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Analisi e commenti

Il fair value prende posizione
con il nuovo standard: l’Ifrs 13

Il principio contabile internazionale, emanato il 12 maggio dallo Iasb, dà al valore equo la natura di exit price

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Tutto il fair value in un solo standard. Lo Iasb ha emanato ieri, 12 maggio, l’Ifrs 13 (“Fair Value Measurement”), a conclusione di un percorso cominciato nel 2006, intrapreso allo scopo di armonizzare regole di misurazione e relativa informativa, disperse attualmente fra i vari Ias/Ifrs. Il progetto, va ricordato, si inserisce nell’ambito di quello più generale, teso alla convergenza fra principi contabili internazionali e US Gaap (il Fasb – lo standard setter statunitense - ha contemporaneamente emendato la “guida al fair value” - ASC 820).   Il nuovo principio contabile in pectore non aggiunge né toglie voci di bilancio a cui applicare la valutazione a “valore equo”. E tuttavia, l’Ifrs 13 una certa svolta la apporta: cambia la definizione e, quindi, il significato dato al fair value. Non più un ammontare “neutrale”, per ricavare il quale ci si doveva porre né dal lato del venditore, né da quello dell’acquirente. Il fair value è ora definito come il prezzo che, alla data di rilevazione (altra puntualizzazione), ordinariamente sarebbe incassato dalla vendita di un’attività oppure dovrebbe essere pagato per trasferire una passività. E’, nella sostanza, un exit price. Viene, così, a risolversi un problema di “incoerenza rappresentativa”, fra i bilanci di quanti misuravano il valore equo da venditore e chi, invece, si poneva come acquirente. Falla non da poco, pur nella consapevolezza che poi, approccio a parte, i risultati numerici a cui si arrivava erano spessissimo analoghi.   L’Ifrs 13 fa anche altro: introduce una gerarchia di regole nella determinazione del fair value (e, di conseguenza, una scala di valori di affidabilità della misurazione ndr).   Si parte dalle quotazioni in mercati attivi (livello 1). Si passa poi ai cosiddetti “input osservabili” diversi dalla quotazione in un mercato attivo. E’ il fair value di livello 2, ed è ricavabile da quotazioni di attività e passività similari in mercati attivi o inattivi (vale a dire con scambi non così frequenti e volumi non così elevati da assicurare quotazioni sempre disponibili), nonché da altre variabili, quali tassi d’interesse o credit spread. Infine, il livello 3, basato sugli “input inosservabili”. In sostanza, arrivati a tale punto, occorre aggrapparsi alla “migliore informazione disponibile”, rinvenibile dalla propria esperienza o dall’osservazione dei comportamenti dei partecipanti al mercato. In poche parole, parliamo di stime, se non di congetture.   In realtà, il concetto di stima è usato nello standard non nel senso di “esercizio da rabdomanzia”. Il fair value è “stimato” anche quando, a tal fine, si utilizzano input di primo o di secondo livello. Tanto è vero che è chiaramente detto che, se gli input utilizzati per la misurazione di un’attività o una passività sono classificabili in differenti livelli, allora il valore equo di quell’elemento di bilancio sarà del livello più basso fra quelli espressione dell’input giudicato significativo per la misurazione.   Quanto fin qui illustrato è solo un sunto del contenuto dell’Ifrs 13. Una evidenziazione delle sue linee guida. Nei prossimi giorni il discorso sarà approfondito. Concludiamo con altre due pillole:   La prima: l’applicazione del nuovo standard si blocca davanti alle regole dettate, sul fair value, dall’Ifrs 2 (pagamenti basati su azioni) e dallo Ias 17 (leasing). E per finire “l’entrata in vigore”, fissata, applicazione anticipata – ammessa – a parte, per gli esercizi che cominciano a partire dal 1° gennaio 2013. Intoppi sulla strada dell’endorsement permettendo. L’Ifrs 9 insegna.
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