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Analisi e commenti

La strada dell’International board:
per mano costo storico e fair value

Il cammino “teorico-pratico” che ha portato al valore equo è cominciato nei primi decenni del secolo scorso

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L’ultimo articolo (“La conservazione del capitale. Il Framework poco decisivo (2)”, pubblicato il 25 marzo scorso) terminava lasciando aperta la questione fondamentale legata alla rilevanza attribuita nel sistema Ias alle variazioni dei prezzi di attività e passività. Sono prese in considerazione? Se sì, come?   Nel primo di questa serie di interventi, aventi lo scopo di esplorare i principi contabili internazionali, a monte e a valle (“Capitali più facili e meno costi. E l’Ue abbracciò gli Ias/Ifrs”, pubblicato il 21 marzo), l’affiancamento del fair value al costo storico come criterio di valutazione, vale a dire uno dei pilastri dell’impianto disegnato dallo Iasc prima e dallo Iasb poi, è stato etichettato come “patrimonio di conoscenza comune e generalizzato”. In sostanza, l’arcano non c’è: gli Ias/Ifrs riconoscono i differenti valori che, nel corso del tempo, attività e passività possono assumere.   Certo, l’obbligo di aggiornare il relativo valore non sussiste per ogni elemento del bilancio. Così come non va trattata con superficialità la questione relativa alla non sovrapposizione fra fair value e valore di mercato (il secondo rappresenta la migliore espressione del primo, ma non si identifica con lo stesso). Mettiamo, però, da parte (per ora) le due osservazioni e concentriamoci sul principio di fondo. E a domanda si sostituisce domanda (senza dimenticare che delle due iniziali, una è ancora rimasta inevasa): perché un sistema totalmente basato sul costo storico è stato ritenuto inappropriato. Da “italiani” ci chiederemmo: perché vengono fatti entrare in gioco anche utili/perdite non ancora realizzati?   Sul punto si fondono insieme una serie di fattori, tanto che, alla fine, può diventare arduo scindere le cause dagli effetti. Cominciamo a metterli in fila.   Gli Ias – poi Ifrs – hanno come substrato culturale di riferimento quello anglo-americano (la circostanza è stata già messa in evidenza).   Negli Usa, già prima del 1930 – con l’allargamento delle basi proprietarie delle company - alla contabilità fu assegnato lo scopo di fornire informazioni non più a creditori e manager, bensì, principalmente agli investitori-azionisti. Fu, fondamentalmente, la crisi del 1929 a indirizzare su questa strada. J.M.B Hoxsey – vice direttore della Commissione per l’ammissione alla quotazione della Borsa di New York, negli anni ’30 – spinse per la redazione di principi che assicurassero agli azionisti informazioni in grado di permettere loro di determinare il reale valore del proprio investimento.   Discussioni sulle finalità del bilancio e, di conseguenza, sui principi e sui criteri di valutazione alla sua base, non sono certo mancate negli anni a venire. Grande punto di riferimento per i lavori dello Iasc furono, in ogni modo, i risultati prodotti dalla Commissione Trueblood (dal nome del presidente, Robert M. Trueblood), commissionata dall’Aicpa (American Institute of certified public accountants), esposti nel 1973 nel report “Objectives of financial statements”. Report nel quale, fra l’altro, si legge: “Un obiettivo del bilancio è quello di fornire informazioni utili agli investitori e ai creditori, per la previsione, il confronto e la valutazione dei potenziali flussi di cassa in termini di quantità, tempi, incertezza”. Le informazioni debbono essere, cioè, utili a far prendere decisioni. Per la Commissione:
  • il bilancio serve prima di tutto agli utenti che hanno limitate autorità, possibilità o risorse di ottenere informazioni
  • ogni utente misura sacrifici e benefici in termini di flussi di classe, in entrata o in uscita, attuali e prospettici.
  La Trueblood committee evidenziava, poi, come tali obiettivi non fossero raggiungibili basandosi su una singola base di valutazione degli elementi di bilancio. Il suggerimento era di utilizzare diversi criteri per differenti attività e passività. Da ciò – tenendo anche presente che si era, allora, in anni, i ’70 e gli ’80, caratterizzati da elevata inflazione – all’apertura al “current value accounting” il passo è stato breve.   In poche parole, l’orientamento appena riassunto esplica cosa si intende quando si parla, in relazione alle teorie contabili, di passaggio dalle “income theory” alle “decision theory”. La misurazione del risultato di periodo non è il fine ultimo, ma il mezzo che – insieme ad altre informazioni – permette all’utilizzatore del bilancio di fare le sue valutazioni e di decidere cos’è meglio per lui.   Il Framework Iasc (Iasb) è in linea proprio con tale orientamento. Nel Quadro sistematico è scritto che tra gli utilizzatori dei bilanci vi sono investitori attuali e potenziali, dipendenti, finanziatori, fornitori e altri creditori commerciali, clienti, governi, enti pubblici e il pubblico in generale. Tutti con le proprie esigenze informative. Ciò nonostante, ve ne sono alcune comuni e dal momento che “gli investitori sono i fornitori di capitale di rischio all’impresa, un bilancio che soddisfi le loro esigenze informative soddisferà anche la maggior parte delle esigenze di altri utilizzatori del bilancio”.   Per chiudere il cerchio, le decisioni economiche che gli investitori – in rappresentanza di tutti gli utilizzatori – debbono prendere richiedono una stima sulla capacità dell’impresa di generare disponibilità liquide e mezzi equivalenti, sulla relativa tempistica e sul loro grado di certezza (esattamente quanto prospettato dal report finale dei lavori della Commissione Trueblood). E l’affiancamento, per determinati elementi del bilancio, di un criterio di valutazione “ombra” del valore corrente (qual è il fair value) a quello del costo storico, assolve proprio a tale funzione. Il ragionamento di base è quello per cui lasciare gli elementi di bilancio (perlomeno alcuni di essi, principalmente i titoli) al loro valore di prima iscrizione non dà un’informazione completa – significativa, volendo utilizzare i termini del Framework, capace, cioè, di influenzare le decisioni economiche degli utilizzatori – agli investitori. Ed è, logicamente, anche comprensibile: contabilizzare tutto al costo storico produrrebbe per due imprese, una attiva ma che non ha ancora scambiato con terze economie – diremmo realizzato – l’altra assolutamente ferma, la stessa performance di periodo.   Ora occorre, però, soffermarsi su un altro punto. In modo da dare risposta anche al secondo interrogativo che ci eravamo posti all’inizio dell’intervento: quando rilevano, le variazioni di fair value (a questo punto possiamo anche abbandonare i termini valore corrente o di mercato) come sono trattate? Rappresentano un cuscinetto di protezione del capitale (esempio 3 dell’articolo “La conservazione del capitale. Il Framework poco decisivo (2)”) o un vero e proprio utile (esempio 2)? La risposta possiamo darla subito: fino all’omologazione dello Ias 1 rivisto nel 2007, alcune variazioni di fair value affluivano esclusivamente fra le riserve di patrimonio netto; da quel momento in poi, sono state considerate comunque “income”. Ma per una tale grandezza, in cui confluiscono utili realizzati e non realizzati, si può davvero parlare di reddito? L’avevamo detto: a domanda si sostituisce domanda.
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