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Analisi e commenti

La conservazione del capitale.
Il Framework poco decisivo (1)

Il quadro sistematico dice tutto e il contrario di tutto, senza che sia data un’indicazione specifica al riguardo

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Ci eravamo lasciati con il proposito di indagare i pilastri teorici dei principi contabili internazionali, contenuti (con qualche divagazione sul tema) nel Quadro sistematico - approvato dallo Iasc nel 1989 e recepito dallo Iasb nell’aprile 2001 - o Framework (da lingua madre), con un’attenzione particolare dedicata al tema della conservazione del capitale e al modo in cui l’argomento è inteso.   La valenza del Framework “Il Quadro sistematico non costituisce un Principio contabile internazionale e, di conseguenza, non contiene principi per nessuna specifica tematica concernente la valutazione o l’informativa. Nulla di quanto contenuto nel Quadro sistematico sostituisce alcun Principio contabile internazionale”. Il secondo paragrafo del Framework lo chiarisce subito.   Eppure il Quadro sistematico, buone intenzioni a parte (il Framework - su cui peraltro Iasb e Fasb stanno lavorando per elaborarne uno comune - come bussola per orientare lo sviluppo di nuovi Ias/Ifrs o la correzione di quelli esistenti – paragrafo 3), una valenza normativa ce l’ha e gli deriva – per rinvio – da quanto è contenuto negli stessi standard internazionali, adottati dall’Unione europea. Il riferimento è, principalmente:
  • alla cosiddetta overriding rule, che obbliga i redattori del bilancio a disapplicare una disposizione contenuta in uno standard contabile quando la stessa sia (giudicata dalla direzione aziendale) così fuorviante da condurre a un’informativa che è in conflitto con le finalità del bilancio esposte nel Framework (Ias 1, paragrafo 19)
  • alla specificazione che contabilizzare per competenza significa rilevare le voci come attività, passività, patrimonio netto, ricavi e costi, quando soddisfano le definizioni e i criteri di rilevazione previsti per tali elementi nel Framework (Ias 1, paragrafo 28)
  • alla previsione per cui le definizioni, i criteri di rilevazione e i concetti di misurazione per la contabilizzazione di attività, passività, ricavi e costi, contenuti nel Framework, debbono rappresentare gli elementi che in seconda battuta – dopo, cioè, l’esplorazione delle regole previste per casi simili – guidano la direzione aziendale nel trattamento contabile di operazioni per cui manchi uno Ias/Ifrs ad hoc (Ias 8, paragrafo 11).
Già da questi pochi dettagli è intuibile il caratteristico approccio patrimoniale (“asset-liability approach”) degli Ias/Ifrs: tutto - anche costi e ricavi - è definito in termini di attività e passività e qualsiasi variazione di periodo del patrimonio netto, che non dipenda da operazioni con i soci, è utile o, comunque, performance da osservare (comprehensive income approach). In realtà, quest’ultimo assioma lo si rileva dallo Ias 1 e non dal Framework, che sul punto (e non solo su questo) agisce quasi da “(non) legge delega”, allorché afferma che “la rilevazione e la quantificazione di ricavi e costi, e, perciò, dell’utile dipende in parte dai concetti di capitale e di conservazione del capitale usati dall’impresa nel preparare il proprio bilancio”.   Il problema è che poi, all’atto pratico, nel Framework sulla conservazione dell’integrità del capitale si dice tutto e il contrario di tutto, senza che sia data un’indicazione specifica al riguardo.

