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Analisi e commenti

Sumeri: una Grande Casa
per una grande cassa

Di innovativa concezione, ancor prima di quanto fatto dai Greci e dai Romani, l’idea di concentrare nel tempio gli effetti dell’attività economica della città-Stato

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La civiltà sumera, organizzata così come tramandata dalle fonti storiografiche, affonda le proprie radici nel periodo antecedente il 3000 a.C. nella regione sud-orientale della Mesopotamia. Una terra tra due fiumi, che ha conosciuto il massimo sviluppo tra il 2500 e il 2350 a. C.
È in questo periodo storico che il popolo dei Sumeri, a cui si deve la definizione di “luogo dei signori civilizzati”, da nomade diventa stanziale, con la fondazione di alcuni centri urbani tra cui spicca la città sacra di Uruk, fulcro di dominazione sulle altre città del territorio.
 
Il “tempio” rappresentava la figura di maggiore centralità rispetto al “palazzo”, in quanto era dal tempio che originava la gestione diretta della vita religiosa ed economica della città. La classe sacerdotale si occupa della raccolta e conservazione delle derrate alimentari, oltre alla organizzazione degli archivi e al lavoro all’interno della città-stato. Pur perdendo nel tempo la centralità decisionale, che migra verso il palazzo, il tempio continua a mantenere le proprie funzioni religiose ed economiche. L’ampliamento delle città e l’aumento dei flussi commerciali verso le aree limitrofe, impone ai responsabili dell’economia una contabilizzazione diversa, più ordinata, in grado di movimentare in modo più razionale le merci. Dalla necessità “economica” trae origine anche la scrittura cuneiforme, considerata, da molte fonti storiografiche, la prima vera e propria forma di scrittura.
 
La ripartizione e la gestione dei tributi
I Sumeri all’inizio della loro comparsa non avevano una divisione fra le varie attività. Nello stesso nucleo familiare, ad esempio, si coltivava la terra, si allevavano gli animali e si producevano anche suppellettili per la casa e le armi, la guerra e la caccia.
Il consolidamento e l’ampliamento delle città, con l’introduzione di classi sociali e la specializzazione di alcune lavorazioni particolari, ebbe effetti deleteri su una parte del popolo che, gradualmente e progressivamente, non fu più in grado di autosostenersi. La classe dirigente decise pertanto il versamento, a carico di ogni famiglia contadina, di una parte dei propri prodotti.
Il grano, la birra, l’olio, la lana, ecc., erano ammassati presso magazzini gestiti dai sacerdoti. Il “tributo” doveva essere versato, in misura proporzionale alla grandezza del campo o al numero degli animali, in un edificio apposito denominato Grande Casa. Magazzino e tempio nel contempo, divenne quello più grande delle città.
 
Il ruolo dei sacerdoti
Per provare che i tributi versati erano realmente proporzionali al prodotto di ogni agricoltore, il sacerdote aveva a disposizione apposite mappe, incise su tavolette d’argilla, che riproducevano il territorio con la rete di campi e canali di irrigazione concentrati nell’ambito di quattro villaggi. Il contadino che cercava di “versare tributi” inferiori al dovuto, era soggetto a vere e proprie punizioni inflitte nella forma di frustate dai sorveglianti della “Grande Casa”. Anche sacerdoti e nobili erano tenuti a versare i tributi, celati sotto la veste di donazioni di varia natura.
 
Il ruolo dei mercanti e degli artigiani
I mercanti e gli artigiani costituivano la vera ossatura e ricchezza delle città-stato sumere. Le tasse pagate dalla classe media erano costituite da donazioni fatte al re. Erano inoltre costretti in particolari periodi a offrire la propria mano d’opera per alcuni lavori di pubblica utilità (come, ad esempio, la riparazione dei canali di irrigazione). Questi lavori pubblici erano tuttavia corrisposti con generi di prima necessità.
 
La circolazione monetaria e i sigilli
Nonostante i sumeri non utilizzassero monete, per le transazioni più importanti era utilizzata la mina d’argento. Presso le rovine di un tempio è stata ritrovata una tavoletta che riportava la compravendita di un terreno con il prezzo stabilito in mine. La vicinanza al tempio lascia ragionevolmente supporre anche che le transazioni fossero registrate e conservate.
Un’altra particolare caratteristica “moderna” di questo popolo vissuto agli albori della civiltà, sono i sigilli, di vario tipo, impressi sui vasi, molto probabilmente per attestarne il contenuto, la provenienza e il produttore. Sembra quasi di essere in presenza delle odierne etichette applicate per evitare frodi alimentari o imitazione dei prodotti.
 
Il Codice delle leggi
Negli anni intorno al 2000 a.C., il potere diventa fortemente centralizzato e l’Amministrazione territoriale gestita da funzionari di fiducia del sovrano. Per questo motivo, si avvertì l’esigenza di redigere un codice di leggi, il primo conosciuto dalla storia, in grado di uniformare il comportamento del popolo sumero in tutti i territori. Nella capitale Ur (città che diede i natali ad Abramo) fu stilato un primo elenco di norme (in cui si dichiarava esplicitamente che la legge non era uguale per tutti) che confluirà nel più famoso codice di Hammurabi.
Furono poi istituite e indicate misure per la capacità e il peso, il costo per sanare vari reati, una specie di condono, e introdotta la famosa “legge del taglione”, a cui si affiancarono tutte le eccezioni per le classi privilegiate.
 
La produzione della birra
Una delle eredità della civiltà sumera è sicuramente rappresentata dalla birra. Bevanda nazionale, si ricavava dall’orzo e veniva chiamata “se-bar-bi-sag” che letteralmente significava “bevanda che fa veder chiaro”. Era uno dei prodotti maggiormente commercializzati dai sumeri, oggetto di norme, procedimenti di produzione e tenuta della contabilità fiscale, confluite nel codice hammurabico che ha consentito di conoscerne i risvolti economici.
 
Il procedimento di lavorazione
Tutto il procedimento di lavorazione era sotto lo stretto controllo dei funzionari delle città stato, in quanto la produzione della birra era di unica competenza del re. La lavorazione ufficiale era effettuata nelle cantine reali, mentre sulle giare e sui vasi erano apposti, oltre ai sigilli che qualificavano la merce, anche quelli reali.
Le produzioni a livello familiare e contadino, controllate ed effettuate soltanto a seguito di specifiche concessioni, erano soggette a imposte particolari.
La birra aveva un tale valore all’interno della vita sumerica che uno dei vari tipi prodotti, la “bi-du”, quella più “ordinaria”, era anche utilizzata per calcolare il salario degli operai.
 
Pena di morte per i trasgressori
Il mancato rispetto delle norme di fabbricazione, la produzione e la vendita senza autorizzazione era punita addirittura con la pena di morte. La birra poteva essere usata come merce di scambio, ma non venduta. Una delle tavolette di ceramica racconta della condanna all’annegamento di una donna che aveva ceduto la birra in cambio di argento. Stessa pena era riservata nel caso in cui fosse servita ai tavoli di locali pubblici birra di scarsa qualità.


Vignetta ideata e realizzata da Fabio Daddi
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