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Attualità

Argomenti di discussione 2/2015:
aspetti redistributivi del tax gap

È in Rete il secondo numero dell’anno della rivista dell’Agenzia che divulga contributi e analisi su temi di economia, statistica, econometria e scienza delle finanze

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Questo lavoro ha un duplice scopo. Il primo è proporre una nuova metodologia di stima del tax gap che integri l’approccio top-down con quello bottom-up e permetta di disaggregare il gap nelle sue diverse componenti, quella dei profitti rispetto a quella dei salari, per analizzare gli effetti dell’evasione fiscale sulla distribuzione del reddito Il secondo è derivare stime dell’evasione per le diverse tipologie di imposte e di contribuenti e approfondire l’effetto che la presenza di evasione fiscale ha sulla distribuzione del reddito.
 
Il metodo top-down permette infatti di valutare il tax gap totale derivante dall’attività di produzione di beni e di servizi e di verificare se l’evasione opera una prima redistribuzione tra la quota di profitti e quella di salari (distribuzione primaria del reddito). Il metodo bottom-up permette, invece, di distinguere quale percentuale del tax gap è ascrivibile alle società o alle persone fisiche e, tra queste, la quota di evasione dei lavoratori autonomi e quale quella delle società di persone, in modo che si possa analizzare se l’evasione genera una redistribuzione tra diverse tipologie di contribuenti (distribuzione secondaria del reddito). Tale studio si pone in continuità con i risultati emersi dal lavoro di D’Agosto et al. (2014) sulle risultanze del tax gap Iva già apparsi sui “Argomenti di Discussione” dell’Agenzia delle Entrate. In questo senso, il presente contributo amplia l’analisi del tax gap relativo alle altre imposte, nello specifico, Irap, Irpef e Ires.
 
L'analisi empirica è stata effettuata per gli anni d’imposta 2007 e 2008 utilizzando diverse fonti di dati: conti nazionali, informazioni sul costo del lavoro (fonte Istat), dati sulle dichiarazioni dei redditi e sulle risultanze degli accertamenti (fonte “Anagrafe Tributaria”- Agenzia delle Entrate).
 
Da un punto di vista metodologico, l’impiego di dati derivanti dalla risultanze degli accertamenti fiscali ha permesso di calcolare dei tassi di intensità dell’evasione per le diverse imposte, specificatamente, Irpef e Ires.
 
L’applicazione di questi tassi alla base non dichiarata Irap ha permesso di ottenere la base non dichiarata per le due sopracitate imposte. Ancora, l’utilizzo dei micro-dati a livello di singolo contribuente controllato e la metodologia del propensity score matching ha permesso di arrivare a una stima della base d’imposta non dichiarata Irpef, rispettivamente, dei lavoratori autonomi e delle società di persone.
 
I risultati disaggregati a livello regionale mostrano che le regioni meridionali, pur avendo livelli di evasione relativamente più bassi rispetto a quelle settentrionali e centrali hanno una maggiore propensione a evadere base imponibile. Il rapporto tra base imponibile evasa e base imponibile potenziale, che su media nazionale è di circa il 40%, supera il 50% in Campania, Puglia e Molise, con picchi del 70% in Sicilia, Basilicata e Calabria.
 
I risultati della disaggregazione della base imponibile totale non dichiarata tra società di capitali e società di persone e persone fisiche mostrano come, in entrambi gli anni di imposta considerati (2007 e 2008), la quota di profitti lordi evasi dalle società di capitali (soggetti Ires) è sistematicamente maggiore rispetto a quella delle persone fisiche e società di persone (soggetti Irpef). Con un risultato uniforme su tutte le regioni italiane, mediamente il 64% dei profitti evasi va alle società di capitali, mentre la restante parte alle società di persone e persone fisiche. Tale risultato mostra come l’opportunità di occultare parte dei profitti al fisco opera una redistribuzione a favore delle società di capitali e, in genere, con una struttura più complessa, rispetto alle società di persone.
 
Per quanto riguarda la base imponibile evasa Irpef, se si considera che solo il 18% remunera il lavoro dipendente sotto forma di salari in nero, ne deriva che la rimanente quota dell’82% va a remunerare lavoratori autonomi e imprenditori sotto forma di profitti lordi. Questo secondo risultato mostra come la presenza di evasione nella base Irpef genera una redistribuzione del reddito secondario a favore degli imprenditori rispetto ai lavoratori dipendenti. Questo risultato andrebbe analizzato anche alla luce del fatto che la scelta di lavorare in nero non è sempre autonoma, ma spesso indotta dalle caratteristiche del mercato del lavoro e dell’ambiente in cui i dipendenti operano.
 
Infine, i risultati dell’applicazione del modello di stima dell’evasione sui micro-dati dei lavoratori autonomi permette di derivare alcune interessanti considerazioni empiriche sul legame tra pressione fiscale e attitudine alla compliance e sugli effetti dell’evasione sulla distribuzione del reddito e sulla progressività dell’imposta. A livello di singolo contribuente, infatti, le stime indicano che:
  • in media, i contribuenti controllati dichiarano un reddito lordo di circa 3mila euro inferiore rispetto a quelli non accertati
  • un carico fiscale eccessivo può essere controproducente in termini di compliance, in quanto sembra emergere una relazione positiva tra evasione e pressione fiscale
  • esiste un bias negativo sulla distribuzione del reddito connesso alla presenza di evasione in un sistema fiscale progressivo, dal momento che il reddito dei lavoratori autonomi senza evasione è più equamente distribuito rispetto a quello con evasione.
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