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Attualità

Berlino taglia l’imposta sui profitti ma l'impresa non brinda

Scende l’imposta federale sui profitti societari che dal 2008 porterà a una riduzione di 10 punti percentuali dell’aliquota marginale

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In pratica, l’imposta federale scivolerà dall’attuale 25 per cento fino ad arrestarsi in prossimità di un più modesto 12,5. Un’inversione di rotta piuttosto significativa che, a regime, dovrebbe sospingere Berlino entro il territorio neutrale della fiscalità, gremito dai pesi medi della tassazione Ue. Scende l’imposta federale sui profitti delle società che, incassato il via libera della Camera Alta, il Bundesrat, dal 1° gennaio del 2008 potranno finalmente contare su una riduzione di dieci punti percentuali dell’aliquota marginale. In pratica, l’imposta federale scivolerà dall’attuale 25 per cento fino ad arrestarsi in prossimità di un più modesto 12,5 per cento. Si tratta di un’inversione di rotta piuttosto significativa che, una volta a regime, dovrebbe sospingere Berlino entro il territorio neutrale della fiscalità gremito dai pesi-medi della tassazione europea, il cui confine è fissato ordinariamente sotto l’asta contabile sorretta da aliquote che non oltrepassano, se non incautamente, la soglia del 30 per cento. Ma nel caso tedesco, come ripetono molti osservatori e analisti internazionali in questi giorni, si è balzati anche oltre il semplice ricollocamento della fiscalità nazionale in un’area meno sensibile fiscalmente, dato che la nuova taglia dell’imposta federale sembra ben allineata con quelle in vigore in Paesi come Cipro, notoriamente incline all’offshore, e come l’Irlanda, per anni al centro del dibattito europeo sulla competitività sbilanciata eccessivamente, anzi ossessivamente, sul versante presidiato da imposte e tasse, naturalmente di favore, piuttosto che sull’adozione di riforme reali indirizzate al Welfare e al mercato del lavoro, con annesse tutele, salari minimi garantiti e sicurezza sociale.

Se meno fisco produce maggiori dubbi contabili
Eppure, nonostante questa svolta nelle cronache fiscali tedesche, che per oltre un cinquantennio si sono caratterizzate per una loro indomabile propensione alla revisione verso l’alto, non in basso, delle diverse aliquote fiscali in vigore, gli operatori economici direttamente interessati, ovvero gli imprenditori, non sembrano affatto propensi ai festeggiamenti. Il risultato è che la riforma del fisco, avviata da Berlino, è stata accolta e già santuarizzata con infinite lodi contabili da un folto numero di Paesi membri dell’Unione, mentre proprio in Germania, il luogo dove risiedono i beneficiari potenziali del cambiamento, il tono che prevale è quello d’un meditato "Aspettiamo prima di stappare lo champagne".

Il dilemma fiscale meno tasse ma stretta sul transfer pricing
Innanzitutto, il livello della tassazione applicata dai singoli Lander resta immutato, in media intorno al 13 per cento, mentre sul versante delle imposte farà il suo esordio la tassa, posta al 25 per cento, sui guadagni di borsa che includeranno i dividendi, gli eventuali interessi maturati e i maggiori incassi relativi alla vendita di azioni. Attualmente questi redditi sono tassati ricorrendo al medesimo sistema che si applica alle persone fisiche, da cui in futuro saranno invece debitamente scorporati. Ma le modifiche che assillano maggiormente manager e timonieri del capitalismo tedesco, si concentrano soprattutto sull’estensione della base imponibile che, per esempio, in virtù dell’estinguersi della generosa deduzione di cui beneficiano gli interessi sui prestiti che le aziende ricevono da società sussidiarie e controllate che operano all’estero, determinerà una riduzione netta del margine di redditività di eventuali investimenti indirizzati sul mercato nazionale. Se poi si passa all’esame attento dell’intera riconfigurazione, contenuta nella riforma or ora varata, della normativa relativa al transfer pricing, allora ben si comprendono i dubbi degli imprenditori, soprattutto nel caso delle grandi aziende il cui tasso di internazionalizzazione è più significativo. Le nuove regole, anche sul versante della ristrutturazione delle imprese, sono più stringenti, e richiedono maggiore tracciabilità.

Fisco&Imprese: i numeri raccontano di un pareggio
Peraltro, anche i dati diffusi in questi giorni dai responsabili dell’economia tedesca, non sembrano dipingere il profilo di una vittoria fiscale a valanga per le imprese. Infatti, mentre il taglio dell’imposta dovrebbe, a regime, determinare una perdita di gettito di circa 30 miliardi di euro, la ricucitura attenta e rigorosa della tela della base imponibile dovrebbe ricondurre nelle casse dell’erario una somma pressoché equivalente, ovvero almeno 25 miliardi di euro. In realtà, sono in molti quelli che ritengono che la stretta sul transfer pricing, che dovrebbe condurre a un contenimento del suo abuso in un Paese dove le grandi multinazionali ne traggono annualmente risparmi netti d’imposta contabilizzabili in diverse decine di miliardi di euro, potrebbe addirittura rivelarsi più consistente del taglio dell’aliquota federale, superando così abbondantemente la perdita di gettito iscritta a bilancio. Insomma, a conti fatti la Riforma fiscale lanciata da Berlino poterebbe chiudersi con un pareggio piuttosto che con una vittoria, almeno per le grandi multinazionali. Il mercato domestico tedesco senza dubbio dal 2008 apparirà più seducente e meno aggressivo sotto il profilo fiscale per i bilanci delle aziende straniere, ma saranno le imprese nazionali a guardare con maggiore convinzione l’ipotesi di un loro ricollocarsi all’estero.

Obiettivo finale: pareggio di bilancio per il 2011
In questo quadro, lo scopo reale dei mutamenti in atto in Germania è duplice: rendere sostenibile la crescita registrata dall’economia in questi ultimi mesi e oramai saldamente allineata ad un ritmo del 3 per cento e, al medesimo tempo, iniettare nel sistema produttivo elementi di novità capaci di indirizzarne crescita e sviluppo definitivamente fuori dalle sabbie della lunga stagnazione iniziata nel 2000. A questo riguardo, la politica fiscale costituisce soltanto uno dei diversi capitoli dedicati al rinnovamento aperti in questi mesi. Alcuni numeri dovrebbero peraltro ben raffigurarli: discesa del tasso di disoccupazione sotto il 10 per cento, anche se hanno fatto da volano le assunzioni massicce di lavoratori a tempo determinato e part-time con redditi intorno ai 400 euro mensili; aumento della fiducia dei consumatori e, soprattutto degli acquisti, che hanno fatto registrare un irrobustimento reale della domanda interna, nonostante l’aumento di 3 punti percentuali dell’Iva, dal 16 al 19 per cento; e, naturalmente, riduzione del debito pubblico. Obiettivo, quest’ultimo, posto in cima agli obiettivi del prossimo quadriennio, considerando che, per il 2001, è stata programmata la chiusura in pareggio del bilancio, evento che in Germania si è verificato per l’ultima volta nell’oramai lontano 1969. Altri tempi, non soltanto visti attraverso la lente del fisco.
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