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Attualità

Iva, misure di contrasto alle frodi nel commercio intracomunitario degli autoveicoli

Obbligo di trasmettere entro 15 giorni dall'acquisto, e comunque prima di immatricolare il veicolo, una serie di dati e notizie, tra cui identificativo del fornitore e numero di telaio

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Con l'approvazione della legge n. 311 del 30 dicembre 2004 sono state introdotte nell'ordinamento nazionale numerose disposizioni preordinate a un più efficace contrasto dell'evasione fiscale. Il provvedimento, tra le misure tese al recupero del gettito, attribuisce adeguato risalto a situazioni che nella pratica operativa dei controlli fiscali si sono rivelate in questi ultimi anni particolarmente problematiche e sulle quali la stessa Commissione europea ha più volte richiamato l'attenzione. Alludiamo, in particolare, a quei fenomeni di frode fiscale commessi dagli operatori economici in relazione all'imposta sul valore aggiunto, tra i quali certamente spicca, per intensità e dimensione, il commercio intracomunitario degli autoveicoli.

Con riferimento alle cessioni di mezzi di trasporto nuovi o considerati tali, il decreto legge n. 331 del 30 agosto 1993 ha previsto - articolo 37 e seguenti - un sistema di tassazione dell'imposta sul valore aggiunto nel Paese di destinazione, anche in caso di cessione tra privati, al precipuo scopo di evitare contrazioni di gettito per quegli Stati membri che applicano aliquote più elevate alla cessione di autoveicoli. Tale situazione, tuttavia, presta il fianco alla realizzazione di specifici meccanismi di frode, il cui schema tipico prevede solitamente l'intervento nella cessione comunitaria di un soggetto interposto che acquista cartolarmente la titolarità dei veicoli, senza mai averne la materiale disponibilità.

L'interposto effettua un acquisto intracomunitario (imponibile Iva in Italia) e cede successivamente il veicolo al reale acquirente a un prezzo pari o poco superiore al costo sostenuto senza applicazione dell'imposta. In genere, accade che il trasporto dei veicoli e il regolamento delle transazioni avviene direttamente tra il fornitore comunitario e il soggetto interponente. L'interposto non versa l'Iva all'erario, guadagna una piccola provvigione come compenso per l'attività svolta e, spesso, scompare entro pochi mesi dall'inizio dell'attività per eludere i possibili controlli dell'Amministrazione finanziaria.

Questo meccanismo consente al soggetto interponente (vero deus ex machina dell'operazione) di portarsi regolarmente in detrazione l'Iva pagata sugli acquisti, di acquistare il veicolo a un prezzo estremamente competitivo e, potendo applicare in rivendita prezzi più bassi rispetto ai concorrenti, di espandere rapidamente la propria quota di mercato a detrimento degli operatori virtuosi.
Inoltre, tra il soggetto interposto e il rivenditore finale si possono ulteriormente inserire nuovi soggetti, generando una catena commerciale che rende più difficile la ricostruzione del processo e l'individuazione dei soggetti intervenuti.

Fino a oggi, tale situazione favoriva evidentemente il perpetrarsi di fenomeni di frode in quanto, una volta acquistato il veicolo da un Paese Ue, delle successive cessioni interne non vi era traccia fino al momento dell'immatricolazione.
L'unica disposizione di contrasto che era possibile rinvenire nell'ordinamento interno è rappresentata dall'articolo 53, comma 3, del decreto legge 331/93, che impedisce di procedere all'immatricolazione del veicolo nei pubblici registri "se gli obblighi relativi all'applicazione dell'imposta non risultano adempiuti". Tale norma si è tuttavia dimostrata del tutto insufficiente ad arginare fenomeni di frode fiscale, in quanto opera efficacemente soltanto laddove sia lo stesso importatore a richiedere l'immatricolazione del veicolo. Se invece, come l'esperienza operativa ha evidenziato, il veicolo non viene immatricolato dal primo acquirente ma viene trasferito ad altri soggetti, sarà sufficiente che l'ultimo anello della catena abbia regolarmente assolto gli adempimenti Iva per poter procedere all'immatricolazione, pur in presenza di un "salto" d'imposta nei passaggi intermedi.

Al fine di contrastare più efficacemente i fenomeni di frode intracomunitaria sopra descritti, il comma 378 dell'articolo unico della legge n. 311/2004 ha introdotto un obbligo generalizzato a carico di tutti i soggetti d'imposta di trasmettere telematicamente al dipartimento dei Trasporti terrestri (ex Motorizzazione civile) entro 15 giorni dall'acquisto, e comunque prima dell'immatricolazione del veicolo, una serie di dati e notizie, tra cui:

  • il numero di identificazione intracomunitario del fornitore (o il codice fiscale nel caso di passaggio interno)
  • il numero di telaio del veicolo.

La comunicazione sarà effettuata anche in caso di cessione intracomunitaria o di esportazione dei medesimi veicoli, consentendo la completa tracciabilità lungo ogni passaggio della filiera commerciale.

Per gli organi di controllo fiscale, la differenza tra il vecchio e il nuovo sistema è sostanziale. In pratica, se in precedenza la frode emergeva solo in seguito all'immatricolazione del veicolo, con l'introduzione del regime di comunicazione al Dtt si potrà individuare anche in un momento antecedente, rendendo presumibilmente più tempestiva e proficua l'azione di contrasto. Anche le metodologie di controllo sono destinate a mutare. Se fino a oggi era necessario recarsi fisicamente da chi ha provveduto all'immatricolazione, visionare le fatture di acquisto ed effettuare un faticoso percorso a ritroso fino a risalire al soggetto interposto, col nuovo sistema, basato sulla dichiarazione telematica di ciascun operatore, sarà più semplice ricostruire la sequenza di ogni passaggio.

