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Curiosità

Divergenze sulla “politica fiscale” tra Vespasiano e il figlio Tito

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Niente di nuovo, anche nell’antica Roma, quando le scorte provenienti dai bottini di guerra stavano per esaurirsi e le altre entrate si dimostravano insufficienti, il modo più rapido e facile per ridare ossigeno alle casse dello Stato e far fronte all’ingente spesa pubblica era intervenire sul sistema tributario alzando le tasse già esistenti o inventandone di inedite. Una delle imposte più famose è quella sui bagni pubblici chiamati, ancora oggi, “vespasiani” perché ad essi è legato il tributo in questione nato da un’idea dell’imperatore Vespasiano. Nei bagni pubblici, infatti, molto frequentati nell’Urbe, veniva prodotta una materia preziosa per le lavanderie. Si tratta dell’ammoniaca contenuta nelle urine, utilizzata per rendere bianche e lucenti toghe e biancheria. Da qui l’imposta dovuta dai lavandai che si rifornivano presso le latrine. Dalla stessa vicenda pare nasca anche la locuzione latina, non sempre condivisibile, “pecunia non olet”. Sembra che sia stato lo stesso Vespasiano a pronunciarla in risposta al figlio Tito che disapprovava quella tassa perché la riteneva di dubbio gusto. La tradizione vuole che l’occasione si presentò la volta in cui Tito avendo bisogno di soldi si rivolse al padre. L’imperatore non gli negò il “finanziamento” ma precisò che il contributo proveniva proprio dal quel contributo tanto inviso al giovane rampollo.

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