Giurisprudenza
La cessata materia del contendere presuppone l'accordo tra le parti
Può essere dichiarata dal giudice solo su richiesta concorde
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La pronuncia di cessazione della materia del contendere riveste natura dichiarativa e per tale motivo presuppone il pieno accordo tra le parti circa l'intervenuto mutamento della situazione revocata in controversia. Pertanto, è da escludere che il giudice possa dichiarare cessata la materia del contendere allorché le parti abbiano manifestato la determinazione di ottenere una decisione sul merito della vertenza.

Quanto precede è contenuto nella sentenza 15 marzo 2005, n. 5607, emanata dalla Corte di cassazione, in cui si afferma che la cessazione dalla materia del contendere, che costituisce il riflesso processuale del venir meno della ragion d'essere sostanziale della lite, per la sopravvenienza di un fatto suscettibile di privare le parti di ogni interesse a continuare il giudizio, può essere dichiarata solo a seguito di una richiesta concorde delle parti processuali.
Queste ultime, prendendo atto del sopraggiunto mutamento della situazione originaria, sottopongono al giudice conclusioni conformi intese a sollecitare l'adozione di una declaratoria della cessazione della materia del contendere.

Su tale materia, il legislatore tributario ha previsto specificamente l'articolo 46 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, che al primo comma prevede l'estinzione del giudizio nei casi di definizione delle pendenze tributarie e ogni altro caso di cessazione della materia del contendere(1). Mentre il secondo comma della medesima disposizione stabilisce che la cessazione della materia del contendere è dichiarata con decreto del presidente o con sentenza della commissione (avverso tale decreto è ammesso reclamo, ai sensi dell'articolo 28 del Dlgs n. 546/92), il successivo terzo comma prevede che le spese di giudizio restano a carico della parte che le ha anticipate, salvo che disposizioni di legge prevedano diversamente. L'estinzione del giudizio si può avere, quindi, a seguito di cessazione della materia del contendere, in cui devono ricomprendersi le fattispecie della definizione delle pendenze tributarie (il condono; liti fiscali pendenti) o nel caso in cui l'ufficio finanziario proceda al ritiro dell'atto impugnato. L'effetto estintivo opera automaticamente e la cessazione della materia del contendere ha "come presupposto una dichiarazione concorde di tutte le parti del giudizio" (cfr. Cass. 26 maggio 1998, n. 5224).

Si rileva che la cessata materia del contendere non è prevista in alcuna norma del codice di procedura civile, ma soltanto nel processo amministrativo in virtù della norma contenuta nell'articolo 23, ultimo comma, della legge n. 1034 del 6.12.1971, istitutiva dei Tribunali amministrativi regionali (a norma della quale, se entro il termine previsto per la fissazione dell'udienza l'amministrazione annulla o riforma l'atto impugnato in modo conforme all'istanza del ricorrente, il Tar deve dare atto della cessata materia del contendere e provvedere alle spese).

La cessazione della materia del contendere deve intendersi come una pronuncia meramente dichiarativa, atteso che pone fine al processo a seguito dell'accertamento del giudice di merito del venire meno della pretesa di diritto sostanziale in esso fatto valere. La relativa dichiarazione può essere pronunciata anche d'ufficio soltanto nel caso in cui sia intervenuta una vicenda, riconosciuta da entrambe le parti, che ne abbia eliminato la situazione di contrasto e, quindi, una pronuncia del giudice non sia più indispensabile: ciò non si può avere quando vi è contrasto tra le parti in ordine alla rilevanza giuridica della vicenda sopraggiunta. Tale dichiarazione, avanzata dall'ufficio, equivale all'abbandono della pretesa tributaria, derivandone l'estinzione del giudizio ai sensi del citato articolo 46 del Dlgs n. 546 del 1992 (cfr. Ctr Lazio, sez. XXV, 11 febbraio 2002, n. 87). A tal proposito, alcune sentenze di merito hanno distinto tra causa di cessazione della materia del contendere sopravvenuta e causa preesistente di cui una delle parti non ha tenuto conto in modo adeguato, costringendo l'altra a un oneroso giudizio.