Per l'ingresso a regime della previsione contenuta nel comma 378 della Finanziaria sarà comunque necessario attendere il decreto di attuazione, con il quale verranno stabiliti contenuti e modalità delle comunicazioni, nonché la convenzione tra dipartimento dei Trasporti terrestri e Agenzia delle Entrate per la trasmissione telematica delle informazioni.


Strettamente connessa alla norma contenuta nel comma 378 è la previsione relativa alla responsabilità solidale del cessionario di cui al comma 386 dell'articolo unico della Finanziaria 2005, che ha novellato il Dpr 633/1972 introducendo il nuovo articolo 60-bis.
In sostanza, tale disposizione prevede al comma 2 che, in caso di mancato versamento dell'Iva da parte del cedente, il cessionario sia obbligato in solido col fornitore al pagamento dell'imposta nel caso in cui la cessione sia avvenuta a un prezzo inferiore al valore normale del bene.

Appare del tutto evidente come in presenza di una previsione così incisiva, che penalizza l'acquirente esponendolo al pagamento di un'imposta da altri evasa, il legislatore abbia inteso circoscrivere la concreta applicazione della norma al ricorrere di specifici presupposti:

  1. la cessione deve avvenire tra soggetti passivi ai fini Iva, escludendo espressamente i consumatori finali
  2. il cedente ha omesso, in tutto o in parte, i versamenti Iva dovuti
  3. il bene oggetto della transazione deve appartenere a una delle categorie espressamente identificate con apposito decreto ministeriale
  4. la cessione deve essere regolata a un prezzo inferiore al valore normale del bene
  5. la divergenza tra corrispettivo pattuito e valore normale non può essere giustificata in ragione di eventi o situazioni di fatto oggettivamente rilevabili.

La ratio della nuova disciplina è costituita dall'assunto secondo cui alla base di un'operazione tra operatori professionali regolata a prezzi difformi dal valore di mercato ben può nascondersi una diversa realtà sottostante, rappresentata dalla possibilità di un disegno fraudolento. In effetti, come già osservato in precedenza, la frode si realizza tipicamente in una sottofatturazione dell'operazione da parte dell'interposto-importatore, il quale non versa l'Iva, a beneficio dell'interponente-cessionario del successivo passaggio interno.

L'articolo 60-bis del Dpr 633/1972 ha, dunque, il pregio di invertire l'onere probatorio a carico del cessionario, il quale può liberarsi dalla presunzione di legge e dall'obbligo di solidarietà soltanto dimostrando documentalmente che il corrispettivo pattuito è congruo in base a oggettive situazioni di mercato e che comunque non è collegato al mancato pagamento dell'Iva.

Ulteriori considerazioni possono essere fatte a proposito del richiamo operato dal legislatore al "valore normale" dei beni. Nell'ordinamento nazionale tale concetto assume rilevanza nell'articolo 9, comma 3, del Dpr n. 917/1986 (Tuir), secondo il quale per valore normale deve intendersi il corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o similari, in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i beni o servizi sono stati acquisiti o prestati, e, in mancanza, nel tempo e nel luogo più prossimi.

Il riferimento al valore normale opera, tuttavia, in maniera diversa rispetto ad altri istituti (ad esempio, l'articolo 110, comma 7, del Tuir in materia di prezzi di trasferimento). L'articolo 60-bis, in particolare, non ha l'effetto di sostituire un criterio di determinazione della base imponibile (corrispettivo pattuito) con un criterio diverso (valore normale), ma piuttosto quello di contrastare fenomeni fraudolenti attraverso l'identificazione di opportuni parametri di riferimento. La divergenza tra il valore normale e il prezzo documentato nelle scritture contabili costituisce, dunque, mera misura per individuare una frode fiscale, non rilevando, invece, ai fini dell'applicazione dell'imposta.
In definitiva, laddove ricorrano congiuntamente tutti i presupposti previsti dalla normativa, il cessionario diventa obbligato solidale con il fornitore per il pagamento dell'imposta evasa, commisurata al corrispettivo pattuito tra le parti.

Sulla base dell'esperienza operativa degli organi di controllo e delle analisi dei fenomeni di frode effettuati, è ragionevole pensare che il decreto del ministero dell'Economia e delle Finanze, cui spetta l'individuazione delle categorie di beni ai quali applicare la nuova regola, includerà quei settori caratterizzati da una più elevata incidenza delle frodi, quali, appunto, il commercio intracomunitario di autoveicoli nuovi, prodotti tecnologici e informatica, commercio delle carni.

Con riferimento al mercato degli autoveicoli, si auspica che le innovazioni contenute nella Finanziaria 2005 (da un lato l'obbligo di comunicazione al Dtt della cessione dei veicoli, dall'altro la responsabilità solidale dell'acquirente in caso di corrispettivi non di mercato) possano davvero contribuire ad arrestare il fenomeno delle frodi all'Iva intracomunitaria, fornendo agli organi addetti al controllo strumenti operativi più efficaci e penetranti. Il perseguimento di questo obiettivo è dettato non solo da esigenze di recupero di gettito, ma anche dalla necessità di ripristinare le condizioni di normalità della concorrenza e di lealtà tra gli operatori economici all'interno del mercato comune.

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