Giurisprudenza
Giustificato il no al bonus R&S
per equilibrio del bilancio statale
Al credito d’imposta, introdotto nel 2006, è stato posto successivamente un limite, che ha reso indispensabile operare una selezione dei contribuenti da ammettere al beneficio
Giustificato il no al bonus R&S|per equilibrio del bilancio statale
L’amministrazione finanziaria può revocare legittimamente i benefici fiscali quando una norma successiva introduca un tetto massimo per i crediti di imposta già maturati dai contribuenti.

Ciò in quanto, secondo un consolidato orientamento della giurisprudenza costituzionale, l’intervento retroattivo del legislatore può incidere sull’affidamento dei cittadini a condizione che:

1) trovi giustificazione in principi, diritti e beni di rilievo costituzionale (sentenza 308/2013) e dunque abbia una causa adeguata quale un interesse pubblico sopravvenuto (sentenza 16/2017) o una inderogabile esigenza (sentenza. 349/1985)
2) sia comunque rispettoso del principio di ragionevolezza intesa anche quale proporzionalità (sentenza 108 e 203/2016).
 
Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 4579 del 28 febbraio 2018 con cui ha rigettato il ricorso di una società che richiedeva l’annullamento del diniego di nulla osta alla fruizione del credito di imposta per ricerca e sviluppo di cui alla legge 296/2006.
 
La vicenda processuale e la pronuncia della Cassazione.
I gradi di merito si chiudevano a favore dell’amministrazione finanziaria: di qui il ricorso per Cassazione presentato dalla società contribuente.
 
La Cassazione, con ordinanza interlocutoria, sollevava, in riferimento all’articolo 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’articolo 29, comma 1, del Dl 185/2008, nella parte in cui, nell’introdurre un tetto massimo di stanziamento e una procedura per la selezione dei crediti d’imposta previsti dall'articolo 1, commi da 280 a 283, della legge 296/2006, (legge finanziaria 2007), “non fa salvi i diritti e le aspettative sorti [...] in relazione ad attività di ricerca e sviluppo avviate prima del 29/11/2008” (data di entrata in vigore del Dl 185/2008).
 
Sul punto si ricorda che la legge 296/2006 attribuiva un credito di imposta del 10% per il periodo 2007-2009 in relazione ai costi per ricerca e sviluppo (norma abrogata nel 2012).
Successivamente l’articolo 29, comma 1, del Dl 185/2008, introdusse un tetto per le imprese alla fruizione di tutti i crediti di imposta tra cui anche quelli di cui sopra (375 milioni per il 2008 e 533 milioni per il 2009). Occorreva, quindi, operare una selezione dei contribuenti da ammettere al beneficio anche per i crediti maturati prima dell’entrata in vigore del Dl 185/2008 nel caso in cui non ne avessero già usufruito; fu allora stabilita una finestra temporale nella quale i soggetti interessati dovevano inviare un’apposita domanda che valeva come prenotazione dell’accesso al credito di imposta per la cui fruizione valeva il criterio cronologico di arrivo.
 
La società ricorrente presentava la domanda de qua ricevendo però, in data 15 giugno 2009, la comunicazione telematica del diniego alla fruibilità del credito di imposta per “esaurimento risorse”.
Di qui il presente giudizio che ha visto la parentesi incidentale della questione di costituzionalità.
 
La Corte costituzionale, con sentenza 149/2017, ha dichiarato non fondata la questione prospettata richiamando il consolidato orientamento per cui “il valore del legittimo affidamento, il quale trova copertura costituzionale nell’art. 3 Cost., non esclude che il legislatore possa assumere disposizioni che modifichino in senso sfavorevole agli interessati la disciplina di rapporti giuridici «anche se l’oggetto di questi sia costituito da diritti soggettivi perfetti», ma esige che ciò avvenga alla condizione «che tali disposizioni non trasmodino in un regolamento irrazionale, frustrando, con riguardo a situazioni sostanziali fondate sulle leggi precedenti, l’affidamento dei cittadini nella sicurezza giuridica (sentenze n. 56 del 2015, n. 302 del 2010, n. 236 e n. 206 del 2009). Solo in presenza di posizioni giuridiche non adeguatamente consolidate, dunque, ovvero in seguito alla sopravvenienza di interessi pubblici che esigano interventi normativi diretti a incidere peggiorativamente su di esse, ma sempre nei limiti della proporzionalità dell’incisione rispetto agli obiettivi di interesse pubblico perseguiti, è consentito alla legge di intervenire in senso sfavorevole su assetti regolatori precedentemente definiti (ex plurimis, sentenza n. 56 del 2015)»”.
 
Inoltre la Corte ha ritenuto che la mancanza di un tetto massimo per la fruibilità dei crediti di imposta giustificasse un intervento, anche retroattivo, per salvaguardare altri sopravvenuti interessi di rilievo costituzionale, quale la tutela dell’equilibrio del bilancio dello Stato (articoli 2, 3 e 81 Costituzione).
 
Queste considerazioni hanno indotto la Cassazione, nel giudizio a quo, a rigettare il ricorso della contribuente che aveva denunciato violazione dell’articolo 3 della legge 212/2000, in quanto la Ctr non aveva censurato l’applicazione retroattiva del Dl 185/2008, che non aveva previsto limitazioni per i crediti di imposta maturati anteriormente. L’altra denuncia riguardava la violazione dell’articolo 10, comma 2, della legge 212/2000 e dei principi comunitari in tema di legittimo affidamento.
Del resto un bilanciamento di interessi che privilegi l’equilibrio finanziario del bilancio dello Stato rappresenta un’esigenza che anche la Corte costituzionale sta tenendo in debito conto, ad esempio, nelle pronunce di illegittimità costituzionale la cui efficacia viene limitata solo ex nunc proprio per tutelare tale esigenza.
Emblematica da tale punto di vista la sentenza 10/2015 dichiarativa della illegittimità costituzionale della cosiddetta Robin hood tax (articolo 81, commi 16, 17 e 18 del Dl 112/2008).
 
Nel pronunciare l’illegittimità costituzionale delle disposizioni impugnate, la Corte, considerando gli impatti concreti della pronuncia su altri principi costituzionali, ha ritenuto di dover modulare le proprie decisioni, anche sotto il profilo temporale, in modo da scongiurare che l’affermazione di un principio costituzionale determini il sacrificio di un altro.
Nella specie, l’applicazione retroattiva della declaratoria di illegittimità costituzionale avrebbe determinato una grave violazione dell’equilibro di bilancio ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione.
 
La Consulta ha, quindi, ritenuto opportuno di dichiarare la cessazione degli effetti delle norme dichiarate illegittime dal solo giorno della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della sentenza 10/2015, allo scopo di contemperare tutti i principi e i diritti in gioco, in modo da impedire “alterazioni della disponibilità economica a svantaggio di alcuni contribuenti ed a vantaggio di altri”.
Francesco Brandi
pubblicato Lunedì 12 Marzo 2018

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