Giurisprudenza
La sentenza del giudice tributario
non impedisce la misura preventiva
Via libera alla confisca dei beni nei confronti dei contribuenti dediti in modo continuativo a condotte elusive degli obblighi fiscali che sono espressione di pericolosità sociale
La sentenza del giudice tributario |non impedisce la misura preventiva
Intervenendo sulla questione dell’applicabilità delle misure di prevenzione reali previste dal Codice delle leggi antimafia (Dlgs n. 159/2011) la Cassazione rafforza un caposaldo della separazione dei giudizi, ribadendo il carattere indipendente del procedimento penale – e ancor più di quello di prevenzione – dal processo tributario.
Questo, in estrema sintesi, il contenuto della sentenza n. 53636 della prima sezione penale della Corte suprema, depositata lo scorso 28 novembre.

La vicenda processuale
Con decreto della Corte di appello veniva confermato il provvedimento emesso dalla sezione “misure di prevenzione” del Tribunale che aveva disposto, nei confronti di una coppia di coniugi romani, un’ingente confisca di immobili, quote sociali, autoveicoli, trust e conti correnti collegati a gravi ipotesi di irregolarità nella gestione di corsi di formazione e a un giro di fatture per operazioni ritenute inesistenti. La Corte di appello confermava il giudizio di pericolosità sociale per la coppia, in quanto soggetti che per un lungo lasso temporale hanno vissuto abitualmente con i proventi di attività delittuose, come dimostrato dagli atti dei procedimenti penali a loro carico. Avverso il provvedimento i due coniugi hanno proposto ricorso per cassazione, deducendo, tra i vari motivi, la violazione dei presupposti di legge sull’accertamento della provenienza illecita del patrimonio e l’omessa valutazione delle risultanze dei giudizi tributari, che avevano escluso l’inesistenza oggettiva delle operazioni commerciali per le quali erano state emesse fatture relative all’evasione fiscale contestata. Il procuratore generale presso la Cassazione ha chiesto il rigetto del ricorso. Con successive memorie, la difesa dei ricorrenti ha chiesto di differire la discussione del ricorso all’esito della sentenza di secondo grado attesa nell’ambito del separato procedimento penale pendente per il reato di associazione a delinquere (articolo 416 cp).

Il principio stabilito dalla Corte suprema
La Cassazione ha ritenuto il ricorso infondato, rigettandolo e condannando i coniugi al pagamento delle spese processuali. In via preliminare il Collegio ha respinto la richiesta di differimento della trattazione del procedimento.

L’istanza di rinvio dei ricorrenti lascerebbe intendere l’esistenza di un rapporto di pregiudizialità tra il procedimento penale di cognizione (per il reato di associazione a delinquere) e il parallelo giudizio camerale di prevenzione (sulla pericolosità sociale) ma – precisa la Corte – nessuna norma di legge impone di accordare un differimento nell’ambito della procedura camerale. Sussiste, invece, una piena indipendenza, per struttura e finalità, dei due procedimenti, quello penale funzionale all’accertamento della responsabilità in ordine a una fattispecie di reato, e quello di prevenzione, ancorato a una valutazione di pericolosità attuale, espressa mediante condotte che non necessariamente costituiscono reato, con la conseguente esclusione di un rapporto di pregiudizialità del primo rispetto al secondo e l’affermazione della reciproca autonomia.

Gli stessi precedenti giurisprudenziali di legittimità escludono che nel procedimento per l’applicazione di una misura di prevenzione sia consentito disporre la sospensione in attesa dell’esito dei procedimenti penali pendenti a carico dell’interessato (Cassazione, pronunce 1831/2015 e 4668/2013). Non sono ravvisabili – ad avviso della Corte – nemmeno i vizi di legalità denunciati dai ricorrenti.

A fondamento della confisca i coniugi sono stati considerati socialmente pericolosi e appartenenti alla categoria di cui all’articolo 1, lettera b) del Codice delle leggi antimafia (“coloro che per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose, siccome soggetti che vivono abitualmente con i proventi di attività delittuose”) sulla base di un rilevante compendio probatorio. Gli accertamenti condotti dalla polizia giudiziaria avevano, infatti, riscontrato a loro carico la commissione dei reati di corruzione, truffa a danno dello Stato realizzata mediante la falsificazione di documenti e l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, evasione fiscale mediante l’utilizzo reiterato nel tempo delle stesse fatture emesse da società compiacenti, e associazione a delinquere finalizzata alla commissione dei predetti illeciti.

I giudici di appello hanno aderito alle considerazioni analitiche del Tribunale, secondo cui le condotte contestate erano espressione della pericolosità sociale dei coniugi perché significative della loro abitudine di ricavare ricchezza dall’attività illecita e di reimpiegarla in forme di investimento non direttamente riferibili alle loro persone.
La decisione impugnata è, dunque, fondata – ad avviso dei giudici di legittimità – su elementi di fatto concreti e puntuali, provenienti da procedimenti penali, valutati in modo compiuto ed efficace.

La Corte ritiene, poi, priva di pregio la doglianza circa un’omessa considerazione dell’accertamento compiuto nei procedimenti tributari. Come evidenziato dalla Corte di appello, il verdetto emesso dalle Commissioni tributarie non ha forza decisoria in grado di condizionare il giudizio prevenzionale, né di prevalere su quanto emerso nei processi penali e sottoposto ad autonomo apprezzamento nel presente procedimento. L’eccezione sull’asserita “cittadinanza” di cui nel processo penale dovrebbero fruire le decisioni del giudice tributario mal si adatta a un procedimento di natura del tutto differente come quello finalizzato all’applicazione delle misure di prevenzione. Quest’ultimo riveste, difatti, connotazioni autonome per struttura, caratteri e finalità rispetto a qualsiasi altro giudizio.

Non sono applicabili, quindi, al caso in esame, le disposizioni dettate per il processo penale, “sia perché la necessità di tenere conto delle decisioni assunte in sede tributaria è stata affermata dalla Cassazione in riferimento ai soli reati tributari, sia perché in ogni caso anche per questo settore della giurisdizione penale non si è riconosciuto alcun automatismo valutativo, né la necessità imprescindibile di conformazione alle determinazioni assunte nel procedimento amministrativo”. Le sentenze dei giudici tributari non sono mai vincolanti nel procedimento per l’applicazione di misure di prevenzione previste dal Codice delle leggi antimafia e la loro libera valutazione è ammissibile solo in riferimento ai reati tributari, al di fuori dei quali i provvedimenti “amministrativi” non hanno alcuna incidenza. Pertanto, sia le pronunce del giudice tributario, anche se definitive, sia le determinazioni assunte nel procedimento amministrativo, non contengono accertamenti di fatto vincolanti per la decisione riguardante l’applicazione delle misure di prevenzione reali, che restano soggette al libero apprezzamento dei fatti ricostruiti, con la conseguente possibilità di un esito decisorio difforme dalle conclusioni espresse in altri procedimenti.
In definitiva, il decreto impugnato è stato giudicato legittimo dalla Corte che, ritenuto il ricorso infondato, lo ha rigettato condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
 
Andrea Santoro
pubblicato Martedì 5 Dicembre 2017

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