Giurisprudenza
Legittimo il deposito in Comune
se non v’è traccia del destinatario
In ragione degli abituali doveri di reperibilità che gravano sull’interessato, non possono essere imposte al notificante “spese non lievi ed attese di non breve durata”
deserto
L’ordinaria diligenza cui il notificante deve attenersi per vincere l’ignoranza circa il recapito del destinatario di un atto tributario deve essere valutata secondo parametri di normalità e buona fede e non comporta il dovere di compiere ogni indagine idonea in astratto all’acquisizione delle notizie necessarie per eseguire materialmente la notifica.
Questo, in breve, il principio della Cassazione desumibile dall’ordinanza n. 24958 del 10 dicembre 2015.
 
La vicenda processuale
Una società impugnava vittoriosamente dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Milano alcune cartelle di pagamento per Iva e Ires relative agli anni 2003 e 2004.
 
L’appello dell’agente della riscossione veniva rigettato dal giudice tributario regionale, che dichiarava nulli i provvedimenti in questione per vizio di notifica.
In particolare, secondo la Commissione di seconde cure, seppure la notificazione degli atti tributari possa astrattamente essere effettuata con il rito “degli irreperibili”, di cui all’articolo 60, primo comma, lettera e), del Dpr 600/1973, quando nel comune in cui deve eseguirsi la notifica sia mancante un valido recapito del contribuente, tuttavia, nella specie, non vi era la prova dell’impossibilità di esecuzione della notifica delle cartelle presso la sede legale dell’ente destinatario e, pertanto, il deposito degli atti presso la casa comunale doveva considerarsi non rispondente al dettato normativo.
Secondo la Ctr, nello specifico, il messo notificatore, recatosi presso l’indirizzo risultante quale sede della società e rilevatane l’assenza, avrebbe dovuto assumere tutte le informazioni necessarie ad attestare l’irreperibilità “assoluta” del destinatario, riportandole nella relata, a pena di nullità della notifica stessa.
 
L’agente della riscossione proponeva ricorso per cassazione affidato a quattro motivi, con il primo dei quali – dopo avere evidenziato che il messo notificatore, tenendo conto della visura camerale circa la sede del contribuente, aveva dato atto nella relata che la società risultava trasferita per località ignota e che altrettanto sconosciuto in loco era risultato il suo legale rappresentante – lamentava che il giudicante avesse ritenuto insufficiente la prova fornita circa l’impossibilità di eseguire la notifica presso la sede dell’ente quale risultante dai pubblici registri, valorizzando contrari indizi in violazione della regola secondo cui le dichiarazioni del pubblico ufficiale sono assistite da fede privilegiata fino a querela di falso.
 
La pronuncia della Corte
La Cassazione ha accolto l’esposta doglianza, rilevando che, erroneamente, il giudice del merito aveva ritenuto insufficiente la prova della irreperibilità della società contribuente, sulla scorta di una asserita inidoneità delle ricerche effettuate e nonostante la relata desse conto dell’effettuazione di ricerche volte a individuare il recapito del destinatario.
 
In generale, ricorda l’ordinanza in commento, in materia di notificazione a soggetto “irreperibile”, vige il principio per il quale l’ordinaria diligenza, per cui il notificante è tenuto a conformare la propria condotta quando vi sia incertezza sull’effettivo recapito del destinatario, deve essere valutata “in relazione a parametri di normalità e buona fede secondo la regola generale dell’articolo 1147 codice civile e non può tradursi nel dovere di compiere ogni indagine che possa in astratto dimostrarsi idonea all’acquisizione delle notizie necessarie per eseguire la notifica a norma dell’articolo 139 codice procedura civile, anche sopportando spese non lievi e attese di non breve durata”.
Pertanto, prosegue la Corte, devono considerarsi adeguate le ricerche svolte nei luoghi “in cui è ragionevole ritenere, secondo una presunzione fondata sulle ordinarie manifestazioni della cura che ciascuno ha dei propri affari e interessi, siano reperibili informazioni lasciate dallo stesso soggetto interessato, per consentire ai terzi di conoscere l’attuale suo domicilio (residenza o dimora)”.
 
Osservazioni
Il tema affrontato dalla Cassazione nel caso in parola riguarda l’ipotesi in cui, in sede di notificazione, l’agente incaricato, recatosi sul luogo “ufficialmente” risultante quale recapito del destinatario (sulla base, ad esempio, dei certificati anagrafici per le persone fisiche, delle visure camerali per le persone giuridiche), non reperisca concretamente detto luogo.
 
In proposito, la giurisprudenza ha chiarito che ricorre una situazione di “irreperibilità assoluta” quando, nel comune in cui la notificazione deve essere eseguita, l’agente notificatore non reperisca l’abitazione, l’ufficio o l’azienda del destinatario dell’atto il quale, dalle ricognizioni effettuate all’atto della notifica e documentate nella relata, risulti trasferito in luogo sconosciuto.
A tale accertamento, l’agente deve pervenire dopo aver effettuato ricerche nel comune dov’è situato il domicilio fiscale del contribuente, per verificare che il suddetto trasferimento non si sia risolto in un mero mutamento di indirizzo nell’ambito dello stesso comune (cfr, da ultimo, Cassazione, 24082, 23588, 23332, tutte del 2015)
Sul punto, le sentenze 24082 e 22796 del 2015 hanno altresì ricordato che, poiché la norma non prescrive quali attività devono esattamente essere compiute a tal fine, l’importante è che emerga chiaramente che le ricerche sono state effettuate, che siano attribuibili al messo notificatore e riferibili alla notifica posta in essere.
 
L’odierna pronuncia, quindi, conferma una regola per cui, se da un lato il notificante è tenuto a un comportamento diligente nello svolgimento delle ricerche dell’interessato, quest’ultimo non può esimersi - ad esempio, abbandonando l’originaria residenza senza preoccuparsi di provvedere alla relativa registrazione anagrafica - dallo svolgere le incombenze che ne consentano l’agevole reperimento da parte dei terzi.
 
Con particolare riguardo alla materia tributaria, mancando questa “collaborazione” da parte dell’interessato, si configura, infatti, una forma di violazione del generale dovere di buona fede nei rapporti tra contribuente e amministrazione finanziaria (articolo 10, comma 1, dello “Statuto del contribuente”) e si giustifica l’esecuzione della notifica secondo la procedura “degli irreperibili” di cui all’articolo 60, primo comma, lettera e), del Dpr 600/1973.
Massimo Cancedda
pubblicato Martedì 5 Gennaio 2016

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