisce mero errore materiale quando gli elementi dell’atto consentono di identificare in modo univoco la pronuncia impugnata.
Questo il chiarimento offerto dalla Cassazione nell’ordinanza n. 2588 del 9 febbraio 2016, in cui è stato altresì precisato che, in questi casi, il giudice regionale è comunque in grado di avere piena conoscenza della sentenza di primo grado, sempre inserita nel fascicolo del processo.
 
La vicenda processuale
L’Agenzia delle Entrate impugnava in Commissione tributaria regionale la sfavorevole sentenza emessa dal giudice tributario di primo grado.
Il ricorso veniva, peraltro, dichiarato inammissibile dal Collegio che, sul rilievo della difformità tra gli estremi della sentenza indicata nell’atto di appello e quelli della sentenza al medesimo allegata, riteneva non individuata in modo corretto la pronuncia sottoposta a impugnazione e, quindi, incerto il relativo oggetto.
 
Nel conseguente ricorso di legittimità, l’Agenzia denunciava violazione dell’articolo 53 del Dlgs 546/1992, lamentando che il giudice aveva dichiarato l’inammissibilità soltanto perché l’Amministrazione finanziaria aveva depositato una pronuncia diversa da quella indicata nell’epigrafe dell’appello e riguardante un altro atto di accertamento.
La parte pubblica aggiungeva, inoltre, che la pronuncia effettivamente impugnata e correttamente identificata era comunque agli atti del processo, in quanto contenuta nel fascicolo di primo grado che, a seguito dell’appello, era transitato nel fascicolo del giudizio di secondo grado.
 
La pronuncia della Corte
Il Collegio di nomofilachìa ha ritenuto fondata la doglianza, sulla base dell’esame del carteggio processuale, dal quale emergeva l’assoluta univocità dell’appello nell’identificazione della pronuncia impugnata, della quale erano stati indicati il numero, la Commissione provinciale emittente, la data di emissione e quella del deposito, il numero di ruolo generale di primo grado, il numero dell’accertamento impugnato, nonché il tributo e l’anno d’imposta cui l’atto si riferiva.
Pertanto, si legge nella sentenza in esame, “nessuna incertezza… sussisteva sul fatto che l’oggetto dell’impugnazione fosse la sentenza 118/08/10, peraltro presente in atti, in quanto contenuta nel fascicolo di ufficio del giudizio di primo grado” e, quindi, l’allegazione all’appello di altra sentenza “non poteva considerarsi una mera ipotesi (come rilevato dal collegio regionale) ma costituiva una palmare evidenza processuale”.
Di qui, la cassazione della pronuncia impugnata e il rinvio ad altra sezione della Ctr, per l’eventuale seguito del giudizio.
 
Osservazioni
A fronte di un caso piuttosto singolare, la Cassazione ha ritenuto di richiamare alcune sue precedenti decisioni (segno che, probabilmente, un caso del genere non è poi così infrequente).
Per inquadrare correttamente la fattispecie, va anzitutto ricordato che, in base all’articolo 53, comma 1, del Dlgs 546/1992, il ricorso in appello contiene, tra l’altro, l’indicazione degli estremi della sentenza impugnata, e che è inammissibile soltanto “se manca o è assolutamente incerto” uno degli elementi indicati dalla legge o se non è correttamente sottoscritto. Il comma 3 dello stesso articolo prevede che, subito dopo il deposito dell’appello, la segreteria della Ctr chiede alla segreteria della Ctp la trasmissione del fascicolo del processo, “che deve contenere copia autentica della sentenza”.
 
Tanto precisato, si osserva che la Cassazione ha adottato, nel caso in esame, un metro di giudizio, per un verso, decisamente in linea con il disposto normativo che dispone l’indicazione nell’appello, tra l’altro, dei soli estremi della pronuncia impugnata e che quest’ultima sia presente nel fascicolo d’ufficio; per altro verso, coerente con i consolidati principi generali in materia di inammissibilità.
Costituisce, infatti, una regola di vero e proprio “diritto vivente” quella secondo la quale la sanzione processuale dell’inammissibilità si giustifica soltanto in relazione a vizi di sostanza, tali da pregiudicare altri interessi ritenuti dalla legge prevalenti e va intesa come vera e propria extrema ratio (cfr Corte costituzionale, nn. 98/2004 e 189/2010; Cassazione, nn. 20787/2013, 24461/2014, 4078 e 23752 del 2015), in coerenza con il canone dell’articolo 111, primo comma, della Costituzione, ai sensi del quale la giurisdizione “si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge”.
E, certo, non sarebbe figlia di un “giusto” processo la declaratoria d’inammissibilità che pretendesse di sanzionare, attraverso il sacrificio dell’interesse ad agire in giudizio, un mero errore materiale, agevolmente individuabile e superabile attraverso il riferimento ad altri elementi acquisiti al giudizio, in quanto tali facilmente accessibili alla conoscenza del giudice.
 
Seguendo la stessa impostazione, in passato, la suprema Corte aveva cassato la pronuncia della Ctr che aveva ritenuto inammissibile l’appello solo per un errore di indicazione in esso della decisione impugnata (peraltro, correttamente allegata. Si trattava, in sostanza, di una situazione contraria rispetto a quella esaminata dall’odierna pronuncia), senza verificare se attraverso l’esame del gravame fosse possibile individuare con certezza il provvedimento oggetto di impugnazione.
Nell’occasione, il giudice di legittimità ha rilevato che la descritta ipotesi può essere conseguenza di un errore materiale e non comporta incertezza sull’oggetto dell’impugnazione “qualora la corrispondenza tra la sentenza depositata e quella nei cui confronti è rivolta l’impugnazione sia confermata da una verifica della congruenza tra contenuto della sentenza in atti e motivi dell’appello” (Cassazione, n. 1935/2012).
 
In sintesi, e per concludere, l’insegnamento confermato dall’ordinanza in rassegna appare un ulteriore e deciso monito al giudice, chiamato a conformare il proprio comportamento a parametri di buonsenso e di giustizia sostanziale che, in nome dell’effettività del diritto all’azione giurisdizionale costituzionalmente tutelato, rifugga da declaratorie d’inammissibilità non giustificate, per usare le parole del giudice delle leggi, “dal preminente interesse pubblico ad uno svolgimento del processo adeguato alla funzione ad esso assegnata” (Corte costituzionale, n. 98/2004).
Massimo Cancedda
pubblicato Giovedì 18 Febbraio 2016

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