Il capitale da preservare Il perché la determinazione dell’utile sia un passo successivo alla definizione del capitale di funzionamento è intuibile: se il reddito è l’incremento che il patrimonio subisce nel periodo considerato per effetto della gestione, è basilare stabilire come il secondo debba essere considerato e, quindi, misurato. Perché solo dopo avere stabilito ciò, è possibile verificare se il patrimonio di partenza è aumentato (e, quindi, c’è stato un utile) o diminuito (soffrendo una perdita).   La questione della conservazione del capitale - utile c’è solo, si ripete, se il patrimonio finale (una volta definito cosa debba intendersi per patrimonio) supera quello iniziale - ha interessato, a onor del vero, specie negli ultimi 150 anni, soprattutto la dottrina economico-aziendale continentale. In particolare quella tedesca e quella italiana. Tanto che, con atteggiamento quasi di scherno e superiorità, si potrebbe dire che, sul punto, la scuola anglo-americana… non esiste. Memorabili sono al riguardo sia l’affermazione di William Morse Cole (professore di contabilità, a inizio secolo scorso, ad Harvard), secondo cui “il senso comune è un principio contabile migliore di qualsiasi regola o una formula”, sia il relativo commento di Gino Zappa, padre dell’economia aziendale italiana: “(non solo) in America è diffusa la credenza di poter risolvere alla lesta ogni difficoltà contabile, senza preparazione dottrinale, col solo sussidio del buon senso …Al senso comune spesso si fa ricorso non per altro che perché esso consente all’empirico di adagiarsi nella comoda superficialità delle più semplici osservazioni esso ignora la varietà dei fatti e la loro interconnessione, li isola, e spinge ciecamente gli individui ad un’azione pronta ma disordinata”.   Per inciso, gli standard dello Iasc sono stati elaborati proprio nel solco della migliore tradizione contabile anglo-americana. Ma prima di esprimere giudizi affrettati e superficiali, occorre continuare nella nostra disamina dei concetti di capitale e di conservazione del capitale.   La scuola tedesca La corretta misurazione del risultato d’esercizio non può prescindere dalla preventiva salvaguardia della continuità aziendale. Fondamentalmente si parla di questo quando si affronta il tema della tutela dell’integrità del capitale. Le differenti tesi succedutesi nel tempo divergevano su cosa dovesse intendersi per salvaguardia della continuità aziendale. Ma di base, nessuno ha mai negato la necessità di preservare un capitale iniziale, di modo che l’utile (o la perdita) di periodo fosse determinato di conseguenza.   Senza dilungarci troppo, per dovere di ospitalità - e non solo - cominciamo dalle costruzioni teoriche tedesche, riconducibili, essenzialmente, a due approcci: l’integrità economica (di Fritz Schmidt) e l’integrità reale del capitale (di Eugen Schmalenbach).   In base al primo, l’utile era rappresentato da ciò che residuava dopo aver quantificato il capitale per un ammontare che permettesse all’azienda di riacquistare le stesse risorse che poteva reperire all’inizio. Fondamentale era, a tale scopo, l’adozione del prezzo corrente come criterio di valutazione. Il reddito doveva determinarsi come differenza fra i ricavi di vendita e i costi correnti (di acquisto o di produzione) delle merci; l’eventuale avanzo o disavanzo fra questi ultimi e quelli storici andavano a confluire in un conto di capitale, avente lo scopo di tutelare quest’ultimo. Perché non è utile, secondo tale visione, la parte corrispondente alle variazioni dei prezzi dei fattori di produzione verificatesi nel corso dell’esercizio.   L’approccio dell’integrità reale era, invece, fondato sull’assunto (ispirato anche dal periodo storico, caratterizzato da forte inflazione, in cui si è sviluppato) che occorreva assicurare al capitale, a fine esercizio, lo stesso potere d’acquisto generico che aveva all’inizio. In realtà, Schmalenbach non aveva brillato per pragmatismo. Nessun metodo specifico era stato, infatti, suggerito per raggiungere tale obiettivo. Eppure, un assunto di fondo del suo pensiero aveva gettato le fondamenta della scuola redditualistica italiana: “Chi vuole acquistare un’impresa, ha un interesse economico rivolto solo ed esclusivamente ai proventi che dall’impresa nel futuro saprà ricavare. Anche chi vende deve rivolgere i suoi calcoli al futuro, se adotta una logica economica”. In altri termini, la migliore “assicurazione” sulla solidità di un’azienda non è il proprio patrimonio attuale, bensì la sua capacità di produrre reddito.  
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