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Attualità

Anche per il lavoro dipendente svolto all’estero, credito proporzionale

L’articolo 36, comma 30 del decreto legge n. 223 del 4 luglio 2006, contiene una importante disposizione sulla quantificazione del credito

Secondo tale disposizione il credito d’imposta relativo al reddito di lavoro dipendente conseguito all’estero deve essere riconosciuto soltanto proporzionalmente alla quota parte di reddito che concorre alla formazione di quello complessivo. L’articolo 36, comma 30 del decreto legge n. 223 del 4 luglio 2006, contiene una importante disposizione in materia di quantificazione del credito per le imposte pagate all’estero in relazione al lavoro dipendente lì svolto. La norma rappresenta l’interpretazione ufficiale dell’articolo 51, comma 8-bis del Testo unico delle imposte sui redditi (Tuir). Secondo la disposizione in esame, il credito d’imposta relativo al reddito di lavoro dipendente conseguito all’estero deve essere riconosciuto soltanto proporzionalmente alla quota parte di reddito che concorre alla formazione del reddito complessivo, nel senso che se il reddito effettivo prodotto all’estero non concorre interamente a formare il reddito complessivo in Italia, si dovrà limitare in misura proporzionale il riconoscimento del credito.

Il lavoro dipendente svolto all’estero
Secondo quanto contenuto nell’articolo 51, comma 8-bis), del Tuir, il reddito di lavoro dipendente per una attività lavorativa svolta all’estero, in via continuativa e come oggetto esclusivo del rapporto di lavoro, durante un soggiorno superiore a 183 giorni, non viene determinato su una base analitica bensì partecipa alla base imponibile complessiva del lavoratore soltanto nel limite delle retribuzioni convenzionali definite annualmente con decreto ministero del Lavoro e della Previdenza sociale. Tali retribuzioni convenzionali sono determinate in misura non inferiore al trattamento economico minimo previsto dai contratti collettivi nazionali dei vari settori di produzione. Pertanto, al momento della tassazione in Italia del reddito per l’attività lavorativa svolta all’estero, non si tiene conto della retribuzione effettivamente corrisposta al lavoratore in quanto tutto ciò che viene corrisposto viene assorbito dalla determinazione forfetaria individuata dal predetto decreto annuale.

Il riconoscimento del credito d’imposta
Il credito d’imposta per le imposte pagate all’estero costituisce una modalità di eliminazione (attenuazione) della doppia imposizione giuridica che si crea in presenza di redditi transnazionali, che sono assoggettati a tassazione in capo al medesimo soggetto, sia nello Stato in cui il reddito è prodotto (Stato della fonte) che nello Stato di residenza (Stato di residenza). L’articolo 165, comma 1, del Tuir stabilisce le condizioni e i limiti per il riconoscimento e la quantificazione del credito d’imposta. Infatti, "se alla formazione del reddito complessivo concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo su tali redditi sono ammesse in detrazione dall’imposta netta dovuta fino a concorrenza della quota d’imposta corrispondente al rapporto tra i redditi prodotti all’estero ed il reddito complessivo al netto delle perdite di precedenti periodi d’imposta ammesse in diminuzione". In sintesi, per poter beneficiare del credito d’imposta, il reddito prodotto all’estero deve effettivamente concorrere alla formazione del reddito complessivo in Italia e le imposte estere non devono essere rimborsabili nello Stato estero. Una volta accertato che l’imposta estera può dar luogo al credito, occorre determinare l’entità di tale credito ossia la misura dell’imposta estera ammessa alla detrazione all’imposta italiana. Alle pagine 58 e seguenti delle istruzioni per il quadro CR della dichiarazione dei redditi Unico 2006, vengono specificate le modalità di calcolo del credito d’imposta per le imposte pagate all’estero.

Il criterio della proporzionalità

La disciplina del comma 10 dell’articolo 165 del Tuir si rende applicabile soltanto laddove il reddito estero viene totalmente o parzialmente escluso dalla formazione dell’imponibile italiano. Esso stabilisce che quando il reddito prodotto all’estero concorre parzialmente alla formazione del reddito complessivo, anche l’imposta estera va ridotta in misura corrispondente. Per quanto riguarda il reddito di lavoro dipendente prodotto all’estero e determinato secondo l’articolo 51, comma 8-bis), del Tuir, ci si poneva, prima del 4 luglio, il problema del riconoscimento totale o parziale del credito d’imposta. Infatti, prima della novità introdotta dal decreto n. 223/2006, una parte della dottrina sosteneva la tesi del riconoscimento totale del credito d’imposta in quanto la determinazione convenzionale del reddito non costituisce una imponibilità parziale dello stesso reddito di lavoro subordinato corrisposto all’estero (se minore a quello effettivo) ma rappresenta soltanto un criterio diverso per un concorso integrale al reddito complessivo secondo i principi dell’ordinamento. Secondo tale orientamento, il principio della riduzione dell’imposta estera detraibile, per effetto del minor imponibile dichiarato, non deve riguardare le ipotesi in cui l’ammontare minore assoggettato a tassazione in Italia è dovuto alle diverse regole di determinazione del reddito vigenti nel nostro Paese rispetto al Paese della fonte. Tale principio si applica, ad esempio, nella determinazione del credito d’imposta per le stabili organizzazioni italiane all’estero. Infatti le stabili organizzazioni italiane pagano le imposte all’estero per un imponibile determinato secondo le norme del Paese in cui sono localizzate. Per determinare l’imposizione in Italia, il reddito viene rideterminato secondo le regole italiane (che può essere, pertanto, diverso da quello sul quale sono state calcolate le imposte estere) e si considera l’intero ammontare delle imposte estere.

Conclusioni
La predetta tesi della diversa determinazione dello stesso reddito viene meno, a seguito dei chiarimenti forniti dal citato decreto n. 223/2006, per i redditi di lavoro dipendente. Pertanto, se la retribuzione effettivamente corrisposta al lavoratore è maggiore di quella "convenzionale" indicata nel menzionato decreto ministeriale, il mancato assoggettamento a Irpef della differenza rappresenta una esclusione dal reddito complessivo e, conseguentemente, bisogna ridurre in misura corrispondente l’ammontare delle imposte estere.
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