Le conseguenze derivanti dalla cessazione della materia del contendere impongono di verificare se e in quali limiti il contribuente possa far valere eventuali vizi dell'atto di disposizione del diritto stesso e ciò può riguardare sia i casi in cui la volontà risulti viziata, sia il difetto dei requisiti richiesti dalla legge per la perfezione della fattispecie dispositiva.
Nel contesto dell'argomento di cui trattasi, è opportuno esaminare specificamente quanto disposto dal citato terzo comma dell'articolo 46, relativamente alle spese del giudizio estinto che restano a carico della parte che le ha anticipate, salvo, come detto, che disposizioni di legge prevedano diversamente. Per ciò che riguarda la ripartizione delle spese è necessario che il giudice accerti a quale delle parti del giudizio deve imputarsi la responsabilità di aver causato lo stesso.

Tale disposizione ha dato luogo a un crescente dibattito sia in sede dottrinale che giurisprudenziale, evidenziando posizioni spesso divergenti.
In particolare, la dottrina ritiene che nel caso di estinzione per cessata materia del contendere possa trovare applicazione il principio della "soccombenza virtuale", elaborazione di natura giurisprudenziale, ovvero la prosecuzione della causa allo scopo di accertare a quale delle parti imputare la responsabilità del procedimento ovvero chi è tenuto a sopportare le spese di giudizio. E' stato ritenuto che la disposizione di cui al citato terzo comma si contrasta con il simmetrico obbligo spettante al giudice di imputare le spese di lite, sostenute dalla controparte pubblica, a carico del privato quando questi abbia rinunciato al suo gravame (articolo 44, Dlgs n. 546/92).
Relativamente al principio della soccombenza virtuale, occorre ricordare che la Corte costituzionale, pronunciandosi in merito alla legittimità costituzionale del terzo comma del citato articolo 46, ha ritenuto che tale principio non trova applicazione nell'ambito del processo tributario, atteso che lo stesso "rispetto a quello civile ed amministrativo, conserva la sua spiccata specificità, correlata sia alla configurazione dell'organo decidente sia al rapporto sostanziale oggetto del giudizio". I giudici della Corte non hanno ravvisato l'asserito privilegio a favore della Pubblica amministrazione, atteso che l'obbligatorietà della compensazione delle spese è prevista in ogni caso di cessazione della materia del contendere e sotto tale profilo le parti del processo tributario sono poste sullo stesso piano(2).
La giurisprudenza della Corte costituzionale ha ritenuto che il processo tributario sia da tenere distinto per la sua specificità da quello civile e amministrativo. Specificità che trova rispondenza nel rapporto sostanziale che attiene alla fondamentale esigenza dello Stato di ricercare i mezzi per l'esercizio delle sue funzioni attraverso l'attività dell'Amministrazione finanziaria che deve procedere all'accertamento e alla conseguente riscossione dei tributi.

Circa la obbligatorietà della compensazione delle spese, gli stessi giudici hanno affermato che essa è prevista in ogni caso di cessazione della materia del contendere, venendo in tal modo collocate sullo stesso piano le parti del processo tributario; da qui, la mancanza di un riconoscimento di un privilegio a vantaggio della Pubblica amministrazione. La compensazione è un istituto di norma lasciato al potere discrezionale del giudice, sulla base di un esame dell'esistenza di giusti motivi che, nel caso di specie, viene affermata dal legislatore con la previsione di una fattispecie legale tipica.

La giurisprudenza di merito, allineandosi alle motivazioni dei giudici costituzionali, ha rilevato che in caso di cessazione della materia del contendere la disciplina specifica del giudizio tributario non consente, ai fini dell'applicazione delle spese processuali, l'applicazione del principio della soccombenza virtuale e che comunque va applicata la regola di cui all'articolo 46, comma 3, del Dlgs n. 546 del 1992, indipendentemente dai motivi che hanno portato l'Amministrazione a formulare la richiesta di cessazione della materia del contendere (Cfr. Ctp di Vicenza 23 agosto 2002, n. 907; in senso conforme, Ctp 14 maggio 2001, n. 272, e Ctr Lombardia 13 aprile 1999, n. 30).


NOTE
1. Cfr, circolare ministeriale 23 aprile 1996, n. 98/E. Viene chiarito che in caso di cessazione della materia del contendere rientrano, ad esempio, la fattispecie della "definizione delle pendenze tributarie" (condono) o quando viene ritirato o viene annullato l'atto impugnato da parte dello stesso ufficio tributario che lo ha emesso.
L'effetto estintivo opera in modo automatico e, fatta eccezione se è disposto diversamente dalle singole leggi, viene dichiarato con decreto dal presidente reclamabile ex articolo 28, o dalla commissione con sentenza.

2. Cfr. Corte costituzionale 12 marzo 1998, n. 53.

Enzo Di Giacomo
pubblicato Mercoledì 6 Aprile 2005

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